L'importante è mettersi dal
punto di vista di chi ascolta. Per quanto semplice una vita è di per sé
complessa, per varie stratificazioni ed eventi; penso che ognuno, posto
di fronte ad una domanda impossibile come questa, possa essere aiutato
solo se riesce a mettersi nei panni o nelle menti, nei cuori di chi
potrebbe ascoltare. Noi abbiamo davanti maestre e maestri, professoresse
e professori e dirigenti scolastici; penso che il taglio più giusto sia
quello di parlare degli aspetti più professionali anche se la
professione e "l'altra parte della vita" si intersecano necessariamente,
soprattutto quando si praticano mestieri come questo della formazione,
in cui l'altro, le persone, le facce, gli altri insomma sono sempre
presenti.
Passando il tempo, ho sempre
più davanti una "confusione": vita professionale, vita familiare; sembra
che non ci sia interruzione, non ci siano cesure. Uno esce da casa e va
in un'altra "casa", senza che ci sia una grossa interruzione; a volte si
è gonfi di emozioni quasi nella stessa misura. Ad esempio, quelle che
vengono chiamate le esperienze genitoriali o anche le esperienze di
coppia, non si esauriscono nella famiglia … perché nell'esperienza
organizzativa le relazioni con i collaboratori e con i colleghi possono
rimandare ai situemi familiari e viceversa, quando ritorniamo in
famiglia, noi portiamo dentro continuamente il carico emozionale che
abbiamo sperimentato nelle ore del lavoro.
Detto questo, posso dire di avere avuto un imprinting fondamentale
rispetto alla scelta di fare questo mestiere, che risale al 1963. Mi
stavo laureando in Legge con una tesi in Sociologia del Diritto con
Renato Treves, titolare della cattedra di Filosofia del Diritto e di
Sociologia del Diritto alla Statale di Milano, e collaborava con
"COMUNITA'", la rivista del movimento comunitario di Adriano Olivetti.
L'azienda di Ivrea aveva invitato i professori universitari che
collaboravano con la rivista ad inviare ad uno stage che durava circa
tre mesi, un gruppo di laureandi, con spiccati interessi di ricerca
nelle scienze sociali. Renato Treves invitò anche me e così mi trovai
all'Olivetti, nel 1963, con un gruppo di quaranta giovani che si stavano
laureando nelle università italiane.
In questo gruppo,
riflettendo retrospettivamente, vi erano dei personaggi straordinari.
Sergio Manghi, per esempio, uno dei sociologi più importanti d'Italia,
ha scritto pagine straordinarie sulle vicende sindacali è stato un
grande dirigente sindacale diventando poi autore sul mondo sindacale.
Nel giro di una settimana ebbi una sorta di shock perché fui messo di
fronte ad una sfilata di grandi personaggi: Luciano Gallino, Francesco
Novara, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, Gianluca Felicioli, Felice
Pesso, Tiziano Terzani e Paolo Volponi. Fui trasecolato: molti erano
autori che avevo letto, gente che amavo. Mi colpì molto trovarmi lì in
carne ed ossa queste persone, in azienda e quindi concretizzare
l'ipotesi che si poteva essere persone con interessi di ricerca
intellettuale e concretamente operatori in azienda. Molti erano
formatori.
Felice Pesso, Tiziano
Terzani, Luciano Gallino venivano in aula e ci raccontavano delle
storie. E io lì cominciai, malgrado la bassa autovalutazione di me
stesso che mi accompagnava da tempo, a pensare che quello lì poteva
essere il mio mestiere. Francamente fino ad allora non avevo delle idee
chiare su cosa fare. Studiavo diritto, mi ero trovato a fare Legge senza
una scelta precisa. Allora le possibilità di scelta erano più basse e
soprattutto lo erano le capacità dei ragazzi di autoriflettere su se
stessi. Mi ero imbattuto in filosofia del diritto che poteva darmi
un'ancora di salvezza all'ultimo momento; quell'esperienza di stage fu
determinante e mi segnò profondamente.
