SEI IN : HOME > FORMAZIONE > BRESSANONE 2005 > RIFLESSIONI SUL RICONOSCIMENTO

 

I passi e le poesie di questa raccolta sono stati scelti dai relatori.

Un dono agli organizzatori e ai partecipanti per altri pensieri sul tema del riconoscimento...

 

Testi:

Daniele Agiman ha scelto:

Giorgio Gargani ha scelto:

Diego Napolitani ha scelto:

Giuseppe Varchetta ha scelto:

 

Musiche:

 

 

Prima Elegia, versi 69-85

Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po' d'eternità. - Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L'eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua.

 

Quarta Elegia, versi 26-36

Queste maschere piene a mezzo non le voglio.
Meglio la marionetta. Quella è piena. Io voglio
sopportare quell'involucro di pelle e il filo e il suo
volto d'apparenza. Qui. Le sto di fronte.
Anche se si spengono i lumi, anche se
mi si dice "si chiude" -, anche se dal palcoscenico
mi arriva il vuoto col soffio grigio dell'aria,
anche se non c'è più nessuno dei miei taciturni antenati
a seder lì, con me, nessuna donna e nemmeno
il ragazzo dall'occhio bruno, fisso,
io resto lo stesso. C'è sempre da vedere.


(Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi -1922)

 

Il Dono

per Tess

La neve è iniziata a cadere tardi, stanotte. Fiocchi bagnati
che cadevano davanti alle finestre, neve che copriva
i lucernari. Guardammo per un po'. Sorpresi
e felici. Contenti di essere qui, e in nessun altro luogo.
Caricai la stufa a legna. Sistemai la canna fumaria.
Andammo a letto, dove io chiusi subito gli occhi.
Ma per qualche ragione, prima di cadere nel sonno,
richiamai alla memoria la scena dell'aeroporto
di Buenos Aires, la sera che partimmo.
Come quel luogo sembrava quieto e deserto!
Assoluto silenzio, tranne il rumore dei nostri motori
mentre ci allontanavamo a marcia indietro dall'ingresso e
l'aereo lentamente rullava lungo la pista su una neve leggera.
Le finestre dell'edificio del terminale erano scure.
Non si vedeva nessuno, neppure l'equipaggio di terra.
"È come", dicesti tu, "se tutto qui fosse a lutto".

Aprii gli occhi. Il tuo respiro mi diceva
che eri sprofondata nel sonno. Ti coprii con un braccio
e ripresi, dopo l' Argentina, a ricordarmi di un posto
dove avevo abitato a Palo Alto. Non faceva la neve, là.
Ma avevo una stanza e due finestre sulla Bayshore Freeway.
Il frigorifero stava vicino al letto.
Quando nel cuore della notte mi disidratavo,
non avevo, per smorzare la sete, che da allungare la mano
e aprire lo sportello. La luce interna mi mostrava la via
per una bottiglia d' acqua fredda. Un fornello elettrico
era sistemato nel bagno, vicino al lavabo.
Quando mi sbarbavo, il pentolino dell'acqua gorgogliava sopra la spirale, vicino al barattolo del caffè a granuli.

Stavo seduto sul letto una mattina, vestito, ben rasato,
bevendo caffè, rinviando quello che avevo deciso di fare.
Alla fine, feci il numero di Jim Houston a Santa Cruz.
E gli chiesi 75 dollari. Lui disse che non ce li aveva.
Sua moglie era andata in Messico per una settimana.
Lui semplicemente non ce li aveva. Era rimasto al verde,
questo mese. "Va bene", dissi. "Capisco".
Ed era vero. Parlammo ancora
un po', poi riattaccai. Lui non ce li aveva.
Finii il caffè, più o meno, proprio mentre
l'aereo decollava dalla pista in direzione del tramonto.
Mi voltai per un ultimo sguardo
alle luci di Buenos Aires. Poi chiusi gli occhi
per il lungo viaggio di ritorno.

Stamattina c'è neve dovunque. Ci facciamo sopra dei commenti.
Mi dici che non hai dormito bene. Dico che
neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. "Anch'io".
Siamo straordinariamente calmi e teneri l'uno con l'altra,
come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell'altro.
Come se sapessimo cosa l'altro prova. Non è così,
naturalmente. Non è mai così. Non importa.
È della tenerezza che m'importa. Questo è il dono
che stamattina mi commuove e sostiene.
Al pari di ogni mattina.

(Raymond Carver, da Blu oltremare, 1986)

Per approfondire:
http://minimumfax.it/

 

Il punto inespresso dell'origine

In realtà, nonostante mio figlio abbia gridato una sera nella sala imponente della Akademie der Kunste, Wissenschaften und Wissenschaftstheorie "io mi sono azzerato!" , la verità è che sono io che mi sono azzerato. Mentre mio figlio mi dice che lui si è azzerato e si comporta come uno che si è azzerato, penso poi che sono io che in realtà poi mi sono azzerato, penso che non ho affatto l'atteggiamento e l'energia di un padre, ma che ho l' energia di un padre che si sente come un figlio di fronte al proprio figlio.

