INSEGNARE
E’ APPRENDERE: PRENDERSI CURA DELLA PROPRIA CONOSCENZA E DI QUELLA
DEGLI ALTRI IN UNA COMUNITA’ DI PRATICHE
Corsi residenziali
Bressanone - 28 Giugno-2
Luglio 2004
Intervento di
Silvano Tagliagambe
Università degli Studi di
Sassari- Facoltà di Architettura- Sede di Alghero
Bressanone - 1 Luglio
2004
Trascrizione di
Elisabetta Ferrari
Presentazione di G.
Musumeci
Subito la parola al
prof. Silvano Tagliagambe, ormai un esperto che lavora con noi da
diverso tempo, è Ordinario della Filosofia della Scienza
dell’Università degli Studi di Sassari- Facoltà di Architettura-
Sede di Alghero. Ha raccolto tutta una serie di stimoli questa
mattina da parte dei lavori di gruppo e affronterà il tema sul quale
avete in cartelletta la sua relazione.
Intervento
In effetti avete in
cartelletta la mia relazione, la mia relazione parla del problema
che era stato proposto cioè il problema del rapporto tra
insegnamento-apprendimento e il legame che tra questi due momenti si
viene ad instaurare attraverso la nozione del "prendersi cura".
Dedico una particolare attenzione proprio a questa nozione del
"prendersi cura" e allo sfondo svolto teorico e concettuale in cui
essa si inserisce. Però la relazione la potete leggere, se non
l’avete già fatto, eventualmente se ne può discutere, io voglio
invece partire dagli elementi che sono stati proposti dal lavoro dei
gruppi e dai suggerimenti che se ne possono trarre. Ci sono molti
elementi che considero significativi e di quando in quando cercherò
di fare riferimento a cose che ho detto nella relazione.
Il primo problema che
emerge credo, facendo un catalogo dei problemi che emergono possiamo
dire, li possiamo classificare in questi termini: primo problema
il rapporto tra insegnamento-apprendimento da una parte
e i contesti problematici. Cioè qual è il rapporto che si
istituisce tra situazioni di insegnamento- apprendimento e i
problemi, cioè che ruolo ha il problema, l’analisi e la visione del
problema all’interno di un contesto di insegnamento-apprendimento?
Questo è un primo aspetto che è emerso in modo molto chiaro. Secondo
aspetto il rapporto tra cognizioni ed emozioni, sempre
all’interno dei rapporti di apprendimento, e, in particolare, che
tipo di emozioni favoriscono, sono maggiormente legate alle
situazioni di apprendimento? In un gruppo è stato messo in rilievo
il rapporto che c’è tra l’apprendimento (nel secondami pare) e
l’emozione del dolore, il sentimento del dolore, nell’ultimo gruppo
si parlava del rapporto inverso, del rapporto tra apprendimento e
piacere.Entrambi i gruppi sottolineavano questo aspetto fondamentale
del rapporto che all’interno delle situazioni di apprendimento si
deve istituire tra una situazione cognitiva e una situazione
emotiva, però le situazioni emotive che venivano connotate come
tipiche delle situazioni di apprendimento erano appunto diverse, in
questo caso antitetiche, e questo è un aspetto che merita di essere
sottolineato.Un terzo aspetto che mi sembra importante è quello del
rapporto tra apprendimento e senso del limite, del
senso del confine. C’è una differenza, come vedremo, tra il senso
del limite e il problema del confine, le situazioni di apprendimento
ci aiutano a chiarire questa differenza. Un quarto aspetto è legato
al problema del rapporto tra apprendimento e comprensione.
Possiamo caratterizzarlo parlando di rapporto tra apprendimento di
cognizioni specifiche, apprendere qualcosa, e quelle situazioni che
invece, Baeteson per esempio, caratterizzava come
deutero-apprendimento cioè apprendere ad apprendere, che
sono situazioni non legate a contenuti specifici ma sono situazioni
legate invece alla capacità di costruirsi una consapevolezza tale
che aiuti ad apprendere e che quindi favorisca la crescita della
capacità ad apprendere. Un quinto aspetto, molto importante, è
quello del rapporto tra apprendimento e tipi di contesti
specifici cioè quali sono i contesti che possono favorire le
situazioni di apprendimento. Diciamo che questi sono, mi sembra, gli
aspetti che sono emersi in maniera molto chiara dalle relazioni che
sono state fatte.
Allora il primo aspetto:
rapporto tra apprendimento e problema. Nel blob c’era
quel passaggio molto bello relativo appunto alla sequenza tratta da
Patch Adams: " Non concentrarti sul problema, cerca di andare al di
là del problema" che pone sul tappeto una questione importante. Il
primo aspetto è stata una conquista della epistemologia, della
psicologia cognitiva recente il fatto di capire che alla base del
concetto di apprendimento non ci sono i dati da apprendere ma che
alla base di un contesto di apprendimento c’è sempre un problema da
affrontare e da risolvere. Questo ha determinato un vero e proprio
rovesciamento di prospettiva nell’ambito dei processi di
apprendimento e corrispondentemente in quelli di insegnamento.