Dopo quest'esperienza tornai a casa, discussi la tesi, mi laureai e
considerai l'ipotesi di andare in azienda a fare un mestiere di questo
genere.
Poco dopo per una serie di
circostanze mi trovai in Rinascente/UPIM a occuparmi di selezione del
personale e di formazione. Lì facendo l'assistente ebbi il secondo colpo
di fortuna della mia vita professionale. La Rinascente/UPIM all'inizio
del 1966, era un posto di rilievo nel panorama dell'industria italianam
che aveva in sé qualità sia per scelte gestionali che per la presenza di
personaggi che vi lavoravano. In altre parole Rinascente/UPIM poteva
essere considerata la Olivetti del trading. In Rinascente/UPIM operavano
consulenti Angelo Pagani, la Gennaro Associati e, successivamente, Piero
Bontadini e Pasquale Gagliardi; si aggirava tra gli altri un personaggio
come F. Dessy, che avevo scoperto essere uno dei personaggi di "Buio a
mezzogiorno" di Koestler. Avevo all'epoca 26 anni appena compiuti; per
un ragazzo andare in giro in un'azienda siffatta significava confermare
quello che io avevo trovato in Olivetti, cioè che si poteva continuare a
fare cultura e svolgere contemporaneamente un'attività manageriale. Così
iniziai come assistente di Gianfranco Gambigliani Zoccoli, consulente
stabile di UPIM per i problemi di formazione del personale. Gianfranco
Gambigliani Zoccoli era stato negli anni '59 / '60 insieme a Claudio
Belli e Aldo Fabris, un fondatore dell'attività di formazione dell'ENI.
Ho avuto quindi la
possibilità di fare l'assistente di un uomo che ha scritto pagine
fondamentali per l'attività di formazione manageriale di questo nostro
paese. Claudio Belli aveva lasciato l'ENI ed era approdato in
Rinascente/UPIM. Gambigliani Zoccoli e Aldo Fabris furono assunti
dall'IRI per fondare l'IFAP, la prima business school interna di
un'azienda italiana, una delle esperienze e dei luoghi fondamentali per
lo sviluppo di una cultura manageriale del nostro paese e per la
fondazione delle pratiche della formazione manageriale.
Questa è la mia origine di
storia. Quello che posso raccontare da questo punto di vista è che se io
dono qualcosa a qualcuno oggi, o se ho donato qualcosa a qualcuno nella
mia vita professionale, tutto questo è accaduto e accade in relazione ad
uno scambio. Nei primi cinque, sei anni della mia vita professionale ho
ricevuto una massa di doni elargita con una generosità e oblatività
straordinarie, una massa tale che io non riuscirò mai nella mia vita a
restituire in modo congruo. Vivo un sentimento di profonda gratitudine
della vita e del caso, che mi hanno messo di fronte a tanti maestri,
"stando sulle cui spalle", come direbbe R. Merton, ho potuto vedere la
vita in una certa maniera.
Per continuarela mia storia:
la Rinascente/UPIM alla fine degli anni '60 viene acquisita da FIAT;
Claudio Belli aveva lasciato già l'azienda, e anch'io pensai di lasciare
perché FIAT, nella mia ipotesi, non avrebbe garantito la continuazione
di quel modello di sviluppo.
Rispondendo ad un annuncio
del Corriere della Sera, senza capire molto bene il perché - la mia
"sprovvedutezza" è sempre stata alta - mi sono trovato a fare
l'assistente di Ulderico Capucci in Unilever Italia, transitando così da
un'azienda imprenditoriale "familiare" ad una multinazionale.
Delle multinazionali non
sapevo niente; le informazioni che si potevano avere all'inizio degli
anni '70 non erano come quelle attuali. Ma in Unilever trovai un
ambiente straordinario dal punto di vista dell'etica del business e
delle relazioni umane. C'era una quasi assenza di lotta di potere
rispetto a quello che avevo sperimentato in Rinascente/UPIM tra i grandi
dirigenti dell'azienda. Mi trovai a fare un ruolo solo professionale,
iperspecialistico mentre in Rinascente/UPIM avevo avuto anche
responsabilità gestionali del personale e lì potei, proprio insieme ad
Ulderico Capucci, approfondire la mia professionalità di formatore.
