INTERVENTO INTRODUTTIVO DI DIEGO NAPOLITANI SUL RICONOSCIMENTO
Idem,
ipse, altro. Intervento di Diego Napolitani Scuola Estiva -
Bressanone 1.7. 2005
Mi azzardo a porvi
alcune idee, che nascono da anni di lavoro sul tema della
conoscenza.
Propongo una visione che
potrebbe esserci utile per approfondire la tematica di cui ci stiamo
occupando a partire da una dizione misteriosa che proviene da
lontano, dall’oracolo di Delfi, conosci te stesso, come se
questo invito fosse enigmatico.
Apparentemente ciascuno
di noi potrebbe dire: io conosco me stesso, io so quali sono le
mie attitudini, i miei gusti… Allora perché l’oracolo si è
scomodato a invitare l’uomo ad una pratica della conoscenza
apparentemente connaturata con i nostri dispositivi mentali, con le
nostre arti? Perché conosci te stesso?
Prima Varchetta diceva
che la plenaria è anche l’occasione perché ciascuno possa riproporsi
come individuo all’interno del grande gruppo, come individuo
pensante che ci racconta che cosa è passato per la sua mente, le sue
emozioni. Oggi è un luogo comune, in un certo ordine di pensieri,
quello di smantellare il concetto di individuo non
ulteriormente divisibile e di parlare di dividuo. Appartiene
al paradigma della complessità, qualcosa che trascende anche un
particolare modo di coniugare se stessi con il mondo. Quello che
fenomenicamente ci risulta come non ulteriormente divisibile,
fenomenologicamente invece ci appare come assolutamente divisibile.
In che senso? Si è parlato di identità molteplici: Gargani faceva
cenno al fatto che una biografia è fatta di molteplici biografie,
non c’è un’unica biografia. Noi possiamo raccontarci enunciando una
teoria scientifica, facendo una poesia, una dichiarazione d’amore
che corrispondono a biografie diverse, cioè a riferimenti, a storie
e a prospettive diverse l’una dall’altra. Ora io cercherei di
proporvi un’indicazione di come possiamo raffigurarci questa
dividualità che ognuno di noi è strutturalmente.
Disegno tre palle: una
la chiamo idem, l’altra ipse, la terza
altro.
Ma l’altro non è
fuori dai confini del mio corpo? Perché metto l’altro come
ente che costituisce la mia individualità la quale contiene queste
tre polarità? Io sono io in questo momento perché ci siete
voi. Sarei altro se non ci foste voi. La vostra presenza qualifica
il mio essere che si manifesta attraverso queste parole che non sono
altre, quelle ad esempio che io userei con i nostri albergatori
tirolesi o in altri assetti relazionali. Quindi io sono in
relazione. Ma essere in relazione non è un optional: io sono
comunque e sempre in relazione, anche se sono solo sono comunque in
relazione con presenze nella mia memoria, nelle mie aspettative; io
sono-con, sono in relazione a presenze fisiche o mentali.
Riflettiamo sul semplice
esperimento della deprivazione sensoriale: consideriamo un essere
umano messo in un ambiente chiuso, blindato, senza luci, senza
suoni. Dopo qualche dozzina di ore questa persona normale va
smarrendo progressivamente se stesso, fino a quando cade in una
situazione di demenza: la mente esce fuori di lui o lui esce fuori
dalla mente. E’ comunque il rompersi di una consapevolezza pur
essendo apparentemente in una condizione in cui dice posso
pensare ai fatti miei. Ad un certo punto non riesco più a
pensare neanche ai fatti miei. Allora la deprivazione sensoriale è
un esperimento che rimanda al fatto che se interrompiamo la nostra
relazione sensoriale col mondo, noi ci perdiamo, c’è un perdimento
di noi stessi. Ecco perché metto l’altro come componente
costitutiva della mia realtà personale.
Idem e ipse
sono termini quasi sinonimi; nel linguaggio corrente si
tradurrebbero come il sé medesimo, il sé stesso. Nella traduzione di
idem e di ipse si rimanda comunque alla medesimità, a ciò che
è costante, ciò che è definito del proprio esserci.