Penso, mentre sono a tavola davanti a lui e constato che io sono suo padre e che lui è mio figlio, penso all'identità tra mio figlio e mio padre e alla fine mi sento ridotto sulla linea di confine tra mio figlio e mio padre, mi sento, alla fine come il limite tra mio figlio e mio padre. E soltanto nella misura in cui riesco a sostenere questo giuoco tra mio figlio e mio padre, mentre io quasi non esisto, che io riesco ad esistere davanti a mio figlio. lo da solo per me stesso non esisto più davanti a lui, sempre che io sia mai esistito in modo significante per lui.

Quando guardo le fotografie nelle quali mio figlio è piccolo, dai due ai cinque anni, io, che sono ritratto accanto a lui, non esisto accanto a lui, per non parlare delle altre fotografie dove lui è più grande, perché in queste ultime io non sono nemmeno più ritratto accanto a lui.

Perché mio figlio a tavola non finisca per protestare contro di me, io mi assottiglio fino a diventare una linea tra mio figlio e mio padre perché è soltanto su quella linea che alla fine devo riconoscere che ora passa tutta quanta la vita che ancora esiste tra me e mio figlio. lo devo essere un altro per mio figlio nel quale mio figlio possa riconoscere che lui è ancora lui e questo altro è mio padre, che era stato un pittore anarchista, violento, iroso e tenero come un fanciullo, che unicamente per amore verso di me mi aveva permesso di non andare a scuola, dove io da ragazzo mi sentivo soffocare.

È a mio padre che devo la circostanza di aver frequentato la quinta classe ginnasiale a diciotto anni, anziché a sedici anni; mentre i miei amici a diciott'anni andavano all'università, io mi iscrivevo alla quinta classe ginnasiale. Ma io non parlo a tavola con mio figlio, quando riesco a parlare con lui e capisco che non sta per alzarsi di scatto ed andarsene senza nemmeno salutarmi, di mio padre.

Mio padre è piuttosto il presupposto inespresso del fatto che io riesco a parlare con mio figlio. lo penso a mio padre ma la verità è che io non penso a nulla di preciso su mio padre, io non voglio pensare a nulla di preciso su mio padre, la verità è che io non penso a nulla di preciso su mio padre, io non penso a nessuna cosa che mio padre aveva detto, questo tenero, ingenuo pittore anarchista incompreso, che aveva sempre gentilmente acconsentito al mio desiderio di non andare a scuola; mentre sono a tavola davanti a mio figlio, mentre io sono a tavola spiando mio figlio per il timore che a un certo momento lui se ne vada improvvisamente, io non penso a nessuna cosa precisa che mio padre aveva detto, la verità è che io penso a mio padre senza vederlo, senza ricordarlo, senza farmene nemmeno una fisionomia; la verità è che da lui proviene sino a me ora, che sto davanti a mio figlio a tavola, una scena che è l'unica scena della mia vita e che è il presupposto del fatto che io riesco a parlare e a vivere con mio figlio.

lo traggo inferenze sulla scena che mio padre invia su di noi, penso senza dirlo a mio figlio, che l' espressione della sua decisione "Babbo, io mollo tutto" sia una frase antica, che mio padre non ha mai detto, per quanto io ricordi, che io non ho mai detto, per quanto io ricordi, e nondimeno sia una frase antica che risale a mio padre e a me insieme tanto tempo fa, che però io non mi ricordo che noi due, ne mio padre, ne io, abbiamo mai pronunciato. Quella frase è disegnata in tutto quello che mi precede, la prima cosa che ho pensato, quando mio figlio ha detto "Babbo, io mollo tutto", io, nonostante i miei successivi sforzi per persuaderlo a non lasciare la scuola e a non mollare tutto, perché la scuola era tutto e non una parte di quello che lui temeva, nonostante i litigi e le discussioni che ho dovuto sostenere con lui, la prima cosa che avevo pensato è che io avevo riconosciuto quella frase come una frase che risaliva al silenzio dal quale penso e ricordo mio padre. In realtà io provo orgoglio ogniqualvolta mio figlio senza saperlo allestisce la scena dalla quale io discendo, ogniqualvolta lui mette in scena l'unica scena significante della mia esistenza dal momento che io non ne ho avuta nessun'altra.

Per la verità mio figlio non mette in scena qualche cosa che sia appartenuto a me o a mio padre, per l'esattezza quando mio figlio anziché andarsene di scatto senza salutare, si ferma per un po' di tempo a parlare con me a tavola, lui non ripete ovviamente nulla che io possa aver detto, nulla che mio padre possa aver detto; la verità è che mio figlio sviluppa la mia irrealtà e quella di mio padre, mio figlio fa quello che mio padre e io avremmo potuto, ma che poi non abbiamo fatto; mio figlio ci continua, così io penso, io mi assottiglio fino a diventare una tenue linea, mentre lui parla, per fare spazio a tutto il mio passato non accaduto, a tutto il nostro grande passato inevaso e che mio figlio d'un tratto riempie mentre sta a tavola con me.