Nel giro di un anno mi
capitò un'altra "botta di fortuna", nel senso che Capucci lasciò
l'azienda: non fu una fortuna per l'azienda, ma fu una opportunità per
me, nel senso che mi trovai improvvisamente solo. Ebbi una forte
depressione e anche paura di non reggere l'urto della responsabilità
nell'azienda: la popolazione aziendale era circa di diecimila persone,
con mille tra manager e junior manager da formare. Quel momento
depressivo fu fondamentale perché insieme a Pippo Senise, che allora era
il mio collaboratore, decidemmo che noi abbisognavamo come azienda di un
pensiero, di una riflessione più densa sulla formazione, più pregnante
di quella che avevamo a disposizione. Era la fine del '72: allora si era
"inchiodati" alla teoria dei sistemi e a tutto il bagaglio delle
neo-relazioni umane. I modelli che portavamo in aula erano modelli
tendenzialmente predittivi, cogenti, e anche se apparivano come modelli
avanzati, venivano presentati come delle "best ways", come delle
modalità eccellenti per fare le cose, di per sé indiscutibili. Quasi un
un approccio platonico.
Noi, di fronte a questa
"utensileria", a questo "insieme di strumenti", di riferimenti teorici,
avemmo in quegli anni per certi aspetti il merito e il coraggio, di dire
che ci occorreva qualcosa. Ci sentivamo un po' spogli, nudi; le sfide
che avevamo in aula da parte dei manager erano impegnative. E noi
sentivamo una diffusa mancanza.
Allora ci mettemmo a cercare in maniera abbastanza intensa e per qualche
mese, per una sorta di lapsus forse comprensibile, non ci rendemmo conto
che avevamo la soluzione in casa. Pippo Senise aveva un padre, Tommaso
Senise senior, che è stato ed è un grande della psicoanalisi italiana.
Tommaso Senise senior è lo psicoanalista italiano che più si è occupato
di problematiche degli adolescenti e che ha avuto per moltissimi anni un
ruolo dominante come modello di riferimento etico professionale.
Ricordo che ad un certo
punto chiesi a Pippo Senise: "Perché non chiedi a tuo padre dove diavolo
possiamo cercare qualcosa o qualcuno?". Avevamo l'intuizione che ci
volesse qualcosa di più profondo della psicologia sociale, ispirata
dalle neo-relazioni umane.
Tommaso Senise ci rispose
invitandoci a contattare da Luigi Pagliarani, l'unico, nella sua
opinione, che tra gli psicanalisti italiani si occupasse di
organizzazione e di lavoro.
Incontrammo Luigi Pagliarani,
e con lui la socioanalisi, quel grumo di pensiero e di pratiche
originatosi dalle pratiche cliniche di Bion alla Tavistock Clinic a
Londra e applicato nei primissimi anni del dopoguerra da Elliot Jaques
in ambienti organizzativi aziendali, e successivamente arricchito dalle
pratiche di intervento di sviluppo organizzativo a indirizzo clinico
nelle organizzazioni da parte dello stesso Jaques, di Brown, di Rice e
della Menzies. L'idea centrale della socioanalisi è che l'organizzazione
sia utilizzata dagli attori organizzativi non solo per portare avanti il
compito primario dichiarato, ma anche per difendersi - attraverso il
meccanismo difensivo della istituzionalizzazione - dal cumulo di ansie
di base che l'incontro con l'organizzazione suscita e rinnova rispetto
all'esperienza della prima infanzia negli attori organizzativi.
Questa idea che
l'organizzazione possa essere usata inconsciamente da chi vi lavora per
difendersi da una serie di ansie legate alla storia personale, che sono
sopite ma che l'esperienza organizzativa fa riemergere come un fenomeno
carsico, è un'idea che non ho più abbandonato.