Ma a quali medesimi
facciamo riferimento? Con la parola idem indico quel
complesso di esperienze sedimentate della storia di ciascun essere
umano, dalla nascita al momento presente, quello che Gargani ci
ricordava come il mondo delle tradizioni, l’insieme delle esperienze
relazionali, affettive, intellettive che si sono sedimentate nella
storia di ciascuno di noi e che neurologicamente hanno costituito
una certa mappatura delle nostre cellule neuronali, una rete di
connessioni fra le cellule, reti che si formano in rapporto
all’esperienza. D’altra parte quella specifica struttura delle reti
neuronali consente o non consente una certa esperienza: c’è un
rapporto biunivoco fra strutture neuronali ed esperienze nel senso
di fare conoscenza di. Se non c’è una struttura neuronale di
un certo tipo non posso accedere ad una certa conoscenza, ma se non
c’è una certa conoscenza non si struttura quella rete neuronale.
Allora quando parlo
dell’ idem io parlo di ciò che si è formato dalla mia nascita
al momento attuale, ciò che si è formato come architettura
neuronica, come l’insieme di processi fondati sull’organizzazione
cellulare di cui è fatto il mio sistema nervoso centrale. Una nuova
esperienza può essere destruente per l’architettura culturale
e neurologica della mia identità, tanto da poter vivere questa
irruzione di una nuova esperienza come una catastrofe.
Ricordava Pino Varchetta
che un grande psicanalista ha connesso al concetto di cambiamento la
visione di una catastrofe: non c’è vero cambiamento che non sia
catastrofico.
E per catastrofe non si
deve intendere solo l’aspetto distruttivo, macroscopico, violento,
ma catastrofe è cambiamento di strofa, è entrare in un altro
orizzonte, è quindi destrutturare in qualche modo l’ordine
con cui la prima strofa si è compiuta, perché una nuova strofa si
possa aprire.
Allora il cambiamento è
catastrofico: al di là dell’idem, dell’identico, della
tradizione, avviene qualcosa che ha un portato catastrofico. Ma che
cosa è che può modificare l’idem? L’idem
cresce, non è solo il residuo della nostra esperienza sedimentata, è
certo questa raffigurazione di ciò che è stabilmente sedimentato in
noi, ma è aperto, ora più ora meno, in una persona più in una meno,
però è aperto a una possibilità di cambiamento strutturale. La
pensavo così, ora la penso in un altro modo. E domani continuerò a
pensare così o penserò in modo diverso? Non lo so.
Però sappiamo che
guardiamo con una certa inquietudine i cosiddetti voltagabbana,
quelli che la pensavano in un modo ed ora la pensano in modo
diverso. E dov’è l’uomo tutto d’un pezzo? Appare un uomo senza
qualità, direbbe Musil, nell’orizzonte delle esperienze umane:
un uomo non è agganciato alla propria storia, alla propria
tradizione in maniera tale da non poter lasciare questa zattera che
chiama il mio mondo, solo perché la paura dei flutti
del mare è tale da fargli apparire la zattera come terra ferma e
l’abbandono della zattera il rischio di perdersi nei flutti. Succede
invece che siamo tutti uomini senza qualità o c’è una parte di noi
che è disposta a questa conversione.
La conversione
non è un convincimento, non si tratta di convincersi. Il
convincimento rimanda a una rappresentazione bellicosa, per cui c’è
un vincitore e un vinto, un con-vincitore e un con-vinto,
c’è una guerra che non è sempre da vedersi nei termini del conflitto
vitale a cui più volte abbiamo fatto riferimento, ma la parola
convincere fa pensare sempre ad una situazione di subire la
legge del più forte. La conversione non è un subire, ma un
cambiare verso, cioè cambiare direzione della propria esistenza.
E ci sono conversioni che non sono in rapporto al dominio del più
forte, ma che nascono dentro di noi: una nuova visione, un nuovo
amore, un nuovo progetto. Nascono senza che nessuno ci abbia
obbligato col potere delle armi ad assumere questa nuova visione
come visione propria.
Allora da dove nasce
questa conversione?
Al polo opposto di
idem c’è l’altro, elemento strutturale della mia
esperienza. Ma l’altro è ciò che fisicamente, sensorialmente
io percepisco? L’altro come altro essere umano? L’altro
come oggetto? L’altro è oggettivamente l’altro o è già
vestito di qualcosa da parte mia perché io possa dargli un nome,
possa definirlo? Gargani ci parlava di dare un nome alle cose: se io
non do un nome alle cose, le cose non ci sono per me.