Rovesciamento di prospettiva che non è sempre valutato nella sua
giusta dimensione e nel suo giusto valore perché presumere che un
processo di apprendimento parta da dati significa riferirsi come
percorso tipico dell’apprendimento a una prospettiva
che normalmente viene chiamata induttiva. Cioè l’idea
che io parto da dati che sono sicuri, che sono certi, che sono in
qualche modo indiscutibili e sulla base di questi dati ho però un
processo di generalizzazione, di estensione progressiva che mi porta
alla conquista di proposizioni, di acquisizioni di carattere
generale. E’ stato un percorso, dal punto di vista didattico, molto
importante che era quello che veniva condensato nello schema "si
apprende dall’esperienza" e che invitava a creare situazioni di
apprendimento nelle quali l’osservazione diretta avesse un ruolo
fondamentale e dall’osservazione diretta, via via, si costruissero
rapporti e processi progressivi di astrazione, cioè capacità di
prendere via via le distanze dalla situazioni di apprendimento
diretto.
Perché questo modello è
entrato in crisi? Ed è entrato giustamente in crisi per due aspetti
che vanno tenuti ben presente e che ci fanno capire l’importanza,
invece, del contesto problematico rispetto a quello
dell’osservazione. E’ entrato in crisi perché lo schema induttivo:
"ho visto un corvo ed è nero, ho visto un secondo corvo ed è nero,
ho visto un terzo corvo ed è nero…." Quando ho fatto l’osservazione
di N corvi posso concludere che tutti i corvi sono neri si presta
dal punto di vista logico a due confutazioni che però sono
micidiali. Prima confutazione: il "tanti" è una categoria
assolutamente differente dal punto di vista logicodal "tutti",
per quanto siano molti i tanti che accumuliamo non abbiamo mai il
diritto di operare il passaggio dal "tanti" al "tutti". La
"totalità" è una categoria che non ha nulla a che vedere, dal
punto di vista logico, con la "moltitudine". Per cui se io
penso di poter arrivare alla categoria del tutti che è quella che mi
serve per le leggi scientifiche, le leggi scientifiche non mi dicono
"tanti" fenomeni sono connotati in questo modo mi dicono "tutti".
Se io quindi penso di arrivare al concetto di legge scientifica
attraverso il "tanto" , sbaglio strada perché non ci arrivo
mai perché la differenza tra il "tanto" e il "tutti" è
incolmabile. Il secondo aspetto importante è che c’è un altrettanto
forte differenza di carattere logico che è quella tra la
"congiunzione" e "l’implicazione". Le leggi scientifiche
stabiliscono un rapporto di implicazione che viene normalmente reso
con : "se ……allora", "se scaldo un pezzo di rame…" prendo un
pezzo di rame, lo scaldo, allora questo si dilata . Non mi dà
semplicemente una congiunzione tra i due fenomeni cioè non mi dice
"prendo un pezzo di rame e questo si dilata" ma me lo pone in
termini di rapporto di implicazione, se….allora. La strada
dell’induzione è una strada basata su catene associative cioè su
congiunzioni, sulle "e", "ho visto un corvo e è nero" e nulla
mi autorizza a dire che se c’è un corvo allora è nero
perché questa è una conclusione di tipo assolutamente diverso da
quella che posso trarre dall’osservazione. Dunque ci si è resi conto
che, senza svalutare il significato positivo dell’osservazione, io
sto dicendo un’altra cosa che l’osservazione non è il percorso
positivo per arrivare a capire che cosa è una legge scientifica, non
per acquisire la capacità di descrivere dei contesti, ma se io
voglio utilizzare l’osservazione per arrivare a costruire un
concetto di legge scientifica non ci riesco per questi due ostacoli
di carattere insormontabili.
Allora qual è la strada
alternativa che viene proposta? La strada alternativa che viene
proposta è quella di capire che se io, anzi sostituisco al dato che
di essere pretende appunto indiscutibile, un problema e metto la
questione non nei termini della costruzione della generalizzazione
attraverso una catena di certezze ma invece come esito provvisorio e
sempre revocabile della soluzione di un problema allora arrivo molto
più facilmente a costruire, in un contesto di generalizzazione, una
proposizione che assomiglia a quella delle leggi scientifiche.
Partire da un problema significa sostituire alla catena induttiva
una diversa modalità di ragionamento. Questa diversa modalità di
ragionamento, aveva già le sue radici in Aristotele sostanzialmente
ma poi è stata studiata, sistematizzata e proposta come situazione
tipica delle soluzioni di problemi verso la fine dell’800 da un
logico americano che si chiama Pierce, è l’abduzione.
Ma che cosa è
l’abduzione? La differenza tra induzione e abduzione? Allora
l’induzione procede in questo modo: A, A1 e B1; A, A2 e B2; A, A3 e
B3 e via di seguito che poi dice: "tutti gli A sono B". Abbiamo
detto che il problema è che questi sono "molti" e qui invece è un
"tutti" , qui ho un e "e" qui ho un "tutti" e qua invece ho un "se
…allora" e questi due passaggi sono in pratica insuperabili. Se io
vado a vedere le tavole di verità della congiunzione e della
implicazione, l’implicazione "se …allora" dal punto di vista logico
si indica con una freccia, la congiunzione con un "e" rovesciato,
vedo subito la differenza. Se A è vera e B è vera, la congiunzione A
e B è ovviamente vera; se A è vera e B è falsa, la congiunzione è
falsa; se A è falsa e B è vera, la loro congiunzione è falsa; se
entrambe sono false, la congiunzione è falsa. La congiunzione è vera
soltanto nel caso in cui entrambi le condizioni siano vere.
