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OSSERVAZIONI DEI RELATORI DOPO LE SINTESI DELLE ESPERIENZE NARRATE

 

Trascrizione a cura di Maurzia Messina

 

 

Diego Napolitani

Il nome

Molti gruppi di questo pomeriggio hanno evocato il problema del nome, a partire dal blob ed io vorrei, un attimo soltanto, fermare l'attenzione sul nome proprio, che non è un numero e non è neanche il cognome, ma è il nome PROPRIO.

Ci si potrebbe chiedere tutti: il nome proprio di chi? PROPRIO come è proprio a me il mio braccio, il mio pensiero, la mia parola ma il mio nome "Diego" è il mio nome? MIO? No, è il nome che qualcuno ha scelto su questo oggetto vivente che io ero, forse, ancora quando non ero venuto al mondo, mio padre… mia madre…, ma mio padre e mia madre proprio o una tradizione, i nonni? Da dove nasce "sto" Diego?

Ciascuno di noi potrebbe farsi questa domanda. Credo che in questo momento magico che si raccoglie nel "nome proprio," c'è affettivamente un'incontrarsi di qualcosa, che Gargani ci aveva già anticipato nella sua presentazione di oggi, e cioè c'è tutto il trascinamento di una tradizione, una tradizione estetica culturale, sociale, di convenzioni, di ripetizioni. C'è tutto questo, ma c'è anche il fatto che di quel nome (che è tutto questo), io ne faccio qualcosa. IO è la stessa cosa di Diego, certamente io sono Diego, ma io non sono soltanto Diego ( cioè quello fissato una volta per tutte nominalmente all'interno di una sequela di generazioni), ma io sono anche quello che fa di Diego "qualcosa".

Allora io credo che il problema del nome, all'interno di questo grande mistero che è il riconoscimento, e dico mistero intenzionalmente, perché noi di questo mistero strappiamo i pezzettini, (ogni pezzettino ha il suo valore, per carità), però non riusciamo forse a cogliere la pienezza di questa attitudine nella reciprocità. Nell'ambito di questo mistero che è il riconoscimento, c'è, sottolineato da voi tutti, il problema del NOME.

Ecco, io credo che potremmo essere attenti su questo aspetto: noi possiamo chiamarci l'un l'altro o chiamare i nostri allievi e chiamarli per nome, ritenendo che con questo abbiamo fatto un'operazione, ma nel blob abbiamo visto che il maestro non dice soltanto: "Tom, George, ecc.."ma dice qualcosa di più "Ricordati che io ti ho chiamato".

Ecco la chiamata è qualcosa che rimanda a ciò che è fuori dal quotidiano, la chiamata è inscritta nell'ordine delle religioni e delle metafisiche come la voce di un Dio che ci dice:
"Tu sarai! Tu farai!". La "chiamata"! Detto in altri termini la "vocazione".

Vocazione, chiamata, rimanda, ovviamente, al nome, ma io ho l'impressione che questo non appartenga esclusivamente alla mitologia religiosa.

Questo è nell'ambito delle nostre relazioni. Quando un uomo ed una donna si incontrano e con stupore pronunciano reciprocamente il nome dell'altro (tu Paolo… tu Franscesca…) ecco in questo atto di "vocare", di dire con la propria voce il nome dell'altro qui dentro veramente c'è la precondizione di ogni cosa che verrà al mondo, in questo vocarsi l'un l'altro. Ho l'impressione che su questo aspetto tutti o quasi vi siate soffermati, su questo problema del nome, ma sempre che questo NOME sia animato da questa qualità disposizionale che è la "vocazione". Grazie.

 

Daniele Agiman

Non esiste lo "stonato"

Oggi, in tema di riconoscimento, qualcuno di voi ha parlato del canto, del sentirsi dire: "Apri solo la bocca, non cantare, sei stonato". Io sono un musicista e conosco bene queste situazioni: una delle cose più terribili da dire ai bambini, appunto frasi del genere, stonatura… intonazione…. La psicologia della musica ce lo ha finalmente insegnato: non esiste lo "stonato", è ovvio che si è più o meno dotati musicalmente, ma "l'orecchio" cioè la capacità di discriminazione esiste in tutti (salvo problemi fisiologici), è un problema di relazione con una dimensione spaziale e in secondo ordine temporale. Noi vediamo non solo attraverso le cose ma anche attraverso il suono e, il fatto di sentirsi ripetere: " Lascia stare, non cantare ci fai ridere ecc.. " crea una condizione psicologica di rifiuto per la musica ed il canto.