Dare un nome significa
ri-velare, velare l’oggetto (quello che sia, un essere umano,
un animale, una cosa) di qualcosa che proviene da me, gli do un
senso, lo intenziono in qualche modo. Gli do un senso all’interno di
un certo contesto culturale, ambientale, fisico…Quindi io vesto
l’oggetto nella sua nudità, tanto che io l’oggetto nella sua nudità
non riuscirò mai a coglierlo, ma coglierò sempre l’oggetto rivestito
da me, rivestito del senso che io gli do.
Che cosa è questo
vestire l’oggetto del senso? E’ simboleggiarlo, dargli un
significato simbolico. Anche Umberto Eco che si occupa di semiotica,
del rapporto fra segno e simbolo e così via, si trova in una certa
difficoltà quando cerca di dare un valore simbolico alla parola
simbolo.
Che cosa mai è il
simbolo? Il segno è chiaro: un semaforo è verde, rosso, giallo;
vado, mi fermo, è un segno, c’è quasi un automatismo rispetto al
segno. Ma cosa è il simbolo? E’ una nebulosa di segni? Per un certo
verso Eco sembra propenso a rappresentarsi il simbolo come una
nebulosa. Ma c’è qualcosa che va al di là di questa rappresentazione
fisica.
Allora cos’è il simbolo?
Deriva da sun-ballo, cioè metto insieme, connetto. Ma cosa
metto insieme se io simbolizzo il mondo in un modo piuttosto che in
un altro? Innanzitutto c’è una connessione fra quel me stesso
definito dalla mia pelle e quel me che io investo con una mia
capacità simbolica. C’è una connessione, una simbolizzazione che
potremmo dire: non c’è relazione che non sia relazione simbolica,
relazione connettiva, che non si esaurisce nella fisicità
sensoriale: io vedo un oggetto e dico che si chiama in un certo
modo. Questa non è una relazione, è solo un contatto sensoriale. Ma
che cosa è la relazione con l’oggetto? Si può parlare di relazione
solo se io ci metto qualcosa dentro questo rapporto e colgo quello
che l’altro ci ha messo dentro. Allora noi siamo in una corrente
comunicazionale che non si esaurisce con la semplice constatazione
dell’essere fisicamente presente in un modo contiguo all’altro, ma
c’è una connessione profonda, una comunicazione fra me e l’altro.
Si accennava ieri alla
differenza fra informazione e comunicazione: il travaso di saperi
nelle zucche degli studenti è una informazione. Ma l’informazione
esaurisce il rapporto docenti-allievi? Tutti noi diciamo di no, non
è ancora la relazione. C’è qualcosa d’altro e di questo qualcosa
d’altro ci stiamo occupando a partire dal tema del riconoscimento.
In questo metterci
qualcosa del nostro nell’altro e nella capacità di ricevere quel
qualcosa che l’altro mette nella medesima relazione dobbiamo
rappresentare un elemento strutturale del nostro dispositivo
conoscitivo che non è più idem. Idem è la cultura sedimentata
e come cultura sedimentata l’idem si esprime attraverso quello che
nel linguaggio comune diciamo preconcetto o pregiudizio, che
significa letteralmente: concetti, idee, giudizi fabbricati altrove,
in altri tempi che si sedimentano in me come se fossero miei. Per lo
più tutti procediamo nel contatto col mondo attraverso questo
dispositivo preconcettuale: vedo l’estraneo, dico "è un
extracomunitario" e mi dispongo in un atteggiamento di difesa. Non
so nulla dell’altro, quello che domina nel mio rapporto con questo
estraneo è un insieme di elementi appartenenti al mio idem, cioè
alla mia tradizione, alla mia cultura che mi fa connotare l’altro in
modo pressoché automatico come ilo nemico, la minaccia. Questo è un
modo pregiudiziale della conoscenza, ma non è ancora conoscenza nel
senso creativo, nel senso originale di cui noi tutti possiamo
disporre. Allora è necessario supporre che al dispositivo culturale
di cui tutti ci avvaliamo senza di esso, ad esempio del linguaggio,
non potremmo scrivere poesie: mi servo della mia lingua madre per
scrivere una poesia e per inventare una formula algebrica. Ma se
fossi solo incapsulato nel lessico familiare, negli slogan che hanno
caratterizzato la crescita della mia cultura nella famiglia, sui
banchi di scuola e in qualsiasi altro ambito e fossi solo l’archivio
di questi concetti, di questi giudizi fabbricati altrove e da altri
piuttosto che da me, io sarei soggetto, subiectus all’insieme di
pregiudizi che io necessariamente porto in me.
