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POLIFONIA, OVVERO ESERCIZI PER UNA CONSAPEVOLEZZA DELLA COMPLESSITA’

Venerdì 1 ottobre 2004

Centro Congressi Giovanni XXIII - Bergamo

Come è singolare la sorte di noi mortali! Ciascuno di noi è qui soltanto per una breve visita; egli ne ignora la ragione, anche se talora crede di intuirla.

Eppure, anche senza una più profonda riflessione, la vita di tutti i giorni ci insegna che noi siamo qui per gli altri uomini, e anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipendono interamente la nostra felicità, oltre che per quella folla di sconosciuti ai cui destini siamo legati da un vincolo di simpatia.

Spesse volte, durante la giornata, io ricordo a me stesso che la vita interiore ed esterna si basa sul lavoro degli altri uomini, d’oggi e di ieri, e che io devo sforzarmi di dar loro in egual misura ciò che ho ricevuto e ciò che tuttora ricevo.

Albert Einstein, <<Come io vedo il mondo>>

Questa è la trascrizione del conversare sulla polifonia, che il 1° Ottobre a Bergamo ha coinvolto i relatori e i circa 500 partecipanti, dirigenti, docenti, psicologi e studenti universitari.

E’ stato un evento costruito con cura che si è sviluppato da percorsi di dialogo ed interazione intensi fra relatori, organizzatori ed una parte del pubblico, che già era stata coinvolta in esperienze di formazione in questi anni. 

NAPOA e STRESA hanno organizzato questo seminario per continuare l’esperienza di interpretazione dei contesti con cui si confronta l’educazione con illustrazioni dove le riflessioni si accostano a esperienze di percezioni e ascolto musicale.

Si è voluto, così, approfondire il tema della complessità e delle interazioni tra le linee e i percorsi che la compongono, con un riferimento particolare alla comunicazione e ai modi in cui la voce del singolo scaturisce dalla voce della comunità e a sua volta la alimenta.

 

INDICE

Il Seminario

Saluto di Mario Dutto (direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia)

Presentazione della scena del Seminario

- contributo di Giovanna Barzanò

- contributo di Mauro Ceruti

- contributo di Daniele Agiman

Prima esperienza di ascolto: distinguere le individualità’ di Daniele Agiman

Il singolo nella conversazione dell’umanità di Aldo Giorgio Gargani

Seconda esperienza di ascolto: mettersi a confronto, relazionarsi e relazionare di Daniele Agiman

Il modello polifonico dell’io nelle neuroscienze di Silvano Tagliagambe

Terza esperienza di ascolto: l'insieme è più della somma delle parti singole di Daniele Agiman

Sussurri e grida dal mondo interno di Diego Napolitani

Quarta esperienza di ascolto: che cos’e’ veramente cruciale nel tutto? di Daniele Agiman

Conclusioni di Mauro Ceruti

 

IL SALUTO DI MARIO DUTTO (direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia)

Mi pare che questa sia un’esperienza pregiata nella quale vorrei proporre una breve riflessione. Se c’è un’esigenza oggi che noi abbiamo, come amministratori della scuola, che è anche un’esigenza condivisa da altri attori, è quella di riscoprire l’importanza dell’educazione: è importante credere che il mestiere dell’insegnante sia un mestiere nobile; forse bisogna ritornare a credere che sia possibile costruire una scuola efficace, una scuola utile, una scuola significativa.

Siamo travolti quotidianamente da molti problemi che riguardano il funzionamento della nostra scuola, i sistemi amministrativi, la gestione del personale e, talvolta, perdiamo il senso del nostro lavoro: la scuola ha un’anima, allora anche "esplorare le frontiere del possibile" con eventi che mettono insieme sensazioni, percezioni, riflessioni può essere un modo per riaffermare che la scuola e il lavoro dell’insegnante sono importanti.

C’è, a questo proposito, una grande sfida che angoscia da un lato, ma rende affascinante dall’altro il lavoro dell’insegnante: quella di dover essere, come insegnanti, un po’ avanti agli altri per essere non di guida, ma di assistenza, di consulenza nei confronti dei propri studenti. Per far questo si deve capire qualcosa di più rispetto al futuro, bisogna avere una lungimiranza maggiore rispetto ad altri. Stare davanti non significa per il docente battere i suoi studenti nelle tecnologie, ma significa dare un senso alle esperienze degli studenti.

Credo che sia una sfida di non poco conto che aiuta gli insegnanti anche ad essere giovani, perché essi sono in continuo contatto con generazioni che cambiano, con un mondo che cambia, che va ogni volta reinterpretato. Gli studenti costringono e portano gli insegnanti a reinterpretarsi e questo è fondamentale, così come è importante non rincorrere gli eventi, ma stare avanti.

C’è un aspetto molto significativo e concreto in questa Regione ed anche in questa Provincia che i dati statistici ci dicono, cioè che le richieste delle imprese sono per ragazzi che hanno appena concluso la scuola dell’obbligo, mentre noi cerchiamo di portare un numero sempre più alto a conclusione del secondo ciclo dell’obbligo. La scuola anticipa gli eventi, forse forma persone che non sono quelle che corrispondono alle richieste del mercato del lavoro, forma persone che hanno maggiori qualità e competenze ed un orizzonte più ampio di quello richiesto, ma è positivo.

Forse la situazione della nostra scuola non è così drammatica e dobbiamo esserne più convinti: oggi abbiamo un numero crescente di giovani che conclude il secondo grado dell’obbligo e abbiamo un numero crescente di giovani che imparano le lingue straniere e riescono ad avere un percorso formativo.

Essere consapevoli di questo non significa ignorare i problemi che abbiamo, ma continuare a credere che l’educazione sia la più grande avventura che uno abbia mai potuto immaginare e che la professione difficile dell’insegnante sia importante perché consente alla nostra comunità di avere un futuro.

Ringrazio gli organizzatori per questa iniziativa e questa opportunità non consueta e sicuramente stimolante.

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PRESENTAZIONE DELLA SCENA DEL SEMINARIO

 

Enzo Asperti

Giovanna Barzanò è Dirigente Tecnico del MIUR e, lasciatemelo dire, nella nostra Provincia non ha bisogno di presentazioni, vorrei solo dire che possiamo davvero considerarla come l’anima di questo evento, grazie alla sua notevole capacità di intrecciare rapporti e prevedere il futuro.

 

Contributo di Giovanna Barzanò

L’incontro di oggi, costruito insieme al Gruppo di Coordinamento della Rete STRESA e del progetto NAPOA, vuol fornire un altro ritratto dell’ambiente di apprendimento e di pensiero che caratterizza il nostro lavoro.

Se ci vogliamo chiedere che cosa significhi l’idea di ambiente di pensiero e di apprendimento siamo portati a pensare al percorso che insieme abbiamo fatto in questi anni. Io credo che in questa sala ci sia una parte di persone venute con la curiosità per questo evento un po’ inconsueto, ma molti sono qui con un bagaglio di esperienze e di riferimenti su cui riflettere, già da lungo tempo costruiti, in particolare durante l’ultimo anno a partire dal convegno Interpretare la qualità dell’educazione del Novembre scorso, che vedeva presenti molti dei relatori che oggi sono qui con noi.