Mio figlio sviluppa il mio passato, questa è la cosa che io penso nei momenti migliori è più ispirati mentre noi due siamo a tavola, e che l'unica cosa che io penso, l'unico pensiero alternativo che riesce a scacciare quello che a volta è il sospetto che mio figlio da un momento all'altro si alzi e se ne vada senza salutarmi. Se mio figlio a tavola, che è l'unico luogo in cui ci troviamo, mi parla e mette in scena se stesso, in effetti di tempo in tempo lui compensa le mie aspettative con una esibizione di sé talvolta a titolo di risarcimento delle prove alle quali egli si è sottratto, talvolta a titolo di autogratificazione, che è la crudeltà dei giovani che, mentre hanno l'apparenza di offrire, in realtà esibiscono solo se stessi e feriscono gli altri, io penso a un certo punto inespresso della mia esistenza, io penso in effetti al punto inespresso della mia origine.

Mio figlio suscita tutto questo attraverso la sua esistenza che è la completa negazione di tutto quello che io ho fatto e continuo a fare; lui dice che un filosofo è una testa bacata, perlomeno sono teste bacate i filosofi al giorno d'oggi, lui ne ha conosciuti alcuni frequentando senza convinzione un'università diversa da quella in cui io ho insegno per evitare di incontrarmi anche all'università, dopo avermi incontrato per la sua intera esistenza anche in cucina, anche nel salotto, anche nella mia camera, anche nella sua camera, anche nel corridoio, anche nel bagno.

Dopo aver visto per una vita la luce della mia lampada sul mio tavolo chino sui libri sotto quella luce giorno e notte aveva deciso di non incontrarmi anche all'università.

Di tempo in tempo mi ripete che come tutti i filosofi io sono una testa bacata, ma la verità è che lui ha con me una strategia molto complessa e insidiosa di attacco perché una volta mi ha detto: "ma poi tu non sei mica un filosofo, sei troppo emozionale per essere un filosofo, un filosofo è uno che ha una mente logica e tu non hai una mente logica". Lui mi dice ogni tanto che in quanto filosofo, io sono, come tutti i filosofi, una testa bacata, ma poi alla fine arriva a dire che non sono nemmeno una testa bacata, e siccome ogni uomo ha un senso di colpa, per qualche istante io smarrisco il senso della mia realtà, travolto dal senso di colpa che è la condizione essenziale attraverso la quale filtro tutti i messaggi di coloro che mi parlano, e quindi anche quelli di mio figlio.

Tutto quello che mio figlio mi dice non mi fa essere, non mi aiuta assolutamente ad essere, perché dissolve l'essere che io mi sono costruito; quello che lui mi dice mi fa pensare che l'essere che lui demolisce non sia il mio vero essere, che l' essere che lui demolisce è l'essere che io mi sono fabbricato alla luce della lampada accesa giorno e sera e che deve essere stata l'origine di tutti gli incubi della vita di mio figlio, che lui lo sappia o no. Alla fine penso talvolta di avere un altro essere, talvolta invece di non avere alcun essere, cioè alla fine di essere una persona inesistente che si è costruita un artificio di sopravvivenza perché in effetti tutti i miei atti sono stati dettati dalla paura, che io ho sempre sentito come la colpa della mia nascita.

(Aldo Giorgio Gargani, Il testo del tempo,1992)

Per approfondire :
http://www.libreriauniversitaria.it
http://www.festivalfilosofia.it

 

Quando in un giorno d'estate la farfalla si lascia scendere su di un fiore e, chiuse le ali assieme ad esso oscilla nel vento dei prati.....

Ogni coraggio dal profondo dell'animo
è l'eco di uno stupore per l'essere
e raccoglie il nostro pensare nel gioco del mondo.

Nel pensiero ogni cosa accade in solitudine
e distesa nel tempo.

E' nella longanimità che si alimenta
ciò che è magnanimo.

Colui che nella grandezza pensa,
nella grandezza pensa, nella grandezza è costretto a errare.


(Martin Heidegger, da L'esperienza del pensare,1954)

Serenata indiana

Fosse tua vita quella che mi tiene
sulle soglie - e potrei prestarti un volto,
vaneggiarti figura. Ma non è
non è così. Il polipo che insinua
tentacoli d'inchiostro tra gli scogli
può servirsi di te. Tu gli appartieni
e non lo sai. Sei lui, ti credi te.


(Eugenio Montale, da Ossi di seppia, 1925)

 

Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

(Derek Walcott, da Mappa del nuovo mondo, Nobel per la Letteratura, 1992)

Per approfondire:
http://www.zam.it/nobel.php

 

Che cosa serve perché avvengano i miracoli

E si compie il miracolo. Perché i miracoli,
attratti dalla terra, serbano gli indirizzi,
anelando talmente a svolgere la prescritta funzione
da giungere a destinazione perfino nel deserto.

E se vai via di casa accendi, al momento
del commiato, le quattro candele di una stella
perché illumini un mondo vuoto di realtà,
mentre ti segue con lo sguardo per l'eternità.

(Iosif Brodskij, da Poesie di Natale, 1962, Nobel per la letteratura 1987)

Per approfondire:
http://www.italialibri.net/autori/brodskijj.html
http://www.zam.it/nobel.php
http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=587