A me, grazie al cielo, questo non è successo per la musica, ma in altri ambiti si: la danza ed il disegno. A 8, 9, 10 anni il bambino cambia il modo di vedere le cose; le maestre mi confermeranno, spero, che cambia il modo di disegnare: chi ha molto talento va avanti e per altri nasce la crisi "del disegno" ed è terribile sentirsi dire: "Senti… guarda… sei incapace di disegnare… sei bravissimo in italiano e in matematica, ma… lascia stare il disegno". A me questo è capitato.

Più tardi, da adulto cioè circa una quindicina di anni fa, mi è capitato tra le mani il testo di Gardner "Intelligenze multiple", un testo bellissimo che cito sempre perché è anche, per me, un testo sul funzionamento del cervello e ho capito molte cose.

Per quanto riguarda la danza…. vi annuncio, invece, che io ( 45 anni fra pochi giorni) ho deciso di imparare a ballare e ho acquistato dei meravigliosi pantaloni arancioni…. Grazie.


Giorgio Gargani

Il linguaggio

Sono emersi due o tre tratti dalle relazioni dei gruppi che vorrei sottolineare: innanzitutto l'esigenza di sostenere il riconoscimento con la comunicazione, con il linguaggio, il fatto di dirlo e non solo di farlo intendere o di sottintendere o di darlo per implicito corrisponde ad una fase interessante della cultura del linguaggio.

Normalmente noi riteniamo che il linguaggio descriva, che serva a descrivere fondamentalmente fatti: il linguaggio serve a descrivere fatti, ma ha anche un potere performativo, tant'è che nella cultura della filosofia del linguaggio e della indagine linguistica accanto agli atti locativi si considerano gli atti performativi.

Come è stato detto c'è un espressione briosa: "Quando dire è fare", nel senso cioè che il dire non è solo un enunciare ma è anche compiere un'azione nei vari sensi. Quando, per esempio, ad un bambino si dice: "Adesso devi dormire, io spengo la luce". "Spengo la luce" non è la descrizione dell'atto di spegnere la luce, ma vuol dire "Avrai il buio, avrai la conseguenza, affronterai il buio e cose del genere; quindi " dire è fare".

Per esempio, se si battezza la nave non è solo che si descrive il battesimo della nave perché lo si sta facendo e, per esempio, davanti all'altare uno dice "si", non sta descrivendo il matrimonio, attenzione lo sta facendo, si sta impegnando, quindi ecco l'importanza di questa funzione performativa del linguaggio: cioè che inscrive qualcosa nella realtà, non è che semplicemente descrive qualcosa che c'era già.

Dobbiamo abituarci all'idea che molte cose che pensiamo ci sono già, ma altre in realtà ci sono perché le facciamo essere, perché le facciamo valere. Mi sembra molto interessante quello che ha detto Diego quando dice " quello che di Diego fa qualcosa", appunto l'idea che la nostra identità, il nostro riconoscimento dipenda anche dai nostri sistemi di descrizione, vale a dire: io faccio sempre l'esempio di Proust che prima è un giovane un po'frivolo che frequenta i salotti della grande nobiltà parigina, poi ad un certo momento si chiude in camera, si asserraglia lì nella sua camera e comincia a scrivere "Il tempo ritrovato" in cui riqualifica tutti i personaggi, sostituisce l'ironia a quello che era un rapporto precedente di soggezione, descrive una nuova nascita, attraverso appunto il linguaggio, attraverso un nuovo riconoscimento che è conseguito al nuovo stile secondo il quale lui vuole essere inteso dagli altri, dandosi appunto una nuova nascita.

Ultimo aspetto, certe volte anche tragico che c'è nel riconoscimento, è quello del riconoscimento tardivo. L'abbiamo provato più o meno tutti, il caso dello scolaro, dell'allievo che dopo molto tempo viene a manifestare un atteggiamento di gratitudine " Lei non può avere idea di cosa è stato tale ecc…". Ma ci sono anche casi più tragici di questo che proprio esprimono il tragico: pensate, non so, "La strada" di Fellini, quando lui, dopo aver così (il personaggio interpretato da Antony Queen insomma) maltratta, strapazza, trascura Zampanò ecc.. e poi alla fine, scoppia in pianto sulla tomba, cosa che si trova esattamente nella " Belva nella giungla" di Hanry James, dove c'è un uomo che attraverso tutta una serie di odissee, poi riconosce questo valore insostituibile della sua compagna e scoppia, schianta in pianto sulla sua tomba.

Questo, però, non è semplicemente tardivo, questa è una condizione anche tragica che dobbiamo riconoscere nell'esistenza e cioè il fatto che occorrono dei fatti così decisivi come la scomparsa della vita, la morte ecc… per riconoscere quel valore universale che c'era in una persona. Talvolta è solo attraverso la morte che una persona assume questo valore universale che prima non aveva, fa parte della nostra condizione, della condizione della mortalità, della finitezza. Come diceva Artuò " La vita non si può guarire".