E’ proprio questo l’aspetto caratteristico della nostra costruzione: quello di proporre un ambiente per condividere percorsi, riflessioni e interrogativi, che vengono insieme elaborati sia da chi partecipa all’attività di formazione, sia dagli esperti che, insieme a noi, si uniscono al viaggio e propongono i loro mondi di pensiero e di riflessione e di ricerca scientifica per intrecciarli con la nostra esperienza .

Qualcuno si chiede, davanti a temi che non nascondono la loro densità come quelli di cui parliamo oggi, qual è la funzionalità di questo tipo di proposta e di questo sapere rispetto alla nostra esperienza. L’idea è proprio quella di una formazione che non sia tanto centrata sulla proposta di contenuti, che ci sono e che sono costituiti in modo stabile, ma piuttosto su un metodo ed un approccio per avvicinare ognuno di noi, chi nella sua esperienza pratica ed operativa di insegnamento, chi nella sua esperienza di ricerca, chi in entrambe a questa meraviglia e allo stupore per quello di nuovo che si è costruito, per riprodurre anche nel nostro lavoro di insegnanti la meraviglia.

Dentro il nuovo e l’inconsueto c’è anche una grande stabilità, che fa sì che ci costruiamo un mondo di riferimenti, un patrimonio di punti di riflessione, di documentazione, di stimoli di approfondimento e anche di affettività di persone che lavorano con noi, su cui sappiamo che possiamo contare e che sono lì per stimolare la nostra immaginazione e per porre altri interrogativi con l’aspettativa di trovare, se non delle risposte, degli ulteriori stimoli. Questa stabilità ispira anche l’idea, che è quella del progetto STRESA e di NAPOA, di sapere di avere una "casa" metaforica dove accogliere ulteriori progetti. Noi pensiamo che questa idea possa essere un elemento dinamico, uno stimolo per la nostra creatività e per la creatività di chi lavora nella scuola e ha bisogno di guardare avanti e di anticipare gli eventi.

Se non si ha una struttura stabile dove ci si può immaginare di ospitare un nuovo progetto e una nuova idea, qualche volta è difficile procedere e lo scopo di questi progetti è proprio quello di cogliere l’alternanza di novità innovazione e cambiamento in una struttura che abbia qualche radice di stabilità. Costruire questa stabilità significa anche poter contare sulle persone, sulla capacità di mettere insieme le idee e di far interagire quello che si sta pensando, con quello che si vive e, soprattutto, costruire un ambiente di conversazione con tutta l’affettività e l’emozione che questo comporta potendo accogliere gli spunti e le emergenze che nella frizione delle menti emergono, di volta in volta.

Questo progetto è nato lo scorso anno quando chiacchierando sugli esiti del convegno di novembre ci siamo chiesti "Come potremmo proporre qualcosa che sviluppi questo filone di lavoro, l’ abbinamento di linguaggi diversi e di parallelismi e di concetti in contesti diversi?" Questa esperienza ci è venuta in mente quasi subito, ma qualcuno aveva espresso perplessità sul riuscire a costruire occasioni di apprendimento, dove fosse possibile di nuovo abbinare concetti ed espressioni musicali… "E’ un’esperienza irripetibile e non riproponibile…" abbiamo cominciato ad ideare questa iniziativa e siamo qui.

Con lo stesso spirito questa mattina abbiamo pensato ad una possibile prossima iniziativa che riguarderà il tema del maestro e l’allievo nella vita, nella professione, nell’arte e nell’educazione.

 

Enzo Asperti

I lavori di ideazione non si interrompono mai, come potete intuire! Invito Mauro Ceruti, che è Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bergamo e Direttore della Scuola di alti studi in Antropologia ed Epistemologia della Complessità ad un intervento di introduzione , che ancor di più ci porterà dentro il nostro tema. Più tardi Mauro Ceruti ci condurrà alle conclusioni del Seminario.

 

Contributo di Mauro Ceruti

E’ diventata ormai un’iniziativa di cui si parla dappertutto quella del progetto NAPOA ed io mi ci sono affezionato: è ormai la terza volta che vengo coinvolto e sono molto contento di partecipare a questo "concerto" di idee, ma anche a questo concerto di fatto, che ci porterà a convivere insieme al maestro Agiman.

Nella conclusione che facevo l’anno scorso al convegno di Novembre avevo cercato di attirare la nostra attenzione, le nostre riflessioni sull’idea che se c’è un’emergenza, una scoperta di questa nostra epoca molto travagliata, in particolare in Occidente e in Europa, è quella dell’individuo, della straordinaria diversità individuale, che noi scopriamo nei nostri ambienti, nelle nostre società, nelle nostre classi, cioè la scoperta di una più accentuata unicità degli individui.

Nelle nostre società assistiamo a questa rivendicazione forte che ogni individuo fa della propria singolarità, della propria unicità, ma non è solo questo ciò che appare: appare sempre più che ciascuno di noi, ogni individuo appartiene simultaneamente a molte reti di relazioni, a molte reti di interazione e di comunicazioni e che queste reti sono molto differenti.

Ciascuno di noi non è più caratterizzato da un’appartenenza privilegiata -la nazione, la classe sociale- che ne definisce l’ identità, ma nella propria professione, nella propria storia, nella propria giornata, senz’altro il più delle volte sotto forma di difficoltà, fa l’esperienza di partecipare a tanti ambiti, a tanti linguaggi. Ciascuno di noi si sente cittadino di tante cittadinanze emotive, intellettuali, professionali simultaneamente e, quindi, noi scopriamo che oggi l’individuo deve affrontare il problema molto difficile di "abitare insieme" questi molteplici luoghi dell’apprendimento, della formazione, dell’esercizio della cittadinanza e ciò porta ognuno a scoprire le diverse identità che si stratificano nella sua identità, cioè a scoprire di avere una identità multipla che è ineludibile, perché, se la eludiamo, inciampiamo in qualche difficoltà.

Quindi, nella nostra società c’è l’esigenza di prendere consapevolezza di un’aumentata varietà, eterogeneità, di prendere consapevolezza della diversità delle molteplici esperienze individuali e di una maggiore unicità di ogni esperienza individuale.

Le nostre istituzioni - e per questo la nostra identità multipla spesso inciampa - soffrono di un caratteristico ritardo paradigmatico, cioè un ritardo di organizzazione, di filosofia, di prospettiva, perché le nostre istituzioni, quelle che a tutt’oggi permangono nelle nostre società e che da qualche anno ci proponiamo di riformare (per esempio la scuola), sono state progettate in un tempo storico che non corrisponde più al nostro: la modernità.