Negli anni di collaborazione
con Pagliarani costituimmo un gruppo e portammo avanti questa ipotesi,
questa via psico-dinamica, toccando sia gli aspetti di formazione
manageriale sia gli aspetti di sviluppo organizzativo attraverso
processi di cambiamento.
Lei ha
sostanzialmente già risposto anche ad altre due domande nelle quali
pensavamo di chiederle delle sue relazioni più significative sia a
livello professionale che personale e di quali tra le opportunità che la
vita le ha offerto, pensa di aver colto.
Un'altra discontinuità, un
altro passaggio importante accadde a metà degli anni '80, quando,
esattamente nel 1984 "scoppiò" la sfida della complessità da parte di
Bocchi e Ceruti: Improvvisamente la cultura italiana si trovò di fronte
a un nuovo paradigma e al pensiero di un manipolo di studiosi che erano
sempre stati tenuti ai margini: Prigogine, Stengers, Varela, Maturana,
Morin, von Foerster, Atlan.
Ma già prima dell' 84 si era
compreso da parte di alcuni come la cultura manageriale italiana avesse
bisogno di una svolta epistemologica. Erano usciti dei libri prima
dell'84 sul tema della complessità, direi abbastanza clandestini, che
però furono come delle avvisaglie, delle avanguardie. Nell'81 uscì un
libro di due autori straordinari, Pardi e Lanzara, "L'interpretazione
della complessità", Guida, Napoli: in quel libro si sosteneva che la
complessità non fosse una caratteristica ontologica dell'oggetto, quanto
un punto di vista dell'oggetto sul soggetto. Tutto questo adesso sembra
ovvio, ma sentirlo e leggerlo nel 1981 provocava uno shock, almeno per
me.
Lavorando con Diego
Napolitani poi ci rendemmo conto, lui si rese conto, che la psicoanalisi
e quindi anche la nostra psico-socioanalisi erano sempre state
complesse: la circolarità osservatore-osservato, la circolarità tra
transfert e controtransfert, l'assoluta soggettività del tempo … Diego
Napolitani fu il primo in Italia che comprese che il paradigma della
complessità era tipico anche della psicanalisi. Noi ce ne rendemmo conto
un po' dopo.
Prima ancora ci fu un libro di Gargani, " La crisi della ragione", che
aprì il dibattito nel nostro Paese sull'opportunità di una revisione del
paradigma platonico della nostra cultura capace di identificare alcuni
strumenti e procedure di carattere intellettuale con un dominio stesso
della realtà e dei comportamenti umani.
Poi ci fu il libro di Munari
e Fabbri - due piagetiani - "Strategie del sapere", che parlava di
epistemologia genetica. Parlare di epistemologia genetica nell'81-82 non
era una cosa di tutti i giorni, né un approccio da tutti accettato.
Ricordo che allora incominciai a dire ai miei colleghi più giovani in
azienda che noi dovevamo mettere insieme, tentare di fare una grande
sintesi tra epistemologia della complessità e la psico-socioanalisi.
Più tardi, verso la fine
degli anni '80, inizi degli anni '90, scrissi un libro: "La solidarietà
organizzativa" che aveva proprio l'obiettivo di trovare una solidarietà
tra il soggetto e l'organizzazione e poneva come sfondo epistemologico
all'interno del quale operare per una solidarietà tra soggetto e
organizzazione la ricerca della solidarietà tra psicosocioanalisi e
complessità.
Questo fu l'ultimo gradino
della nostra ricerca. Siamo un po' bloccati da qualche anno, nel senso
che dal punto di vista epistemologico siamo ancora dentro questo loop.
In questo mesi sul mio tavolo c'è una nuova sfida su cui sto lavorando
come ricerca, su cui sta lavorando anche Napolitani: la sfida
dell'ambiguità. Spero di pubblicare un saggio entro marzo dell'anno
prossimo su questo argomento.