Guardiamo le
implicazioni invece, per esempio:"se piove allora prendo
l’ombrello". "È vero che piove, è vero che prendo l’ombrello",
l’implicazione è vera. "È vero che piove, è falso che prendo
l’ombrello", l’implicazione come è? Se piove prendo l’ombrello, mi
impegno a prendere l’ombrello qualora piova, piove e non prendo
l’ombrello allora? E’ falsa. "Se piove prendo l’ombrello ma non
piove", l’implicazione è falsa, no è vera. Io mi impegno a prendere
l’ombrello qualora piova, se non piove e io sono libero di fare
quello che voglio e il mio impegno non viene minimamente
falsificato, d’accordo?Allora la differenza la vedete subito mentre
la congiunzione è vera soltanto in un caso, la implicazione è falsa
soltanto in un caso: quando il precedente è vero e il conseguente è
falso.
Qual è lo schema di un
procedimento abduttivo? Questo è molto importante da capire
perché i bambini inizialmente nella soluzione dei problemi seguono,
contrariamente a quello che si pensava: "seguono un procedimento
induttivo", no non seguono un procedimento induttivo, seguono un
procedimento abduttivo. E insegnare tramite l’induzione
significa, in qualche modo, forzare negativamente quella che invece
è la modalità di apprendimento spontaneo del bambino che è quella
abduttiva. L’abduzione che cosa dice? A implica B, è vero, quindi è
vera la condizione generale A implica B poi mi dice che B, il
conseguente è vero. Che cosa fa l’abduzione? Mi dice che anche A è
vero quindi A implica B è vero, il conseguente è vero, ne abduco che
è vero anche l’antecedente. Io mi trovo in una situazione in cui A
implica B è vero, poi mi trovo nella situazione in cui B, anche B è
vero. Andiamo a vedere in che situazione si trova A, qui A è
effettivamente vero, ma qui A è falso quindi questa conclusione per
cui A è vero date queste due premesse è una conclusione rischiosa,
non falsa perché in alcune situazioni, ma rischiosa , in alcune
situazioni è vera in altre situazioni è falsa. Allora è importante
capire qual è la ragione del perché è rischiosa,la ragione del
perché è rischiosa è la concorrenza delle cause. Facciamo un esempio
banale, scusate la banalità del ragionamento: un medico sa che le
malattie esantematiche (A) provocano degli sfoghi cutanei (per
esempio il morbillo provoca un esantema), riscontra la presenza
dell’esantema e abduce che il paziente ha il morbillo ma siccome
queste alterazioni cutanee possono essere l’effetto di qualcosa di
più banale, una banale indigestione, chiaramente l’adburre A da
queste due situazioni è alquanto rischioso. Allora voi dite ma
allora cosa serve questo tipo di ragionamento? E perché ci ha detto
che il bambino generalmente …questo tipo di ragionamento serve a
conservare e a trasferire gli schemi generali. Allora un bambino che
cosa fa? Guarda per conto suo i dati, il mondo e cerca di valutarlo
per conto suo oppure come dicono Bruner, come dice Erickson oppure
lo stesso Baeteson, il bambino imita le sequenze e gli schemi sia
comportamentali che mentali degli adulti, quindi la prima cosa che
fa cerca di guardarli, di imitarli, di riprodurli in contesto di
gioco per non essere passibile di sanzioni dice: "Guarda che io
stavo giocando quindi quindi se ho sbagliato…."e di applicarle a
nuove situazioni. Quindi il bambino che cosa fa generalmente? Assume
questi schemi e prova ad applicarli, quindi fa esattamente questo
tipo di operazione, impara e non è che impara a guardare dei dati,
impara degli schemi generali sia di carattere comportamentale che di
carattere concettuale e il bambino, la creatività del bambino in che
cosa si esercita? Nel fatto che questi schemi, che nel comportamento
che viene imitato sono applicati a determinati contesti, il bambino
prova ad applicarli a contesti del tutto differenti cioè sa già la
trasferibilità degli schemi, fa una operazione di trasferimento
analogico degli schemi. Cioè quando gli sembra che due situazioni
siano sufficientemente simili, il bambino applica alla nuova
situazione lo schema sperimentato con successo; naturalmente questo
va incontro a degli scarti, può essere sia vero che falso. La
situazione di apprendimento diventa tanto più forte e matura nel
momento in cui il bambino lega, impara a legare lo schema a un
problema cioè vede uno schema di carattere generale come la
soluzione di un problema e quindi impara a discriminare tra i
problemi rispetto ai quali questo schema è valido, efficace,
risponde con successo e i problemi nei quali lo schema non è. Quindi
la situazione di apprendimento, guardate il rovesciamento, il
percorso di apprendimento che viene disegnato è un percorso di
apprendimento che fa perno sugli schemi generali anziché sui dati e
fa perno anche e soprattutto sulla relazione tra schemi generali e
problemi. Cioè il momento di apprendimento è il momento in cui il
bambino è capace di istituire questa relazione tra schema generale e
problema.
Allora qual è la
situazione di apprendimento ideale? E’ la situazione in
cui io propongo al bambino sempre nuove situazioni problematiche,
nuovi problemi e considero gli schemi generali come la famosa "cassetta
degli attrezzi" di cui parlava Wiggenstein.