La modernità, in cui per dirla con un termine astratto e per essere breve, l’uno prevaleva sul molteplice, le soluzioni omologanti valide una volta per tutte ed estendibili sui grandi numeri sembravano più adeguate e più praticabili, ha visto gli stati nazionali e la scuola nazionale come un grande dispositivo per disciplinare questa convergenza di molteplicità culturali e linguistiche, con una strategia di omologazione senza che questo avesse la ovviamente una connotazione negativa. Anche l’idea di cittadinanza che è stata elaborata dagli stati nazionali e dalle scuole nazionali era stata modellata presupponendo l’esigenza di costruire individui normali, normativi, caratterizzati da un’appartenenza definitiva a qualche caratteristica: le scuole, le istituzioni educative si sono ispirate a questa filosofia.

Oggi, se noi vogliamo prendere sul serio lo sforzo della Riforma dei sistemi educativi e perché questi progetti di riforma non siano solo di carattere burocratico- amministrativo, ma portino la radice antropologica profonda che oggi li rende indispensabili, dobbiamo capire quali siano le condizioni per riprogettare le istituzioni educative, a partire dal presupposto che ogni individuo esprima potenzialità culturali uniche e al loro interno molteplici. Qui abbiamo l’aiuto anche della scienza, infatti oggi le scienze ci possono aiutare a porre le basi di questa riforma, dobbiamo evitare di pensare che le scienze naturali, cognitive, le discipline umanistiche siano soltanto l’oggetto di una riforma programmatica della scuola, che deve in qualche modo definirle e inserirle in qualche programma, dobbiamo abituarci ad utilizzare i contenuti delle scienze e le conoscenze sull’uomo per ripensare la scuola.

Se questo non avviene, tutto ciò che di meglio e di più creativo noi produciamo diventa oggetto di banalizzazione e burocratizzazione attraverso le logiche di costruzione di programmi scolastici che non tengono conto nell’essere formulati di ciò che le scienze ci possono dire per aiutarci a capire cos’è l’identità umana, cos’è l’apprendimento, cos’è la natura. Sono, in fondo, le domande che la filosofia, la scienza ed il bambino di ogni tempo si pone, chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo che non sono delle battute, ma sono il cuore della creatività dei nostri apprendimenti.

I risultati delle neuroscienze e delle scienze cognitive, a cui ha dedicato un bel libro Silvano Tagliagambe, oggi ci dicono che ogni cervello, ogni mente umana, ogni corpo individuale è un microcosmo che in sé riassume i tratti essenziali di quel macrocosmo che è l’umanità. La diversità, in fondo, non è definitoria soltanto di ciò che distingue un individuo da un altro o molteplici individui da altrettanti molteplici individui, la diversità è soprattutto ciò che caratterizza le relazioni che avvengono all’interno di ogni processo di formazione individuale in un contesto di relazioni sociali.

Quindi ogni cervello, ogni mente ogni corpo individuale si sviluppa e si evolve attraverso la cooperazione, attraverso l’intreccio ed il conflitto di tante logiche simultaneamente, di tante storie, che si radicano in ritmi, in tempi, in motivi e in spazi altrettanto diversi fra di loro.

Tutti i nostri comportamenti, anche quelli più stereotipi, anche quelli più apparentemente normali, che diventano spesso il modello a cui tendere nei programmi scolastici o verso cui fare tendere gli apprendimenti meglio riusciti (linguistici, matematici,logici), in realtà sono sempre il risultato di un compromesso, di una integrazione fra circuiti neuronali molto differenti, attivati in parti diverse del cervello e che entrano in contrasto permanente fra di loro prima di trovare degli equilibri, che sono sempre instabili ed in divenire.

Sul piano cerebrale, oggi, sappiamo che la "normalità" dell’identità umana ha sempre questa matrice in divenire, anche l’esplorazione del piano propriamente psichico -come ci insegna Diego Napolitani- dice che l’individuo è il risultato del compromesso fra attori psichici multipli ed eterogenei, mentre lo stato patologico è sempre il risultato di "un colpo di stato", in cui una parte di noi dice IO e mette a tacere- come in tutti i sistemi totalitari- tutte le altre parti del nostro parlamento interiore, della nostra confederazione di anime che ha bisogno, per nutrirsi, di farle relazionare per potere dire IO in modo concertato.

Infine, anche la creazione artistica e la creazione scientifica per essere feconde hanno bisogno di integrare, intrecciare linguaggi, punti di vista e idee, che sono molte ed eterogenee; la creazione artistica, quella di frontiera, quella garantita da pochi, avviene quando si ha la capacità di mettere insieme in modo contrastante e cooperativo ciò che pareva essere destinato a non stare insieme.

Sono proprio questa ricchezza e questa varietà del nostro patrimonio biologico, mentale, spirituale, linguistico che ci impediscono di definire i singoli comportamenti di ogni individuo umano facendo riferimento a comportamenti medi, a comportamenti stereotipi a cui fare tendere l’apprendimento educativo e scolastico di tutti.

E’ come se la specie umana, nell’attuare fisicamente la sua diaspora sul pianeta Terra da 100mila anni a questa parte - la nostra specie è l’unica ad abitare tutte le terre emerse del pianeta (non ce ne sono altre nè animali, nè vegetali)- avesse anche provocato ed attuato la necessità di una sorta di diaspora simbolica nell’universo delle possibilità e che ciascuno di noi, ciascuna cultura, ciascun individuo esplorasse in modi sempre incompiuti un frammento di queste possibilità dell’identità umana, che nessun individuo, nessuna cultura ha mai potuto, e presumibilmente mai potrà, compiere perfettamente in se stessa.

E’ proprio in questa incompiutezza che sta la creatività possibile della nostra umanità, della nostra identità. Ecco allora che l’identità è formazione: un mio grande maestro, che ho già citato negli altri due miei interventi, Hainz von Forster, giocando come faceva spesso lui con le parole, ma nel suo gioco c’era tanta verità, un giorno ci disse "…ma perché definiamo le nostre identità come le identità di esseri umani, siamo dei divenire umani, la nostra umanità sta nel divenire, non nell’essere"

Quando diciamo "siamo" applichiamo un principio tanatologico, troviamo le proprietà della morte dell’umano non della vita dell’umano e ,allora, è nel divenire nostro, nella nostra formazione, che accade la costruzione di quella unità molteplice che è il "concerto polifonico" di ogni identità umana ed è in questo concerto che si può definire anche ogni riforma possibile, creativa, plausibile utile della scuola.

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Enzo Asperti

Ringrazio il professor Ceruti ed anche, presenti in sala, alcuni esperti che con le loro consulenze scientifiche sono stato di valido apporto alle ricerche della rete STRESA e del progetto NAPOA: Jaap Scheerens, Raimondo Bolletta ed Eusebio Balocco. Invito Daniele Agiman a prendere la parola e sarà più che prendere la parola, perché entrerà davvero nel vivo del nostro evento, infatti dopo le parole seguirà la musica. Dico soltanto che Daniele Agiman è Direttore d’orchestra e docente di direzione d’orchestra al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e che si esibirà con l’Ensamble Nuova Cameristica di Milano.