Ci sono studiosi che hanno
già studiato questo argomento: spunti sparsi, non collegati, un po'
clandestini. Weick, per esempio, ha scritto sull'ambiguità e mi pare che
questo tema - l'ambiguità accostato a quello dell'ambivalenza - sia un
"sentimento del tempo" come diceva Luigi Pagliarani.
Avremmo ancora un paio di domande. Nel suo ultimo libro: "La valutazione
riconoscente" Lei parla di quattro generazioni della valutazione:
positivista, pragmatica, costruttivista e fenomenologica, quella
attuale. Quali atteggiamenti possono mettere in atto gli insegnanti per
attivare un processo di valutazione adeguato?
La valutazione oggi, se è
vero che noi siamo nella società della conoscenza - e in questo senso
ognuno di noi ri-nasce tutti i giorni - non può che essere un processo
che accompagna continuamente l'attività di lavoro, l'attività di
apprendimento.
In altre parole apprendere e
valutare l'apprendimento sono la stessa cosa: circostanze una dentro
l'altra, eventi che si connettono l'uno con l'altro. Il problema è che
quando si valuta occorre creare nel setting un "pathos", un fatto patico,
emozionale uguale a quello che ha innestato il buon apprendimento.
Questa è una tesi sul "buco nero" della valutazione. In un articolo
pubblicato da OIKOS nel '95, Goudsmith afferma che se si riesce a
ricreare questa emozione patica, transferale - contro transferale che ha
generato l'apprendimento, allora c'è la possibilità di innestare,
attraverso la valutazione dell'apprendimento, un nuovo apprendimento e
aiutare il bimbo/a, lo scolaro, il manager a cogliere, a tollerare la
ferita narcisistica, implicita nell'apprendimento.
La persona - diceva ieri
Napolitani - è di fronte ad un nuovo io che concretizza la perdita del
controllo dell'io precedente, è la "catastrofe"; è quello che Bion
chiamava "cambiamento catastrofico". Nell'apprendimento dunque c'è una
ferita narcisistica nel senso che c'è una perdita del controllo e
dell'identità precedente. Questo è il problema: aiutare a tollerare
tutto questo, perché il nuovo che arriva, distrugge ma insieme
costruisce. C'è sempre stato questo enorme problema e questa è la sfida
della valutazione riconoscente.
Un'ultima domanda riguarda la speranza. Abbiamo letto su una rivista -
"La Repubblica delle Donne" inserto di Repubblica del 25 giugno 2005 -
un decalogo sulla gestione dell'azienda. Uno di questi recita: "Saper
sempre infondere la speranza".
Saper infondere speranza ci sembra un'idea molto affine al nostro
lavoro, visto che lavoriamo con dei ragazzi, con il "futuro", ma è molto
difficile. Lei che cosa ne pensa?
Il tema della speranza è un
tema in sé importante, denso. Su questo posso concordare completamente.
Il problema è come si veicola, come si nutre, come si investe in
speranza. Il tema della speranza è legato alla consapevolezza del
rapporto con la capacità di dare ascolto a se stessi, con l'esigenza di
una crescita continua, di non ascoltare false abnegazioni, di non
aderire alle sciocchezze dei profeti delle tautologie perché, come dice
Josif Brodskij, "una e una sola è la vita assegnata a ciascuno di noi e
sappiamo benissimo come va a finire; sarebbe un peccato sprecare
quest'unica possibilità, ripetendo l'aspetto esteriore di qualcun altro,
riducendo tutto a una tautologia - tanto più sarebbe un peccato perché
gli araldi della necessità storica, su istigazione dei quali un uomo
potrebbe indursi ad accettare questa tautologia, non scenderanno nella
tomba con lui e neanche gli diranno grazie".
Dobbiamo temere soprattutto
gli assassini della speranza, i predicatori di tautologie, e vigilare
affinché personalmente non si corra il rischio di inconsapevolmente
nutrire al nostro interno una parte di noi aralda delle tautologie e
nemica della nostra speranza.