Cioè il bambino deve
capire che se ha pochi schemi risolve pochi problemi, che quanti più
schemi ha tanto più sono i problemi che riesce ad affrontare e a
risolvere che quindi la sua ricchezza sta nel possesso di una
molteplicità più ampia e articolata possibile di schemi
comportamentali e concettuali perché è questa ricchezza che fa sì
che quando si trova di fronte ad un nuovo problema il bambino può
esplorare rapidamente gli schemi concettuali di cui dispone per
vedere se uno di questi è adatto alla soluzione del problema
altrimenti può sulla base dell’esperienza degli schemi di cui
dispone, perché quanto più uno dispone in archivio di schemi tanto
più è capace di produrre e generare nuovi schemi, provoca attraverso
variazioni più o meno significative degli schemi già disponibili ad
affrontare il problema. Quindi, partiamo da questo concetto che è
cruciale dal punto di vista, secondo me, delle situazioni di
apprendimento, l’apprendimento fa perno sulla relazione tra
problema e schema concettuale o schema comportamentale e la
prima cosa che il bambino deve capire è che ci deve essere una
relazione di adeguatezza tra il problema e lo
schema concettuale che sta cercando di applicare alla
soluzione.
Questo percorso mi
permette poi di spostare l’attenzione sui problemi e cercare di
classificarli. Allora anche qui io ho una possibilità di situazioni
di apprendimento ricca e praticamente infinita perché io posso far
vedere al bambino che esistono i problemi e che si differenziano in
classi molto diverse tra di loro. In primo luogo esistono
i problemi che sono solubili, che
possono essere affrontati e risolti, come? Con l’esperimento e con
il ragionamento. E ci sono invece dei problemi che sono insolubili,
badate bene dal punto di vista logico nel senso che non possono
essere affrontati e risolti né con l’esperimento né con il
ragionamento. Ciò non toglie che possano essere affrontati e
eventualmente risolti da altri punti di vista: quello emotivo,
quello della fede. I problemi solubili sono problemi che ammettono
una possibilità di controllo. Che cosa vuol dire "controllo"? Non è
una categoria metafisica o, per così dire, genetica, il controllo
significa che io dispongo di un contro esempio capace di falsificare
la soluzione che provvisoriamente ho dato al problema. Per esempio,
se io dico: "tutti i pezzi di rame se scaldati si dilatano", è
evidente che qui il controllo sta nella proposizione: "ho un pezzo
di rame, lo scaldo e non si dilata!". Questo è il controllo, il
controllo è il contro-esempio che falsifica la soluzione che ho dato
del problema in modo indiscutibile e quindi fa cadere quella
soluzione in modo altrettanto indiscutibile. Ecco ci sono dei
problemi che non ammettono questi contro esempi e quindi,
diciamo, sono insolubili sempre dal punto di vista
dell’esperimento e del ragionamento. Tanto per non andare troppo
lontano, la proposizione: "Dio esiste" è ovviamente una proposizione
che da conto di un problema insolubile, insolubile naturalmente da
questo punto di vista, qui potrò aggiungere altre categorie e
modalità per affrontare il problema, noi stiamo parlando
dell’esperimento e del ragionamento come categorie del per
affrontare un determinato problema. Insolubili sono tutti quei
problemi che non ammettono un contro esempio che ne falsifichi la
soluzione.
Allora è evidente che il
primo sforzo dell’educazione deve essere quello di fare questa
distinzione tra problemi solubili e insolubili sempre da questo
punto di vista e dire che i problemi solubili sotto il profilo
dell’esperimento e del ragionamento devono necessariamente ammettere
modalità di controllo che devono essere specificate. Quindi tu devi
essere consapevole di qual è la modalità di controllo, cioè di qual
è la ……. che falsifica la soluzione, devi controllare la tua
soluzione non darla per scontata, la devi controllare costantemente
e con questo tu fai sorgere quello che possiamo chiamare "uno
spirito…. Ma c’è una terza categoria di problemi che non appartiene
né a questo né a quello che chiamiamo gli pseudo problemi.
Mentre i problemi vanno risolti e chiedono di essere risolti, gli
pseudo problemi vanno dissolti cioè bisogna mostrare che quelle
sono bolle speculative che bisogna rompere a tutti i costi, sono
inerzie della ragione che sono modi di pensare legati alla
tradizione e però non hanno nessuna ragione di esistere e quindi non
hanno nessun fondamento né logico né sperimentale. Guardate che
insegnare a dissolvere gli pseudo problemi è un esercizio
altrettanto fondamentale quanto insegnare a risolvere i problemi.
Qui noi parliamo della differenza tra esperimento e di osservazione,
parliamo di esperimento non di osservazione non soltanto perché
abbiamo detto che la situazione da cui parte l’apprendimento del
bambino non è generalmente l’induzione ma è appunto l’abduzione ma
anche perché io debbo far fare al bambino quel salto di qualità
enorme che l’umanità nel suo sviluppo ha fatto ad esempio nell’epoca
in cui è nata la fisica moderna. Qual è questo passaggio? Se voi
andate a vedere quel bellissimo libretto di Einstein e Infeld che si
intitola "L’evoluzione della fisica", libro di fisica che noterete
non contiene una sola formula matematica, vi presenta l’evoluzione
della fisica sotto la forma di un giallo, il primo capitolo si
intitola, se non sbaglio, "Alla caccia del colpevole". Il colpevole
nell’interpretazione di Einstein e Infeld sapete che cosa era? Era
l’osservazione e tutti gli pseudo problemi generati
dall’osservazione. Per questo vi dico che la via induttiva, la via
che pretende di arrivare al ragionamento scientifico attraverso
l’osservazione non è solo sbagliata ma estremamente pericolosa.