 

Contributo di Daniele Agiman

La parola chiave di questa sera è "polifonia"e dà il titolo a questo incontro : questa è una parola che, come tante altre parole di ambiti specialistici, è partita da un ambito e poi ha toccato, ibridato tantissimi altri ambiti. In termini musicali polifonia significa più suoni, la presenza di più suoni contemporaneamente, la consonanza di suoni diversi nello stesso istante, ma per capire bene di che cosa stiamo trattando e cosa faremo devo darvi alcune informazioni di inquadramento storico. Innanzitutto preciso che parlerò di musica occidentale, che significa fondamentalmente la musica scritta in occidente dal VI/VII secolo dopo Cristo fino al 1930/40: sono parametri temporali semplificatori, ma servono per dare un’idea. Questi due parametri sono fondamentali, la musica occidentale ha un percorso che è assimilabile ad altri percorsi del pensiero occidentale, il percorso scientifico o quello della filosofia .

Quando abbiamo a che fare con la musica occidentale, siamo in un ambito del pensiero e se parliamo di VI/VII indichiamo quest’epoca perché è quella in cui troviamo i primi segni di notazione musicale, significa che per la prima volta l’uomo occidentale, dopo secoli, seguiti al periodo di scrittura della musica greca, aveva trasmesso la musica solo oralmente. A un certo punto si sente l’esigenza di scriverla ed il passaggio da oralità a scrittura, in musica, come in filosofia e in letteratura, comporta modificazioni profonde dei processi di pensiero e una di queste, che ci riguarda stasera, è che si comincia a vedere quello che si fa su una pagina.

Ne derivano due conseguenze fondamentali, la prima è che si comincia a pensare all’organizzazione dei tempi, cioè secondo notazioni che hanno una durata. Il secondo aspetto fondamentale è che per la prima volta si comincia a scoprire che la musica occidentale, la musica gregoriana, che aveva solo una dimensione orizzontale, poteva essere in qualche modo modificata e poteva dare origine a fenomeni di difficile comprensione all’inizio, ma poi estremamente affascinanti, cioè che in musica è possibile far convergere due o tre suoni insieme, quattro, cinque o sedici voci diverse e che è possibile farle convivere in modo tale che la loro sommatoria sia un aumento di significato, non un contrasto di significato.

Questo non avviene nel teatro, pensate al teatro d’opera in cui è possibile far cantare insieme due cantanti diversi, mentre nel teatro di prosa questo è impossibile. Il canto gregoriano era la pura melodia, cos’era la melodia? Un’organizzazione di suoni, uno dopo l’altro in una dimensione sola, quella orizzontale, in cui ogni suono si relaziona a quello precedente e prepara quello successivo e la dimensione procede da un inizio ad una fine. Tra l’VIII e il IX secolo dopo Cristo, e arriviamo fino al 1400, abbiamo a che fare con la possibilità di condensare in uno stesso istante più fenomeni sonori, dando luogo alla polifonia, che a seconda del gusto delle epoche dava luogo a insiemi verticali, che complicavano le cose, perché il compositore non pensava più a una sola linea che si muoveva orizzontalmente, ma doveva tener conto di un’altra linea che si muoveva orizzontalmente e le due linee consonavano ed in ogni istante si inserisce una relazione verticale.

Questa complessità di prospettiva si veniva ad aprire al compositore: è esattamente quello che succedeva in pittura negli stessi anni nella cultura occidentale, si passava alla prospettiva che conosciamo oggi e che si codifica nel 1350 circa. Oggi noi sappiamo che questa complessità- più linee orizzontali che consuonano e instaurano una relazione verticale- ha comportato una modifica dei nostri modi di ascoltare la musica, geneticamente, ormai questa capacità di ascoltare più voci che consuonano è nei nostri cromosomi .

Arriviamo ora ad un personaggio curioso, Johan Sebastian Bach,che, mentre la storia della musica di quegli anni- 1685/ 1750- si muoveva in tutt’altra direzione, batte una strada diversa. In lui è come se arrivasse a compimento quel percorso che era partito attorno al IX/X secolo. Tra le composizioni più commoventi, oltre che più straordinarie per scienza e per bellezza, troviamo proprio l’arte della fuga di cui oggi ascolteremo il primo contrappunto. E’ commovente perché è l’ultima pagina scritta in punto di morte ed è l’ultimo contrappunto nel quale racchiude tre fughe insieme e che lascia incompiuto. Quello che ci resta è un pezzo di straordinaria complessità, che mi è servito come un laboratorio di percezione, infatti il brano è scritto non per un organico particolare, ci appare infatti come un’astrazione della mente del compositore ed è possibile suonarlo per gruppi diversi.

Questa sera il pezzo sarà suonato da un gruppo di archi perché questi strumenti si prestano meglio ad accompagnare tutte le riflessioni che andremo a fare.

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PRIMA ESPERIENZA DI ASCOLTO: DISTINGUERE LE INDIVIDUALITÀ’

Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova Cameristica di Milano

Noi abbiamo in questo contrappunto quattro voci, la più grave eseguita dai violoncelli, la voce superiore eseguita dalle viole, che è la parte centrale, poi una parte intermedia più acuta, quella dei secondi violini, e la parte più alta che è eseguita dai primi violini. Ciascuna voce ha una sua dignità orizzontale e noi smembreremo l’insieme di questo contrappunto per distinguere le individualità e sentiremo due voci eseguire il brano, quella dei violini e dei bassi, sono due voci isolate che non suonano insieme, ciascuna è da sola, sono come monadi che suonano indipendentemente da tutto quello che avviene intorno, ciascuna voce isolata ha però un senso di per sé, come se fosse un brano gregoriano.

Vi voglio leggere un pezzo molto citato di Roman Hoffstetter. Questo autore che si occupa di scienza della mente, di musica, di scrittura, di letteratura, di poesia, di arti figurative e di matematica fa una cosa stranissima in questo testo, cioè alterna dei capitoli strettamente teorici a dei dialoghi che si rifanno a delle forme musicali di Bach stesso. I dialoghi sono affidati a due personaggi legati al paradosso di Zenone, cioè Achille e la tartaruga. Questi due personaggi cominciano a dialogare…Achille dice "Proprio così, bene, a me sembra di aver scoperto due modalità in qualche misura analoghe di ascoltare una fuga: o seguire una singola voce per volta, oppure seguire l’effetto totale di tutte le voci insieme, senza tentare di separale l’una dall’altra. Ho provato a sperimentare queste due modalità insieme, ma con mia grande frustrazione ognuna di esse esclude l’altra E’ praticamente impossibile, per me, seguire il corso delle singole voci e contemporaneamente seguire l’effetto globale, mi scopro a balzare da una modalità all’altra con repentini spostamenti più o meno volontari e spontanei."

Poi interviene un terzo personaggio che è il formichiere che dice: " Le fughe hanno l’interessante proprietà che ognuna delle voci è un brano musicale autonomo e, quindi, una fuga potrebbe essere considerata un insieme di parecchie composizioni musicali distinte e tutte basate su un singolo tema e tutte suonate simultaneamente. Dipende dall’ascoltatore o dal suo subcosciente decidere se essa deve essere percepita come un’unità o piuttosto come un insieme di parti indipendenti tutte in armonia fra loro."

