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LETTERA AI RIFLETTENTI DA DANIELA TAMBURINI

 

Ho preso, per così dire, la penna in mano per partecipare in qualche modo ai discorsi appassionanti e raccontare qualcosa dell'esperienza teatrale di Bressanone, stimolata dalla quantità e qualità degli interventi che via via arricchiscono il vostro sito. Non è mio intento, sia chiaro, illustrare o spiegare l'evento a posteriori: riprodurre quanto accaduto attraverso racconti e memorie narrate seguirebbe uno stesso copione, fissando opinioni, emozioni o desideri in condensati anche creativi, ma sempre rigorosamente falsi, mai coincidenti con l'originale, anche riscrivendo momento per momento la storia vissuta. Non è detto nemmeno che la rappresentazione teatrale sia stata in grado, anche durante il suo accadere, di "tradurre" la complessità di quanto stava essa stessa narrando, la ricchezza sia degli interventi dei relatori che del lavoro delle persone coinvolte nei gruppi e la vivacità dell'evento nel suo complesso, ma nonostante ciò vi scrivo e ancora non per desiderio di semplificare o comprendere, né per "complicarci" ulteriormente la vita, cosa che in qualche momento possiamo desiderare, ma proprio per non capirci più nulla e abbandonarmi, insieme a voi, alla rammemorazione, per vivere l'emozione del suo fluire attraverso un breve racconto di quello che è stato il mio vissuto.

Appena varcata la soglia della "Festsaal" dell'Accademia Cusanus ho pensato alla trascendenza, o forse era la coda di una serie di immagini riflesse da campanili stretti tra i monti e cattedrali che svettano di botto dai vicoli oppure il ricordo di un film, la scena finale di Zabrinsky Point, o l'eco dell'esplosione dell'universo aristotelico. Comunque ho pensato alla trascendenza, e che lo spettacolo dovesse avere il cuore nella poesia della festa e il cervello anche. In effetti avevo pensato ad uno spettacolo divertente - ispirato a mitici spettacoli e film -, una sorta di canovaccio su cui costruire insieme piste di significato tematiche ispirate da un'attenta lettura dei testi dei relatori riferiti all'argomento, "messe in rete" e disegnate in modi fondamentali e in forme talmente ambigue da divenire spunto per nuove e successive elaborazioni, così da potersi aprire alle rappresentazioni dei partecipanti e alle modificazioni che sarebbero successivamente divenute centrali durante lo svolgersi dei lavori.

Il tema del riconoscimento è dunque risultato riletto come rispecchiamento, un tema sospeso tra formazione e deformazione, in cui chiamare in causa il problema del riconoscimento del proprio valore - immagine ma anche potere - : quando e come si manifesta la conferma diretta o indiretta del potere educativo? Del suo "aver lasciato il segno"? - che è un bisogno, uno degli elementi motivazionali di fondo delle professioni educative -. Spesso il potere è mascherato da sapere. Dunque uno spettacolo costruito sul rispecchiamento inteso come riconoscimento dell'alterità, in particolare dell'asimmetria costitutiva del rapporto educativo.

L'ipotesi era che favorire la nascita di identificazioni, rappresentazioni di sé e del proprio modo di intendere la realtà educativa avrebbe dato modo ai partecipanti di coinvolgersi in modo diretto, con poche mediazioni e, nello stesso tempo, di elaborare nuove concettualizzazioni a posteriori, in una successiva rilettura critica, ancorando parole, gesti, spazi, ritmi, oggetti e musica a vissuti emozionali ed esperienziali - come in effetti è accaduto, ad esempio, nella rilettura interpretativa che alcuni colleghi hanno generosamente proposto sul vostro sito - . Vi sono grata per l'entusiasmo con cui avete accolto la sfida e vorrei semplicemente esprimere, per quanto semplice non sia mai giocare con la risonanza dei fatti, quale si stata la mia emozione nel percepire il profondo "riconoscersi" comunitario nelle differenze di un testo che via via andava condensandosi in crescente attenzione, vivace curiosità, energia di tutte le persone coinvolte, fin dalla prima lettura, la prima sera, in quelle che parevano le cantine del palazzo - vista l'ora e il pellegrinaggio da una sala all'altra, e la luce che piano piano, spegnendosi, ci obbligava ad avvicinarci gli uni agli altri, apparentemente stretti intorno a quei fogli, ma in realtà stretti intorno a quelle tematiche che ci permettevano di riconoscerci nella stessa passione -. Alzati gli occhi dalla carte ci siamo guardati, per un attimo estatici, come se ci fossimo visti di nuovo, subito nella parte. Ecco la ragione per la quale in brevissimo tempo siamo giunti a mettere in scena la bellezza: perché l'abbiamo riconosciuta in noi stessi.

L'esperienza fatta insieme a voi ha trasformato il vuoto del dire in un invito al silenzio. Ricordo benissimo il silenzio degli attori prima dell'arrivo degli "spetta-attori", attori anch'essi, coinvolti in un'attesa a forma di punto interrogativo…Il silenzio di pochi attimi prima della cerimonia, mentre qualcuno ripassava la parte cercando un briciolo di luce, aggiustava un papillon, puntava lo sguardo su un angolo di sedia, qualcun altro camminava lentamente gesticolando sommessamente, ripassando movimenti, o all'ultimo momento cambiava idea sul personaggio, metteva e toglieva una sciarpa. Ringrazio vivamente tutti per aver prodotto insieme un evento di grande teatro, una composizione corale delle nostre storie e, perché no, anche della nostra storia (altro spunto interpretativo…). Il silenzio ha lasciato parlare le persone, gli oggetti, l'aria e la musica insieme, modificando lo spazio in un luogo dal pavimento morbido su cui poter vivere alternativamente realtà e sogno. Quel silenzio e quelle voci dicevano a tutti quelli che erano lì che lì c'era, se non proprio il reale, almeno il suo effetto, qualcosa di cui avere immensa cura.