Tanto pericolosa che ci è caduto un genio della filosofia e della
scienza come Aristotele e la sua soluzione è durata la bellezza di
diciotto secoli.
In che senso
l’osservazione è colpevole? Dal punto di vista dell’osservazione se
io analizzo il fenomeno del movimento, lo analizzo, lo osservo,
sembra del tutto naturale dire che lo stato naturale dei corpi è la
quiete e che ovunque ci sia movimento ci deve essere una causa del
movimento. Un bambino vede che questa cosa sta ferma poi vede che ad
un certo punto si mette in moto e cerca la causa che l’ha fatta
muovere e quindi da questo punto di vista , qual è il problema da
affrontare e risolvere? Che cosa ha messo in moto il movimento, qual
è la causa del movimento. Sappiamo che la fisica moderna con Galileo
e Newton ha ribaltato questo schema. Lo stato naturale dei corpi non
è soltanto la quiete ma anche il moto rettilineo uniforme quello di
cui devo cercare la causa pertanto non è il movimento ma la
variazione del movimento cioè l’accelerazione o la decelerazione. Ma
come sono arrivato a questo, come è arrivato Galileo a questo
risultato? Osservando, costruendo una situazione artificiale cioè
non ……la chiave della soluzione del problema sta nel pensare per
problemi. Galileo ha costruito una situazione sperimentale,
artificiale, il piano inclinato, ha immaginato che in questo piano
inclinato non fosse presente nessuna forza esterna, ha
progressivamente rialzato il piano inclinato, fino ad eliminare ogni
inclinazione e se non c’era l’attrito ha giustamente concluso che la
pallina continuava nel suo moto rettilineo e uniforme e che quindi
il moto rettilineo uniforme è uno stato dei corpi altrettanto
naturale quanto la quiete.
Ma come vedete qui il
problema è stato affrontato modelizzando quindi ci si rende
conto che la chiave per affrontare correttamente un problema è il
pensare per modelli, un problema richiede di essere
modelizzato. Che cosa vuol dire che richiede di essere modelizzato?
Vuol dire che chiede di essere inserito all’interno di un contesto
artificiale, piano inclinato, e semplificato. La vedete la
semplificazione, elimino l’attrito. Pensate un po’ cosa succede nel
mondo reale se io eliminassi l’attrito ma, elimino l’attrito per
studiare qual è la causa che appunto provoca la variazione di stato,
in questo caso la variazione del movimento.
Quindi pensare per
modelli che cosa richiede? Anche questo è un elemento che è tornato
e mi ha fatto piacere notarlo nelle vostre osservazioni, richiede la
costruzione di contesti, perché il piano inclinato è
un contesto, un contesto idoneo all’analisi e alla soluzione del
problema cioè è un contesto finalizzato a studiare quello specifico
problema. E finalizzare il contesto all’analisi di uno specifico
problema, significa sfrondare il contesto, ecco la semplificazione,
da tutto ciò che non serve, non è pertinente, ai fini della
soluzione di quello specifico problema, quindi altra relazione
importantissima. Prima abbiamo visto la relazione tra il problema
e lo schema adesso attraverso il modello, vediamo la relazione tra
il problema e il contesto. La soluzione di uno specifico
problema richiede la specificazione di un contesto, alla costruzione
di un contesto che sia adatto ad affrontare e risolvere quel
problema, perché, perché? E ritorniamo al problema del vedere,
dell’osservare, adesso sì che io posso vedere, prima non la vedevo
la causa del movimento perché era nascosta in mezzo a troppe altre
cose, io non vedo mai in situazioni di complessità, per vedere ho
bisogno di semplificare e di concentrare l’attenzione su parti .
Ecco che adesso possiamo tornare al vedere, all’osservare ma dopo
avere fatto questo lungo percorso e quindi il vedere è un risultato
non è il passo iniziale del processo.
Perché questo aspetto è
importante, è importante anche dal punto di vista della relazione
tra insegnare e apprendere? Perché anche le relazioni umane
che ce ne rendiamo conto o no vengono costruite modelizzando cioè
costruendosi dei modelli, anche le relazioni interumane che
noi ce ne rendiamo conto o no vengono costruite modelizzando cioè
costruendosi dei modelli. Vi ho messo, non a caso, un passo di
Brecht, che è a pag.6, la genialità sta nella sintesi ma ovviamente
la sintesi va, in una situazione di apprendimento, sciolta, il
pregio enorme di questo passo sta nel fatto che vi dice in poco più
di mezza pagina tutte le cose che io ho cercato di dirvi e altre
ancora che cercherò di dirvi. Lo leggiamo insieme perché merita:
" L'uomo si fa delle
cose con le quali entra in contatto e di cui deve venire a capo
immagini, piccoli modelli, che gli rivelano come funzionano…."