 

ESECUZIONE MUSICALE

Orizzontalità: voce isolata - Primo contrappunto tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach voce per voce (quattro esecuzioni)

 

Antonella Pendezzini

Grazie Daniele, grazie all’Ensamble Nuova Cameristica di Milano e invito Giorgio Gargani a raggiungerci sul palco. La musica come la poesia è un modo di pensare e di conoscere. L’esperienze estetica ha un valore cognitivo e questo è stato a lungo misconosciuto, anche se le metafore hanno sempre accompagnato, inaugurandoli, i grandi paradigmi scientifici. In un recente seminario Gargani ci dava questa immagine- da Einstain-" Cosa vedrei, se vedessi il mondo a cavalcioni di un’onda luminosa? Dopo questa prima esperienza estetica, ecco la seconda :Gargani è un’esperienza estetica. L’abbiamo incontrato all’interno del nostro percorso di ricerca, lo scorso anno, quando stavamo lavorando al tema della qualità dell’educazione e sentivamo la necessità di esplorare alcuni concetti che ritenevamo fondanti: identità, progetto, organizzazione, invenzione, condivisione. A Gargani abbiamo chiesto di aiutarci a capire il significato più profondo di Condivisione. Giorgio Gargani è ordinario di Storia della Filosofia Moderna e Contemporanea all’Università di Pisa, è stato Gast Professor all’Università di Vienna, ha collaborato al Collegio Internazionale di Filosofia di Parigi, ha lavorato a Berlino. A Berlino, dove ha soggiornato per un periodo di tempo, ha anche scritto due libri di narrativa " Sguardo e destino" e " L’altra Storia", è anche un narratore…La narrativa è una delle sue grandi passioni accanto alla filosofia del linguaggio, all’epistemologia delle scienze fisico- matematiche , alla musica, alla psicoanalisi. Fra i suoi saggi voglio ricordare, in particolare, due testi sui quali stiamo lavorando in questo periodo "Il filtro creativo" e "L’organizzazione condivisa". La condivisione nel pensiero di Gargani ha a che fare con la mancanza, c’è l’idea di solidarietà nel concetto di condivisione, ma c’è anche l’idea che ciò che è in comune non è né totalmente mio, né totalmente tuo, c’è l’idea dell’essere distinti, singoli nella conversazione dell’Umanità. Occorre differenza per poter riconoscere l’altro e condividere e la differenza rimanda al sentimento della mancanza e -si chiede Gargani nell’Organizzazione Condivisa- la mancanza indica vuoto o assenza? Questo sembra rimandare alla distinzione, che fa Winnicot, tra il sentirsi soli e lo stare soli: avere cioè, o non avere, la possibilità di un dialogo con i propri oggetti interni. Allora se mancanza è assenza, forse possiamo non avere il bisogno di rimanere attaccati alle cose, possiamo vivere la distanza,lo spazio tra le cose, come nelle opere di artisti come Paolini, Boetti, che recentemente abbiamo visto qui all’Accademia Carrara. Mi è piaciuto molto un dipinto: una tela, delle virgole, piccoli lutti che intervallano le parti del nostro discorso- direbbe Gargani- e poi tutte le lettere dell’alfabeto per scrivere tutte le parole che vogliamo inventare. Solo se c’è distanza, spazio si possono creare delle relazioni e dei pensieri, come in una bella immagine di un autore, credo caro a Gargani, Salomon Resnik, che ci ha lasciato questa immagine della funzione paterna " il padre separa la mamma dal bambino e, allargando le braccia, forma un ponte che li mette in relazione nella distanza, nella separatezza" Incontrare Gargani ha significato incontrare lo stupore, ascoltarlo, seguirlo lungo i suoi "sentieri della scuola", nelle sue narrazioni, immaginare con lui il mondo. La dimensione dello stupore è la porosità, Poros ,passaggio, apertura, verità, mezzaluce dove non è tutto chiaro, dove c’è il nascosto, il lontano, di nuovo la mancanza…Giorgio Gargani.

 

IL SINGOLO NELLA CONVERSAZIONE DELL’UMANITÀ

Contributo di Aldo Giorgio Gargani

Grazie di questa presentazione veramente generosa. Volevo fare una premessa richiamandomi ad una osservazione di un grande logico matematico, David Lewis, cioè che la professione dei filosofi, che qui è rappresentata da me e da tanti colleghi che hanno parlato e che parleranno, è molto pericolosa, perché di solito i filosofi attaccano la platitude, cioè il luogo comune. Il fatto è che i filosofi hanno anche una reputazione peggiore dei luoghi comuni e poi… alla fine della sfida, i luoghi comuni per lo più sopravvivono, però i filosofi rendono un servigio all’umanità: invitano e suggeriscono alla gente di pensare alle cose due volte.

Quello che si deve fare, e che forse qui è incarnato da Giovanna Barzanò, è un compromesso fra la capacità negativa, come la definiva John Keits, cioè un concetto molto noto agli psicanalisti, che è la capacità di sospendere le certezze troppo frettolose e tenere sempre desto l’allarme percettivo e la sospensione dell’incredulità, che un altro grande poeta romantico, Thomas Coleridge, invitava a provare e, forse, la nostra vita è appunto sospesa tra questi due atteggiamenti.

Qualcuno dall’esterno potrebbe dire "Ma che strane cose son quelle di cui parlate!" Io non mi voglio paragonare a una corrente elettromagnetica, magari avessi una tale dignità ed un tale livello sociale e anche fisico, però vorrei ricordare l’episodio di cui fu protagonista Faraday, grande scienziato ed anche grande sperimentatore inglese. Egli intorno alla metà del diciannovesimo secolo scoprì l’elettromagnetismo, le correnti elettriche , le onde elettromagnetiche ed, alla fine, questa novità attrasse l’attenzione del governo e lui fu invitato a presentare la sua scoperta al ministro Gladstone, al grande premier inglese liberale, il quale non era per niente convinto di quelle cose e disse " What is this stuff?"- "Ma che cos’è questa roba?" e Faraday senza batter ciglio rispose: " Un giorno la tasserete !!"

Quello che io vorrei illustrare all’interno di questo incontro è un risvolto non trascurabile, perché investe il linguaggio in generale, cioè il carattere polifonico del linguaggio.

