BREVE DIARIO DEI CORSI DI RAFFAELLA CALEGARI
PRIMO GIORNO DELLA SCUOLA ESTIVA
Il primo
giorno della scuola estiva comincia con l’intervento di Giorgio
Gargani che, con la consueta appassionata ricchezza di riferimenti
testuali, delinea la valenza teorica del riconoscimento (parola
chiave del corso) nella tradizione del pensiero occidentale.
Attraverso alcune tappe salienti (da Platone al Dante del canto XXVI
dell’Inferno al Don Chisciotte al re Lear di Shakespeare alla
dialettica servo padrone di Hegel fino ai turbamenti del giovane
Torless e oltre) si configura la ricchezza di significati del
riconoscimento:
il suo
problematico rapporto con la conoscenza in senso lato, come
conoscenza di sè e delle proprie emozioni anche più oscure, il ruolo
dell’altro, la narrazione come momento fondante.
Segue il
Blob di Varchetta e D’Incerti: i brani di film proposti raccontano
storie in cui il riconoscimento da parte dell’altro (anche di una
persona sconosciuta come in Shall we dance)
è
fondamentale (per affermare le proprie idee e capacità, per superare
i momenti difficili, per accettarsi nei cambiamenti problematici
come l’adolescenza).
Quindi i
corsisti sono chiamati a riflettere nei gruppi sulle proprie
esperienze di riconoscimento e nella restituzione emerge un primo
risultato: i corsisti si sono riconosciuti attraverso la narrazione.
Nei
racconti riportati si evidenzia un filo ricorrente: adulti che hanno
sperimentato il riconoscimento da parte dei giovani (studenti e o
figli): qualcuno dice esplicitamente che l’insegnante non ha altri
riconoscimenti del proprio lavoro e quindi lo verifica nella
relazione interpersonale(lo stesso sembra valere per il genitore).
L’intervento di Varchetta associa l’idea di scuola buona alla madre
sufficientemente buona di Winnicott che tutti noi abbiamo avuto per
poter amare e lavorare.
La
mattina del secondo giorno, sulla strada per l’Accademia Cusanus, si
riflette: perché nei gruppi abbiamo parlato del riconoscimento
dell’altro nei nostri confronti e non del nostro riconoscimento
dell’altro (ad es. dello studente); non può essere "pericoloso" il
riconoscimento come dipendenza (dell’allievo nei confronti
dell’insegnante)?
IL SECONDO GIORNO DELLA SCUOLA ESTIVA
Si
riparte con la seconda visione del blob “Il riconoscimento”,
efficace stimolo, nella sua varietà di situazioni, per la ripresa
dei lavori di gruppo.
Tema di riflessione, questa volta, è il riconoscimento nel suo
rapporto con il conoscere (“Il conoscere presuppone un atto di
riconoscimento? Rispetto a quali criteri e entro quali vincoli?”) e
nella complessità dei suoi significati (“‘E' il risultato di una
varietà di fattori?”).
Seguono i
contributi teorici di Agiman, Gargani e Varchetta sulla pluralità di
significati del riconoscimento.
Daniele
Agiman parte da situazioni comuni ( i litigi) o proprie della sua
professione (l’esecuzione di un concerto) per evidenziare da una
parte l’esigenza dell’essere riconosciuti per quello che si è
(mentre gli altri ci rimandano a volte un’immagine diversa di quella
che abbiamo di noi stessi), dall’altra l’esperienza che quello che
facciamo è diverso da quello che pensiamo di aver fatto, nel
riconoscimento degli altri ma anche nel nostro. A lui, come
direttore d’orchestra, capita a volte di di terminare un concerto
con una sensazione di pienezza e soddisfazione e di riscontrare
invece nella critica degli amici una accoglienza tiepida. O
viceversa.
Rileva
inoltre che aver conoscenza delle cose mentre si agisce è difficile,
che è forte il preconcetto, cioè lo scarto tra quello che immagino e
quello che succede (elemento, questo, che interviene anche nella
relazione interpersonale). Un altro aspetto che emerge dalle sue
esperienze è la doppia valenza del riconoscimento: il momento della
contemplazione e staticità e il momento del movimento e, quindi, di
una nuova conoscenza.
L’intervento di Giorgio Gargani questa volta è incentrato sul
riconoscimento come auto coscienza e sull’importanza di “apprendere
ad apprendere, conoscere a riconoscere”. L’io non è il regista
supremo degli eventi, ma è parte degli stessi: il ridimensionamento
della componente narcisistica dell’io crea uno spazio vuoto per
nuovi pensieri e nuove rappresentazioni, è la condizione per creare
nuove conoscenze e per la relazione, mentre la mente “piena” è un
ostacolo. Gargani suggerisce anche che il riconoscimento non può
prescindere dalle componenti delle tonalità linguistiche ed
estetiche della comunicazione.