Vedete, la chiave della comprensione delle cose è il pensare per
modelli, la capacità di costruirsene dei modelli artificiali che gli
spiegano come quei processi e quei modelli funzionano.
..."Ritratti simili
egli si fa anche di umani…." Ecco la modelizzazione è un
procedimento tipico anche delle relazioni intersoggettive, dal loro
comportamento in certe situazioni che egli ha osservato desume un
determinato comportamento in altre future situazioni; quindi il
modello che l’uomo si fa dei suoi simili ha una duplice funzione:
descrittiva, mi serve a descrivere quella persona e predittiva, mi
serve a fare delle previsioni su come agirà in altre situazioni. Il
desiderio di poter predeterminare questo comportamento lo determina
propriamente a progettare tali immagini. L’uomo che sia o no
consapevole progetta, realizza immagini del suo prossimo e agisce
nelle relazioni interpersonali sulla base di queste immagini. Quindi
se sbagliate l’immagine, sbagliate la relazione! Ma Brecht dice
qualcosa di estremamente cioè stabilisce una dialettica tra immagine
e persone e dice:
…."Delle immagini
compiute fanno parte anche quei tipi di comportamento del prossimo
che sono solo tipi di comportamento rappresentati, desunti (non
osservati), presumibili. Ciò conduce spesso a immagini false, a un
proprio comportamento falso, tanto più in quanto tutto si svolge non
in modo pienamente conscio…." Cioè che cosa sta dicendo qua?
Cioè sta dicendo che la persona umana è ricca, articolata e quindi
incompiuta e inesauribile. Per quanto dettagliato io mi faccio il
ritratto di una persona, questo ritratto non potrà essere mai tanto
completo quanto lo è la persona ma per fare delle previsioni sul
comportamento altrui io ho bisogno di immagini complete perché se io
lascio delle variabili libere, non riesco a dire come si comporterà
in una situazione che non ho sperimentato. Ecco quindi che anche
consapevolmente o inconsapevolmente io tendo a completare le
immagini e a chiuderle. Mentre ciascuna persona è un sistema aperto
e proprio per questo riserva sorprese tanto più quanto più è aperto
le immagini che noi ci facciamo delle persone tendono a essere
sistemi chiusi, completi e noi abbiamo la pretesa di specificare
sulla base di queste immagini tutto ciò che quella persona farà
anche in situazioni diverse di quelle che abbiamo sperimentato.
Infatti Brecht lo dice , come si costruisce un ritratto fedele?
"…Molto sta
nell'imparare un retto modo di desumere, ma non basta. Non basta
perché gli umani non sono altrettanto compiuti quanto le immagini
che ci si fa di essi e che meglio sarebbe non completare mai
interamente…." Lo vedete? E però abbiamo la tendenza
irrevocabile a completare.
"…Per di più si deve
anche aver cura non solo che le immagini assomiglino al prossimo, ma
anche il prossimo alle immagini….." E qui passiamo, e poi lo
vedremo questo alla lavagna, passiamo dal rapporto semplicemente
comunicativo al rapporto di insegnamento.
"….Non solo il ritratto
di un uomo deve venir cambiato quando l'uomo si cambia, ma anche
l'uomo deve venir cambiato quando gli si presenta un buon ritratto.
Se si ama l'uomo, dall'osservazione dei modi del suo comportamento e
dalla conoscenza della sua condizione si possono desumere per lui
certi modi di comportamento che per lui sono buoni. Questo lo si può
fare proprio come egli stesso può farlo. Dai modi di comportamento
presumibili ne conseguono di desiderabili. Nella condizione che
determina il suo comportamento improvvisamente rientra l'osservatore
stesso. L'osservatore deve dunque donare all'osservato un buon
ritratto che ha fatto di lui. Egli può introdurre modi di
comportamento che l'altro da solo non troverebbe; questi tipi di
comportamento suggeriti non restano però illusioni dell'osservatore;
diventano realtà: l'immagine è diventata produttiva, è capace di
mutare colui che è stato ritratto, contiene proposte (realizzabili).
Fare un'immagine come questa significa amare". Guardate, l’ho
introdotta perché credo che sia una delle, diciamo, descrizioni più
efficaci della differenza tra ….
Situazione di carattere
informativo, situazione di carattere comunicativo e situazione di
carattere che caratterizza i processi di insegnamento-apprendimento.
Voi sapete che la situazione di carattere informativo è compresa nel
cosiddetto circolo di Jakobson che presuppone una situazione di
questo genere, Jakobson lo chiamava "circolo comunicativo" ma io la
attribuisco all’informazione e poi vedremo il perché. Io ho una
situazione in cui c’è …che cosa caratterizza lo scambio di
informazione pura e semplice? Io ho almeno due soggetti, un
emittente e un destinatario che si scambiano "N" cioè un messaggio.
Questo messaggio se lo scambiano all’interno di un canale, il canale
diciamo è il clima, l’ambiente tecnologico, in questo caso non c’è
canale che non sia la mia voce mentre se parlassimo al telefono ,
non potrei dire le stesse cose, banalmente non potrei dire: "Vedete
queste cose". Non potrei aggiungere notazioni di carattere scritto.