Allora la prima platitude con la quale mi misuro, e sono sicuro che sopravviverà e saprà darsi un contegno, è quella che il linguaggio, come è stato tradizionalmente ritenuto, per lo meno in Occidente, abbia un significato indipendentemente da un contesto. Parole, proposizioni, frasi verbali, frasi nominali…. come se il significato della parola Rossi, fosse il signor Rossi e il significato della parola spada fosse la spada, cioè il significato delle parole fosse portatore fisico di un oggetto. E poi sorgono problemi, per esempio se il signor Rossi muore, muore anche il significato della parola, ma noi continuiamo a parlare del povero signor Rossi e se la spada di Sigfrido si spezzasse, come si fa? Si ricorre agli atomi, si fanno dei compromessi più o meno disonesti… Il problema è che dobbiamo sfatare questo luogo comune per cui il significato di un’espressione, di una parola sarebbe la cosa per cui la parola sta, ed è quello per cui brillantemente W. Quine, un grande logico e matematico americano, ha definito il mito del museo, cioè il mito secondo cui le parole si riferirebbero alle cose, come le etichette che stanno sottole bacheche si riferiscono agli oggetti conservati nei musei.

Noi scopriamo, in realtà, che il linguaggio ha un significato in un contesto, nell’articolazione delle sue applicazioni e delle variazioni sui temi, si può proprio parlare di variazioni analogamente ai temi musicali, nel senso cioè che ogni linguaggio è fatto di alcuni elementi permanenti, che sono parole, che sono espressioni e che noi applichiamo ed in cui subentra anche l’apporto originale di ogni individuo. E’un continuo lavoro di permanenza di significati e delle loro variazioni che si estendono in maniera indefinita ed illimitata, ne allargano l’uso e allargano l’ampiezza dell’orizzonte del nostro pensiero e ci rendono con questo anche più liberi. E, quindi, nel linguaggio e nell’applicazione che ne fa il singolo individuo è come se risuonasse il tema dell’aspetto corale e dialogico del linguaggio. Dietro le espressioni di ciascun individuo risuona l’orizzonte della conversazione dell’umanità, risuona un linguaggio dialogico e quando noi parliamo, noi assumiamo anche la consapevolezza di noi stessi.

La parola pronunciata, come hanno osservato Gorge Mead e poi Charles Sanders Pierce, la parola che risuona scopre noi a noi stessi, c’è che questo linguaggio che usiamo è anche un linguaggio che non inventiamo noi, ma piuttosto specifica il nostro elemento umano, l’elemento umano che è in noi e che è riconoscibile nel linguaggio. Per questo il filosofo al quale ho dedicato tempo, Wittengstain, diceva appunto "Se un leone si alzasse non lo potremmo capire" ma non per la differenza della sintassi o per la difficoltà della traduzione o per tutte queste questioni tecniche, quanto soprattutto per il fatto che il leone apparterrebbe comunque ad una forma di vita diversa dalla nostra, in cui non ci sono tutti quei connotati, quelle afferenze e quelle relazioni, che cercherò di dimostrare, anche in un tempo breve.

Vorrei illustrare questo tema con due riferimenti poetici, sono due lunghe poesie, una è di Dante ed una è di Raymond Carver.

Dante, XXVI canto dell’Inferno nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, lì i dannati sono avvolti dalle fiamme e c’è una fiamma a due lingue che raccoglie Ulisse e Diomede. Sono nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, ma la colpa e la dannazione di Ulisse non è la frode, in realtà è la sua sete di conoscenza, in cui sembra che Dante riconosca pienamente se stesso. Ecco come nella voce di un individuo risuona un dialogo, la comunanza, in cui c’è questa consonanza collettiva che risuona nella originalità specifica ed irripetibile di un solo individuo e mi riferisco, appunto, al tema di questa dialettica individuo e comunità, a quella condivisione a cui ha fatto riferimento anche Mauro Ceruti. Dante vuole interrogare Ulisse e naturalmente intercede Virgilio:

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:

"O voi che siete due dentro ad un foco,

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l’un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi".

Lo maggior corno de la fiamma antica,

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: "Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l’altra già m’avea lasciata Setta

"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,

che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

E così chiude il canto, in cui il singolo si riconosce in questa consonanza in questo progetto condiviso, lo accompagna con le sue parola, facendo vibrare tutta questa conversazione, questo cooperare insieme, traducendolo in termini poetici ovvero sia razionali, affettivi ed emotivi insieme, perché appunto questa è la cifra più complessa della nostra vita psichica, come hanno detto Damasio e Habermann, cioè che l’emozione è una delle espressioni più complesse della nostra vita

Ho parlato di consonanza, ma il linguaggio è anche espressione dei conflitti, naturalmente, delle tensioni e questa è la testimonianza di "Miracolo" di Raymond Carver che mi permetto di sottoporvi e che è tratto da una raccolta di poesie che si chiama " Il nuovo sentiero per la cascata".

Sono una coppia di coniugi, di loro si parla :

"Eccoli su un volo di sola andata da Los Angeles a San Francisco,

entrambi ubriachi esausti e nervosi

per aver assistito imbarazzati all’udienza.

La loro seconda bancarotta in sette anni.

E chissà cos’hanno detto,

se hanno pur detto qualcosa sull’aereo e chi l’ha detto,

magari è stato l’accumularsi degli eventi nella giornata,

oppure anni dopo anni di tradimenti e di corruzione a scatenare la violenza.

Poco prima, rivoltati come calzini, crocifissi e dati per morti,

sono stati scaricati come sacchi di immondizia

davanti al terminal dell’aeroporto,

ma una volta dentro si sono ripresi,

hanno trovato rifugio in un bar dove hanno trangugiato doppio whisky

sotto uno striscione che diceva "Forza Dodges".

Erano brilli come al solito ,quando si sono allacciati le cinture di sicurezza

e, come al solito e come sempre, convinti

che fosse l’universale condizione umana

quella lotta senza posa contro forze incalcolabili,

forze che vanno al di là della limitata intelligenza umana.

Ma lei sta perdendo il controllo

Non ce la fa proprio più.

Senza dire una parola, si gira sulla poltrona

E comincia a picchiarlo

un pugno dopo l’altro e ancora pugni.

Lui li prende tutti, sa bene di meritarsene dieci volte tanti,

tanti quanto lei vuole mollargliene:

è giustamente punito, ci sono delle buone ragioni

e mentre una gragnola di colpi si abbatte sulla sua testa sbattuta a destra e a manca,

con i pugni di lei che cadono sul naso, sulle mascelle, sulle labbra,

lui protegge il suo whisky ,stringe il suo bicchiere di plastica

come se, sì, fosse quello il tesoro a lungo cercato

che sta sul tavolinetto davanti a lui.

Lei continua a picchiarlo fintanto che comincia a sanguinargli il naso

e solo allora lui le chiede di smettere

"Per favore, per l’amor di Dio tesoro smettila!"

Lei raccoglie questa supplica come un segnale debole

Proveniente da un’altra galassia, una stella morente,

sì, di questo si tratta di un messaggio in codice

proveniente da un altro spazio, da un altro tempo

che le punzecchia il cervello e le rammenta qualcosa

di così perduto che è smarrito per sempre.

Comunque la smette e torna a bere.

Perché la smette? Perché si ricorda degli anni delle vacche grasse,

prima degli anni delle vacche magre? La storia che hanno condiviso

resistendo loro due da soli contro il resto del mondo?

Macchè, se si fosse ricordata di tutto

e quegli anni le fossero caduti dritti in grembo

tutti in una volta, l’avrebbe ammazzato lì sui due piedi!