Nella
seconda edizione del corso la novità è rappresentata dal contributo
di Diego Napolitani: a partire dall’invito misterioso dell’oracolo
(“conosci te stesso”) propone un’analisi della “dividualità”
dell’individuo, cioè delle identità plurime in cui ciascuno può
riconoscersi. Gli elementi costitutivi della sua riflessione sono :
l’altro, l’idem e l’ipse, nelle loro relazioni. L’altro perché l’io
è sempre in relazione: anche quando sono solo, io sono con, sono in
relazione a presenze fisiche e mentali.
L’idem è
il complesso di esperienze sedimentate dalla nascita all’attualità,
il mondo delle tradizioni, delle esperienze affettive e
intellettuali che ci hanno costituito nelle nostre mappature
neurologiche, consentono le ulteriori conoscenze e ne sono
costituite in una relazione biunivoca.
L’esperienza nuova può essere destruente per l’identità e
l’irruzione del nuovo può essere vissuta come catastrofe ma
nell’etimologia della parola “catastrofe” è compresa la possibilità
del cambiamento, di una nuova “strofa”. L’idem cresce e tutti siamo
anche “uomini senza qualità”, cioè disposti al cambiamento,
nonostante la paura che questo ci suscita.
E' nella
relazione con l’altro che nasce l’ipse, nel “mettere qualcosa e nel
riconoscere qualcosa”: l’ipse rappresenta la sottrazione alla
soggettività intesa come subalternità, è la parte di noi che
scompagina il laboratorio delle nuove conoscenze in cui da soggetti
subalterni diventiamo progetti, anche se neutralizzare il
cambiamento è la pratica quotidiana.
Il
pomeriggio incomincia con la proiezione del cortometraggio “Emilie
Muller”, storia di un’aspirante attrice che si presenta per un
provino e, simbolicamente, di un doppio riconoscimento: quello della
ragazza Emilie, che si narra (nella sua storia, nei suoi sogni)
attraverso una serie casuale di oggetti, presi da una borsa e quello
del regista che riconosce in lei non solo la sua “attrice” ma anche
la creatività a cui aspira.
La
proiezione anima il dibattito: gli interventi rivelano
riconoscimenti e disconoscimenti(anche questa è stata una parola
ricorrente nel corso), nel e attraverso il personaggio di Emilie.
Pino
Varchetta rileva il tema della mancanza come possibilità e non come
lacuna: per Emilie la borsa è un mezzo, un’occasione.
Un’altra
notazione importante riguarda l’elemento della sorpresa (nel film il
colpo di scena finale), come elemento del riconoscimento, che in
alcuni casi assume la forma di una sorta di miracolo.
Attraverso la storia del film emergono altri aspetti: il coraggio di
chi si racconta (si riconosce e si fa riconoscere) e di chi, anche,
sa riconoscere; la creatività sia nella sua dimensione cognitiva,
come produzione di nuove conoscenze ma anche appropriazione di
conoscenze, sia nella dimensione emozionale dell’autocoscienza e
dell’incontro con l’altro.
Giorgio
Gargani ritorna sul problema della necessità di un nuovo linguaggio:
così come ogni paradigma scientifico ha introdotto nuove metafore,
capire l’altro è tradurre dal suo linguaggio al nostro, per cui
l’ascolto non può essere solo empatia. Conclude con una citazione da
Prigogine: la scienza è ascolto poetico della natura e dialogo
sperimentale con la natura.
Dopo una
sessione di lavoro di gruppo dedicata al tema “Linguaggi e contesti
di riconoscimento”, la lunga e intensa giornata si conclude con la
restituzione del lavoro dei gruppi in seduta plenaria.
Dai
resoconti dei coordinatori emerge la ricchezza del dibattito, che ha
utilizzato con creatività gli spunti offerti, teorici e visivi, come
chiave interpretativa delle proprie esperienze professionali e
personali .
Si va dal
problema del riconoscimento nel rapporto maestro allievo alla
motivazione e alla necessità delle cure per consentire opportunità
di riconoscimenti alla necessità di essere disponibili (non si può
prescindere dal sociale) al riconoscimento di un bisogno emotivo.
Vengono
raccontate storie e proposte metafore. Il tema del riconoscimento è
analizzato nei suoi aspetti emotivi e relazionali, più coinvolgenti,
ma anche nelle componenti cognitive, perché: “più conosciamo più
abbiamo la possibilità di riconoscere”.
C’è chi
evidenzia la necessità di andare oltre i propri schemi, chi
definisce il riconoscimento come il lasciarsi sorprendere da sè e
dall’altro (persone ma non solo). Perché il riconoscimento avvenga
sembra importante anche la cura di sè e dell’altro.
Ci si
chiede se il controllo razionale dell’emotività faccia conoscere o
no, si rileva anche la natura del linguaggio nella professione
insegnante come possibile limite al riconoscimento, ma anche il suo
possibile buon uso come invenzione. Viene proposta la catena:
conoscere, riconoscimento, autoriconoscimento.
Al
termine dei lavori ci si affretta a cena. Alle 21.30 infatti è
previsto lo spettacolo teatrale realizzato da un gruppo di
partecipanti con la guida di Ines Cafiero, Paola Giacomello e
Daniela Tamburini.