Che cosa significa
sottrarsi a questa condizione naturale della propria soggettività?
Questo mondo pregiudiziale raggiunge questa parte che possiamo
grossolanamente indicare come quel processo a cui diamo il nome di
autocoscienza, la dimensione riflessiva che riflette su se stessa.
Allora una parte di noi non è l’insieme di culture e di tradizioni,
ma è quella roba strana non solo difficilmente concettualizzabile,
ma difficilmente verificabile anche sul piano delle neuroscienze.
Dov’è la coscienza? Qual è il luogo della coscienza? Noi abbiamo i
vari luoghi della sensorialità, della motricità, ma dov’è il luogo
di questo atto riflessivo? Questo che penetra nelle compagnie delle
strutture neuroniche predisposte e le scompagina, e crea delle
connessioni insolite, fra situazioni che non sono connesse.
Pascal diceva che il
poeta è colui che congiunge le cose che sono naturalmente disgiunte
e disgiunge le cose che naturalmente appaiono congiunte.
Questo problema della
coscienza come autocoscienza e non come sensorialità è un problema
assolutamente aperto, però è quello che ci risulta nella nostra
esperienza quotidiana, questa capacità di ritornare sui nostri
passi, cercare di vedere ma io da dove vengo? In un film di
De Sica, "Miracolo a Milano", c’è l’immagine della nebbia a Milano e
i poveracci meridionali con la valigia di cartone che emergono da
dove in qualche modo si erano collocati durante la notte, arrivano
vicino a un carrozzone dove c’è l’indovino, il sapiente. Questi li
guarda, chiede il nome, fa dire tre parole, non di più e poi
pronuncia la sentenza: "chi sa da dove vieni, chi sa dove vai,
cento lire".
Noi ce lo chiediamo
tante volte: da dove vengo? Dove vado? Il passato che condiziona il
proprio futuro e il futuro che condiziona la lettura del proprio
passato, la rilettura e quindi anche la trasformazione.
Questo laboratorio
chi sa da dove vieni, chi sa dove vai è l’ipse, è
il centro dell’autocoscienza, è il luogo dove il passato viene
individuato, la propria storia è riguardata, dove viene riguardato
il proprio essere soggetti, è il luogo dove nasce il nostro essere
progetti. Noi non abbiamo progetti, noi siamo i progetti. Il
concetto di gettatezza di heideggeriana memoria potrebbe essere
tradotto: il nostro essere gettati significa il nostro divenire
progetti rispetto al nostro essere soggetti.
Noi diventiamo progetto
quando ci troviamo nella dimensione di investire il mondo della
nostra capacità simbolopoietica, di creare simbolo. Ma come
simbolizzo io il mondo? Come me lo rappresento? Che sussulti emotivi
crea in me quella persona piuttosto che quell’altra? La
simbolizzazione è il modo di esprimere ciò che nasce da questa
specie di laboratorio, l’ipse, dove il passato e il futuro
trovano coniugazioni singolari, da dove vengo, dove vado.
Da questo centro,
fenomenologicamente certo, dell’autocoscienza, della riflessività,
si produce un potenziale simbolico che è un potenziale trasformativo
dell’uomo. Io conosco l’altro, ma non lo conosco nella sua
definizione una volta per tutte. Nel momento in cui lo conosco io
trasformo l’altro grazie alle caratteristiche per cui la mia
attitudine simbolopoietica si manifesta. Dice Cassirer che il
simbolo come processo, come funzione, è sensibile in tutti i campi
della conoscenza, artistico, scientifico, amoroso; il simboleggiare
il mondo è il modo di trasformarlo nel momento stesso in cui lo
conosco, poi si andrà sviluppando.
La funzione simbolica
fra l’ipse e l’altro è biunivoca: io trasformo l’altro
e l’altro trasforma me. Il vostro ascolto mi trasforma, mi fa
pensare cose che magari non prevedevo di dirvi fino a quando non ho
cominciato a parlare. La vostra attenzione, il monitoraggio continuo
degli altri relatori, incidono il mio esserci qui con voi,
così come, credo, quello che io dico in qualche modo incide, cade
dentro, cambia.
(trascrizione a cura di
Silvia Orlandi)