Il messaggio per essere compreso, lo sappiamo va inserito
all’interno di un contesto, determinati messaggi possono essere
disambiguati soltanto facendo riferimento ad un contesto. Quindi il
presupposto, in questa situazione è che il mittente e il
destinatario hanno utilizzato lo stesso codice cioè lo stesso
linguaggio, il presupposto è che un uso corretto del canale e del
codice il mittente inoltri al destinatario un messaggio che
proviene, arriva al destinatario esattamente come il mittente l’ha
mandato al punto che, se si facesse il processo inverso, il
messaggio arriverebbe al mittente esattamente; naturalmente qui devo
prendere degli accorgimenti tipo il rinforzo, devo assicurarmi che
parte del messaggio non vada perduta e quindi devo duplicare, date
queste situazioni, posso presumere che il messaggio arrivi dal
mittente al destinatario assolutamente inalterato. Voi capite che se
le cose stessero così, basterebbe avere un codice appropriato, un
contesto opportuno e un canale il cui uso sia comune, condiviso sia
dal mittente che dal destinatario e non ci sarebbero problemi; la
situazione di processo di insegnamento-apprendimento non avrebbe
nessun problema. In questo che è lo schema di Jakobson, Norman
introduce un elemento di variazione estremamente significativo che
Norman teorizza come il passaggio dalla informazione alla
comunicazione. Questo passaggio è determinato dal fatto se anche se
l’emittente e il destinatario condividono il codice non condividono
le modalità di utilizzo del codice. Il fatto che tutti noi parliamo
l’italiano non significa che le cose che io vi dico in italiano
siano per voi comprensibili esattamente nel modo in cui io cerco di
trasferirli perché chiaramente qui intervengono come elementi
determinanti gli sfondi cognitivi. Uno sfondo
cognitivo permette di confezionare un messaggio che può non essere
per nulla comprensibile al destinatario anche se parla la sua stessa
lingua. Quindi mentre Jakobson è dentro una situazione di questo
tipo in cui siano inclusi sia il mittente e il destinatario, Norman
dice la situazione della comunicazione è in realtà questa: soltanto
una parte del codice del mittente è condivisa dal destinatario.
Allora se il messaggio rientra in questa fascia di sovrapposizione
nessun problema ma che cosa succede se il messaggio che viene
elaborato non è qua, in una parte che non è condivisa dal
destinatario? Allora, lui dice, il bravo emittente se vuole che il
messaggio non vada perso, che cosa deve fare? Che cosa fa il bravo
insegnante? Si fa un modello, ecco qui il modelizzare, semiotico del
mondo cognitivo della controparte cioè del destinatario cioè si fa
un modello di ciò che il destinatario può capire e di ciò che il
destinatario non è in grado di capire. Quello che vi dice Vigotzkj,
per esempio, quando dice: "State attenti che i contenuti
dell’apprendimento influenzano e ristrutturano il mondo cognitivo
del discente ma a patto che siano adatti, appropriati e non siano
dei contenuti totalmente estranei" che cosa vi sta dicendo? Se
volete essere dei buoni insegnanti dovete costruirvi un modello
semiotico della controparte, cioè dell’allievo, dello studente e
tarare la vostra comunicazione su quel modello, quindi dire delle
cose e dirle in modo che siano comprensibili all’interlocutore che
avete di fronte. Ecco che qui entra in gioco quella costruzione del
modello dell’interlocutore, ritratto, di cui parla Brecht. La
comunicazione presuppone sempre un rapporto di modelizzazione.
Naturalmente questo avviene anche qui. Anche il destinatario,
ovviamente, si fa un modello semiotico del mittente però, dice
Lotman, questa situazione è esposta a molti rischi perché se il
modello non è adatto quello che va perduto nell’operazione di
modelizzazione è proprio ciò che caratterizza l’unicità e
l’individualità dell’io. Se io faccio un modello standard in questo
modello standard perso ciò che caratterizza l’unicità del
destinatario ecco perché il modello non può essere generico, deve
essere un modello necessariamente , che costituisca un ritratto non
genericamente dell’allievo della quinta elementare ma di quell’allievo
della quinta elementare. Certo che esistono anche i modelli generici
ma i rapporti comunicativi devono anche tener conto delle differenze
specifiche da individuo a individuo. E quindi a differenza
dell’informazione nella comunicazione entra come elemento
fondamentale il processo di modelizzazione della controparte.
L’insegnamento che cosa fa? Ecco questo è l’aspetto importante che
sottolinea Brecht, nell’insegnamento noi abbiamo appunto la stessa
situazione l’insegnante modelizza ma la cosa importante è che
costruisce due tipi di modelli della controparte: un modello
statico, descrittivo che può essere riassunto nello slogan:
come è quel destinatario e un modello dinamico,
ideale, come dovrebbe diventare al termine del processo di
insegnamento-apprendimento. Naturalmente questo "dovrebbe diventare"
deve tener conto di "ciò che è"; il rapporto tra modello statico e
modello dinamico è riassunto nel modo migliore nel famoso aforisma
di Nietsche: "Divieni ciò che sei". Divieni, buttati, cambia,
cresci ma divieni ciò che sei sulla base della tua realtà effettiva
non su uno snaturamento della tua realtà effettiva. Come essere
certi che questo modello ideale non costituisca uno snaturamento?