TERZO GIORNO
DELLA SCUOLA ESTIVA
L’ultima
giornata di lavoro, inizia presto, nel duomo di Bressanone, con un
concerto d’organo eseguito per i partecipanti dai maestri Toeffler
(primo turno) e Comploi (secondo gruppo). E’ un momento toccante.
Subito
dopo è il momento del resoconto finale per gruppi di scuola. I
docenti dello stesso istituto si ritrovano con il proprio dirigente,
per discutere come progettare e realizzare iniziative di
condivisione dell’esperienza vissuta nella propria scuola.
Nella
plenaria finale del primo turno Pino Varchetta osservando l’ingresso
un po’ sparpagliato dei corsiti, introduce sottolineando come,
forse, la ritrosia a cominciare è il segno della difficoltà a
concludere questa esperienza, ad abbandonare la scena di un percorso
che si è vissuto con coinvolgimento.
La
restituzione dei gruppi di lavoro della mattina denota l’originalità
e l’intensità con cui i partecipanti si sono confrontati con tutte
le tematiche proposte, sempre però con l’occhio rivolto all’azione e
al rapporto educativo, alla possibilità di trasferire nel contesto
delle proprie scuole il tema del “riconoscimento”, nella pluralità e
complessità dei suoi significati.
Si nota
che spesso si tende a privilegiare l’apprendimento e si trascura la
parte emotiva, e quindi ci si propone di dare attenzione all’
emotività, di “riconoscere” l’alunno, il collega, noi stessi, pur
nella consapevolezza dei momenti di alta problematicità nella scuola
e della mancanza di ricette.
C’è chi
evidenzia il problema del riconoscimento nella e da parte della
leadership o lo individua come questione centrale, in relazione alla
specifica situazione della propria scuola . Si nota che l’obiettivo
della scuola è l’apprendimento degli studenti, si pone anche però il
problema del contatto con il territorio e del suo riconoscimento.
Si
evidenza anche la necessità di misurarsi con il conflitto.
Nell’intervento di Napolitani il riconoscimento è stupore ed è
concepimento in quanto trasporta nel mondo la relazione tra due
estranei.
Nel primo
gruppo Pino Varchetta conclude sulla coniugazione del conoscere con
l’amare e sul ritorno da questa esperienza, che comporta l’incontro
con chi non vi ha partecipato.
Nella
plenaria conclusiva del secondo turno alla restituzione dei gruppi
segue il blob che “riassume” con le immagini gli aspetti salienti
del corso: le parole chiave intorno a cui si è sviluppata la
riflessione, i docenti, i diversi momenti di lavoro, compresi i
concerti nella cattedrale di Bressanone.
Agiman
osserva, rifacendosi alla sua esperienza di direttore d’orchestra
che la sua percezione dei due gruppi è stata diversa. Il primo
gruppo gli è sembrato vicino all’ordine composto e magico di
un’orchestra giapponese. Il secondo invece gli è sembrato
rispecchiare un altro tipo di magia orchestrale: quella più
scompigliata e calorosa di un’orchestra mediterranea. E’ un
intervento applaudito, che riporta il gruppo ad un tema classico
della didattica a scuola, quello dell’importanza di saper catturare
la vis di ogni classe, così diversa spesso, ma così importante da
comprendere e valorizzare nel suo spirito.
E’ molto
toccante la conclusione di Giorgio Gargani, che racconta lo stupore
e l’emozione provati nell’ascoltare la musica di Bach insieme al
grande gruppo di docenti con cui ha condiviso il percorso.
Nell’emozione di Giorgio Gargani è stato il concerto di Bach ad aver
fuso tutti gli elementi del corso. Offre ai partecipanti una
recitazione magistrale come finale: un passo di Musil che ci
consegna una linea prospettica importante: trasformare gli alunni in
persone.
Anche
Giovanna Barzanò esprime la sua emozione, a partire dalla
constatazione del grande valore della testimonianza storica
rappresentata dal dipanarsi nel tempo dell’avventura della rete
Stresa.
Della varietà dei momenti vissuti e delle metafore prodotte
sottolinea l’elemento dell’atmosfera su cui si era soffermata nella
restituzione dei lavori di gruppo anche Giulia, una delle direttici
storiche della Rete, come metafora di un lavoro da condurre nella
quotidianità.
Metafora
dell’avventura della Rete Stresa è stato anche, nelle parole di
Giovanna Barzanò, lo spettacolo teatrale prodotto da alcuni
corsisti, orgoglio per tutti i partecipanti, che l’ hanno vissuto
come metafora della capacità di mettersi in gioco e di utilizzare
questo canale di espressione come l’insegnante trova nella classe
gli strumenti per esprimere le potenzialità.
Infine
Giovanna Barzanò rileva lo scambio avvenuto in questi giorni con i
“maestri” (Agiman, Gargani, Napoletani; Varchetta), compagni del
viaggio che tutti (noi con loro e loro con noi) stiamo compiendo.
Conclude
Diego Napoletani, con il suo sentimento di gratitudine e con la
tenerezza che si accompagna alle immagini di questa esperienza da
portare con sé.
Ricorda
che la speranza nasce dall’incontro: ciascuno di noi si porta una
speranza che prenderà corpo nei nostri progetti.