Cercherò di rappresentarvi il percorso che ci ha condotto qui, a
dialogare con Luciano Cerioli, Beppe Pea e Pino Varchetta.
Da qui
alcuni anni Varchetta ci propone, e chi viene a Bressanone da qualche
tempo lo sa, riflessioni e blob su tematiche molto importanti che sono
la base per noi che lavoriamo attraverso le relazioni con le persone.
Autenticità, cura, riconoscimento, responsabilità: dimensioni che ci
hanno arricchito molto, aiutandoci a leggere la nostra esperienza
professionale da differenti vertici.
Parallelamente, nelle nostre scuole e all'interno della Rete Stresa si
sviluppavano percorsi, con Pea e Cerioli, che ci sollecitavano a mettere
a fuoco i problemi legati all'apprendere: un apprendere dall'esperienza
perché solo le esperienze concrete, fatte di corpo e di emozione,
permettono alla mente di emergere.
Una
"mente incarnata" (Varela) concetti che si creano attraverso l'azione;
concetti che si creano attraverso il movimento, come lo spazio e il
tempo.
Ed emozione; emozione che è già intrinsecamente cognitiva.
Ma non sempre è facile sentire le proprie emozioni e riconoscerle.
E che esperienze fa la mente quando non è in grado di contenere quello
che incontra?
Ogni giorno con i nostri ragazzi, noi facciamo esperienze di questo tipo
di mente.
Ma come sentiamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze? Quale sguardo
poniamo su di loro?
Quando
Pino Varchetta ci ha proposto di lavorare, quest'anno, attorno alla
dimensione dell'empatia, abbiamo avvertito la possibilità di costruire
delle sinergie significative con le prospettive aperte da Cerioli e da
Pea.
Empatia
ha a che fare col modo di sentire l'altro, con lo sguardo che poniamo su
di lui.
Uno sguardo, ci diceva Varchetta qualche tempo fa, può mettere al mondo
o può negare il volto dell'altro.
Empatia
ha a che fare col riconoscimento dell'esperienza dell'altro.
Ogni esperienza è personale e diversa: tante esperienze singolari, tanti
punti di vista differenti.
E la differenza è una ricchezza, rappresenta l'area della possibilità.
Ciò che
è bello, oppure chiaro, oppure pieno per alcuni può essere brutto,
oppure scuro, oppure vuoto per altri. Non dipende forse da dove si pone
il confine? O da quale punto di riferimento, o di vista, si assume?
Forse
più che di antinomie si tratta allora di ambiguità, di dimensioni che
possono presentarsi a più letture.
Si
tratta comunque di rinunciare alle certezze di un solo centro per
trovarne molti. Si tratta di non dover ascoltare, tra le varie voci che
risuonano fuori e dentro di noi, solo quella che grida più forte.
E'
possibile un pensiero che non riduce ma distingue? Che non separa, ma
che collega?
E' possibile un dialogo che, se avviene dentro, può avvenire anche
fuori?