Cosa dice Norman, io non lo devo utilizzare come il letto di
Procuste , cioè estendendo o accorciando l’altro a mio piacimento ma
lo devo proporre all’altro, lo devo proporre all’altro come il buon
ritratto che io mi sono fatto di lui, come ritratto ideale che mi
sono fatto di lui e se il ritratto è buono, è efficace, il ritratto
cioè questo modello retroagisce sul destinatario e lo modifica, lo
aiuta a crescere. Quindi mentre è sensato, se volete anche banale
dire che nel processo comunicativo, il modello deve via via
adeguarsi al luogo che cerca di descrivere e quindi c’è un processo
in cui il modello si modifica sulla base dell’osservazione del
destinatario qui abbiamo il rapporto inverso è il destinatario che
si modifica sulla base del modello. Ma costituto del rapporto di
insegnamento è questo tipo di rapporto tra il ritratto ideale che
l’insegnante si fa del suo interlocutore, che gli propone come
obiettivo e come meta da raggiungere. Quando Brecht scriveva queste
cose non c’era una teoria psicologica che facesse da sostegno
operativo a questa sua concezione dei rapporti interpersonali, oggi
questa teoria c’è ed è una teoria molto importante che non a caso
cito nel mio saggio, esattamente nel paragrafo 3, ed è la
teoria del Sé relazionale. Questa teoria come tutte le
teorie sufficientemente articolate e complesse ha tanti padri ma io
vi suggerisco, ne cito uno: Roger Parfit che ha scritto un libro,
pubblicato in italiano da Saggiatore, che si intitola"Ragioni e
persone" . Che cosa dice Parfit? Parfit enuncia un’idea che possiamo
schematizzare in questo modo. Ci sono sostanzialmente due teorie
alternative dell’io e dell’altro corrispondenti e identiche. La
prima teoria è di carattere essenzialistico cioè considera
l’identità personale come una essenza, un nucleo di cui ciascuno di
noi è correlato fin dalla nascita e che rimane sostanzialmente
inalterato nel corso del suo sviluppo, nel corso del suo sviluppo
mutano tante cose ma non muta questa essenza e questa essenza non
muta proprio perché è ciò che caratterizza l’identità dell’io pur
nella varietà dei mutamenti che l’io subisce nel corso del suo
sviluppo e della sua crescita. Secondo la teoria essenzialistica
dunque l’identità personale è qualcosa di già disponibile al momento
della nascita e che si conserva sostanzialmente inalterata nel corso
dello sviluppo. Se le cose stanno cosi, se stessero così non c’è
problema, l’identità personale c’è. A questa teoria Parfit
contrappone la teoria dell’io relazionale che considera l’identità
non come qualcosa di già disponibile ma come di qualcosa che va
costruito, frutto di un processo di costruzione continua, processo
di costruzione che dà luogo a esiti differenti per cui il concetto
di identità personale subisce delle modifiche più o meno
significative ma più o meno rilevanti nel corso del tempo, nel corso
del processo di costruzione. E proprio in seguito a queste modifiche
l’identità del soggetto individuale è del tutto assimilabile alla
identità di un soggetto collettivo. Che cosa vuol dire? Vuol dire
che l’io è un fascio di relazioni e di rapporti, intanto di
relazioni intrasoggettive cioè di relazioni che si sviluppano
all’interno dell’io tra le varie fasi e i vari aspetti della
personalità dell’io medesimo. Quindi da parte dell’io c’è lo sforzo
di tenere insieme, di far coesistere, armonizzare in un’immagine che
sia in qualche modo coerente tutti gli aspetti della sua
personalità. E qui succedono alcuni aspetti estremamente importanti
cioè è il modo in cui l’io confeziona la sua identità,
modelizzandosi anche lui, sulla base delle proprie esperienze
personali che caratterizza la tipologia dell’io. Perché ci sono
degli io che tendono a dare di sé un’immagine edulcorata che espunge
tutto ciò che fa male, le esperienze che vengono considerate
negative, gli aspetti che vengono per qualche ragione censurabili e
che quindi costruisce la propria identità personale sulla base di un
processo in cui ha un’importanza rilevante l’attività di
rimozione……..
……..che accompagnata da
un forte tonalità emotiva prende radici e quindi diventa molto più
facilmente stabile di una situazione cognitiva che avviene in un
ambiente asettico, neutro o addirittura sfavorevole dal punto di
vista emotivo. Però questo aspetto ha delle conseguenze molto
importanti anche dal punto di vista del problema dell’identità
perché la situazione in processi di insegnamento, è una situazione
emotivamente sempre molto forte e coinvolgente, sempre anche in chi
cerca di prenderla con distacco e proprio perché tale incide e si
radica in modo molto stabile all’interno dei rapporti
intrasoggettivi. E’ proprio una situazione che proprio perché molto
coinvolgente dal punto di vista emotivo, ha delle conseguenze di
enorme portata e valore, sia che noi ce ne rendiamo conto sia che
non ce ne rendiamo conto, all’interno dei processi di costruzione e
di valutazione dell’io. Allora da questo punto di vista, non è un
motto dire che il prendersi cura dell’altro è un modo di prendersi
cura di se stessi, è in qualcosa che alla luce di queste concezioni
che abbiamo brevemente, non dico brevemente cercato di trattenere, è
qualche cosa che ha una giustificazione molto rilevante. Vi
ringrazio per la pazienza.