Diciamo che è stanca e per questo la smette

dunque è stanca e …torna a bere

anche lui ricomincia a bere come se nulla fosse accaduto

e invece è accaduto eccome!

La testa le gira e le fa male, le torna su il whisky

senza dire una parola,

senza neanche il solito "bastardo, figlio di puttana"

silenzio profondo.

Lui zitto come un pidocchio

tiene il tovagliolo sotto il naso per tamponare il sangue

e lentamente volge la testa verso il finestrino:

là sotto, le piccole luci fisse di una casa di una valle costiera

E’ già ora di cena laggiù,

la gente si avvicina alla tavola imbandita con le mani giunte,

sotto quei tetti così solidi che non li spazzeranno mai via da quelle case,

case dove gente per bene vive, mangia, prega e tira avanti insieme

gente che se si alzasse da tavola

per guardare fuori dalle finestre della sala da pranzo

vedrebbe nel cielo una luce piena d’autunno

e appena sotto, come una lucciola, le fioche luci di un jet di linea.

Lui continua a guardare oltre l’ala

verso la miriade di luci della città alla quale si stanno velocemente avvicinando,

il luogo dove vivono loro e altri come loro,

il luogo che chiamano casa.

Si guarda intorno nella cabina, c’è dell’altra gente…tutto lì

è gente non dissimile da loro in un certo senso

maschi, femmine, di un sesso o dell’altro

gente simile a loro: orecchi, naso, bocca,spalle, genitali

Dio mio! Anche gli abiti sono simili

e poi c’è quella cintura che li identifica a metà della vita

Ma lui sa benissimo che non sono come loro, anche se gli piacerebbe

e anche lei che lo fosse, ma..

Il sangue ha inzuppato tutto il tovagliolo

e lui sente tanti squilli nella testa,

ma sono squilli ai quali non sa rispondere

e come potrebbe rispondere, cosa potrebbe rispondere?

Mi dispiace non sono in casa, sono andati via di qua..

di là…anni fa

Attraversano veloci l’aria diafana della notte

un uomo insanguinato e la moglie legati dalla cintura

e così pallidi e immobili che potrebbero essere morti,

ma non sono morti…non lo sono

e questo è parte del miracolo

Questo non è altro che un passo da gigante nella misteriosa esperienza della loro vita

" Chi l’avrebbe previsto, anni prima

quando le loro mani unite sul coltello

fecero il primo taglio profondo sulla torta nuziale…e poi un altro,

chi l’avrebbe creduto

chiunque avesse riportato notizie del genere dal futuro

sarebbe stato cacciato a frustate dalla porta.

L’aereo si impenna, vira di colpo e s’incrina

lui le prende la mano

lei lo lascia fare, anzi gli prende la mano….ma erano fatti l’un per l’altra, giusto?

Sopravvivranno all’atterraggio, si daranno un contegno

e si allontaneranno insieme da questa orribile situazione,

devono farlo, non hanno altra scelta

Il futuro ne ha in serbo parecchie di nuove e terribili sorprese

e di squisite svolte,

ma è il presente che devono spiegare, ora,

il sangue che lui ha sul colletto

e la macchia scura che lei ha sul polsino.


Vorrei aggiungere un ultimo pensiero, che è legato a quello che ho detto molto sinteticamente con questi due esemplari poetici: come sanno soprattutto i filosofi, la cosa non preoccupa le altre persone, abbiamo avuto un secolo pieno di teorie sul linguaggio, sulla semantica, la semantica logica, la semantica epistemica, abbiamo avuto una fioritura molto nobile e molto alta di elaborazioni, però, io credo ci sia una dimensione di astrattezza, di teorizzazione astratta nell’analizzare e nell’illustrare il linguaggio. Sembrerebbe, se io avvicino uno di voi e, viceversa, qualcuno di voi avvicina me, che dobbiamo mettere in moto degli apparati teorici spaventosamente complicati, assiomi, regole d’inferenza, gamma di quantificazione, segno d’identità…"la neve è bianca solo se la neve è bianca", poi arriva un altro e dice "sì, ma in base allo stesso principio la neve è bianca, solo se la neve è rossa", pensate per dire che qualcosa è vero deve essere vero anche qualcos’altro…allora la neve rossa può servire all’uomo, se non abbiamo della neve bianca lì per lì, così a casa!

Dunque l’idea è che il linguaggio sia in realtà da comprendere nel suo contesto concreto, in tutta la sua complicanza, come una forma di vita. Nel linguaggio noi aderiamo come a qualcosa che è familiare, ad una struttura quasi fisionomica, a degli amici e delle persone ritrovate,c’è questa aderenza immediata. Quando io vedo Ceruti per la prima volta ,non è che Mauro per me sia un alieno, devo mobilitare una traduzione, in realtà noi abbiamo bisogno continuamente di "passing theories", di teorie occasionali, cioè di aggiustamenti che dobbiamo fare per comprendere ogni individuo, un altro individuo e non abbiamo nessuna garanzia.

Siamo immersi in questo linguaggio che è una struttura dialogica, coreuta, nel senso che gran parte del nostro linguaggio è implicito, ciò che noi proferiamo esplicitamente è solo una sottile crosticina di quello che intendiamo: di qui l’importanza dell’intonazione, del sottinteso e di tutte quelle complicanze che noi appunto portiamo alla luce quando rendiamo il nostro linguaggio esplicito.

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SECONDA ESPERIENZA DI ASCOLTO: METTERSI A CONFRONTO, RELAZIONARSI E RELAZIONARE

Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova Cameristica di Milano

Richiamo l’orchestra e complichiamo le cose: dello stesso brano ascolteremo due voci assieme, non tutte le quattro, non il complesso delle voci, come Bach le aveva definitivamente scritte e messe su carta ma due sole voci alla volta; abbiamo prima detto che ogni linea melodica ha un suo senso, individualmente presa, adesso proviamo a metterne insieme due. Prima ascolteremo i violini primi ed i violini secondi, quindi le due voci acute, poi successivamente ascolteremo i violini primi e i violoncelli, cioè le voci più gravi. Anticipo una lettura, continuando questo dialogo tra tartaruga ed Achille, nel quale si inserisce il formichiere.

" Le fughe- diceva il formichiere- hanno l’interessante proprietà che ognuna delle voci è un brano musicale autonomo e quindi una fuga potrebbe essere considerata un insieme di parecchie composizioni musicali distinte tutte basate su un singolo tema e tutte suonate simultaneamente. Dipende dall’ascoltatore o dal suo subcosciente decidere se essa deve essere percepita come un’unità o piuttosto come un insieme di parti indipendenti tutte in armonia fra loro."

Achille prosegue: " Lei dice che le parti sono "indipendenti"e tuttavia ciò non può essere vero alla lettera, vi deve essere qualche coordinazione tra loro altrimenti una volta messe insieme si avrebbe l’effetto di un’accozzaglia di note e non vi è nulla di più falso"

Risponde il formichiere: "Un modo migliore di descrivere la situazione potrebbe essere questo: se si prestasse attenzione ad ognuna delle voci avulsa dal resto, si scoprirebbe che essa ha un suo senso musicale compiuto di per sé stessa, essa potrebbe stare in piedi da sola ed è questo che intendevo quando dicevo che è indipendente, ma lei ha perfettamente ragione quando fa notare che ognuno di questi tratti individualmente significativi, fondendosi con gli altri in maniera niente affatto casuale dà vita ad una totalità armonica. L’arte di comporre una bella fuga consiste precisamente in questa capacità di comporre vari soggetti ognuno dei quali dà l’illusione di essere stato composto e fine a se stesso, e, però, quando viene inserito nella totalità vi si fonde senza alcuna forzatura. Ora questa dicotomia fra ascoltare una fuga come totalità e ascoltare le sue voci componenti è un esempio particolare di una dicotomia molto più generale, che si riferisce a molti tipi di strutture costruite a partire dai livelli più bassi."

" Davvero,- chiede Achille-" vuol dire che le mie due modalità, quella orizzontale e quella verticale, una voce alla volta, più voci insieme possono avere un riferimento più generale a situazioni diverse dall’ascolto di una fuga?" " Certamente." " Mi domando in che modo, immagino però che ciò abbia a che fare con un’alternanza fra il percepire qualcosa globalmente ed il percepirla come un insieme di parti, tuttavia solo ascoltando le fughe ho trovato questa dicotomia"

 

ESECUZIONE MUSICALE

Due voci alla volta del brano tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: la complessità dell'atto percettivo stesso di due voci alla volta rispetto alla voce singola

 

Antonella Pendezzini

Invito Silvano Tagliagambe a raggiungerci ed intanto ringrazio ancora l’orchestra e Daniele Agiman per questa conoscenza che si sta costruendo fra noi. La conoscenza è qualcosa che si costruisce, noi, soprattutto noi, che lavoriamo nella scuola spesso pensiamo di possederla, ma noi non abbiamo la conoscenza tutt’al più possiamo possedere il sapere. La conoscenza è relazione.

Questo è uno dei temi fondanti che ci ha aiutato quest’anno a sviluppare Silvano Tagliagambe, docente di Filosofia della Scienza all’Università di Sassari, che da alcuni anni collabora al nostro progetto. Con lui abbiamo esplorato i significati di qualità dell’educazione, di progetto e quest’anno l’idea di prendersi cura della propria conoscenza e di quella degli altri. Con lui abbiamo visto come questo abbia a che fare con la nostra identità. L’identità personale è un’essenza , un nucleo cui ognuno di noi è correlato fin dalla nascita e che sostanzialmente rimane inalterato nel corso dello sviluppo oppure non è qualcosa di disponibile fin dall’inizio ed è qualcosa che si costruisce nel tempo? E’ un’identità relazionale. Le prime ricerche sulle reti neuronali degli anni ’60 e i più recenti studi di neurofisiologia, ci hanno stimolato a d avvicinarci al pensiero di Damasio, Hedelmann, Varela, da cui emerge una visione complessa del funzionamento del cervello umano ispirata alla metafora delle reti di interconnessione, allora l’attenzione si sposta dal centro al confine. " L’epistemologia del confine", un testo di Silvano Tagkiagambe, dove essere significa comunicare e dove non esiste un unico territorio interiore sovrano, dove l’uomo guardando dentro di sé, guarda negli occhi l’altro, guarda con gli occhi dell’altro e questo ha grande importanza per noi e per le nostre relazioni educative con i ragazzi.

Ricordando gli studi di Daniel Storner sui bambini, Varela sottolinea come i confini fra il me e il tu non siano tracciati neppure negli eventi percettivi. Il me e il tu sono eventi concomitanti, si co-costruiscono, come direbbe Diego Napolitani. Con Tagliagambe noi abbiamo visto come gli affetti, le cure influiscano sulle strutture degli elementi locali nei bambini, - ci diceva- cambiano le proprietà cerebrali, non è soltanto la mente che cambia, è il cervello. I bambini sono modificati a livello della loro costituzione corporea dalle azioni che hanno luogo a livello emotivo tra gli esseri umani. In questo senso ci parlava dell’errore di Cartesio "Cogito ergo sum"in una relazione di cura diventa "cogitatus ergo sum e se vogliamo andare avanti ergo cogito"

Nei nostri seminari con Silvano Tagliagambe, mi sembra che abbiamo sperimentato tutto questo: alcuni stimoli di partenza, le nostre idee di qualità, di prendersi cura, di unicità, la loro rielaborazione e, in una di queste occasioni, lui ci ha regalato anche una bella immagine,quella di Ulisse come l’eroe fluido, liquido che si adatta alle situazioni e di Achille come l’eroe strutturato, tutto d’un pezzo e a me sembra ci sia un po’ di tutto questo in lui, perché ci rimandava questa idea all’interno di una cornice di significati più ampi che abbiamo ritrovato nostri

Allora in questo senso il prendersi cura non è stato solamente un approfondimento teorico, ma un’esperienza condivisa eche perciò possiamo condividere nei nostri luoghi di lavoro. Grazie…

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IL MODELLO POLIFONICO DELL’IO NELLE NEUROSCIENZE

Contributo di Silvano Tagliagambe

Venire dopo Gargani, Bach e Hofstadter è difficile, ma venire dopo una presentazione che ti restituisce un’immagine di te così idealizzata da non riconoscerti del tutto è un rischio, dal quale cercherò di uscire. A volte, non sempre, i politici hanno delle immagini folgoranti e, quando era commissario alla Pubblica Istruzione della Commissione Europea, Edith Cresson ebbe una di queste immagini folgoranti, l’immagine che l’identità di un singolo, come di un popolo, debba avere radici e ali, un terreno solido su cui radicarsi e, però, una capacità di fuga, di prospettiva di pensare altrimenti.

Ecco, anche l’idea dell’io come polifonia ha delle radici e delle ali. Proverò a parlare delle une e delle altre.

Radici, radici lontane. In un saggio di psicanalisi applicata, parallelo mitologico con una rappresentazione ossessiva plastica del sedici, Freud scrive " Secondo la leggenda greca, mentre andava in cerca della figlia rapita, Demetra era giunta a Eleusi, lì era stata ospitata da Disaule e dalla moglie di lui Baubò, ma nella sua profonda afflizione non aveva voluto toccare né cibo, né bevande, al che la sua ospite Baubò la fece ridere alzando improvvisamente la veste e scoprendo il corpo nudo".

Che significato ha questa immagine? La cosa bella è che questa immagine viene ripresa e spiegata nella sua chiave da Michail Bachtìn nel suo splendido saggio "L’opera di Rablais e la cultura popolare", nel quale rintraccia le radici del realismo grottesco e dice " Fra le celebri statuette di terracotta di Kerc, conservate all’Ermitage, ve ne sono alcune che raffigurano delle vecchie donne gravide di cui è messa in evidenza in modo grottesco la vecchiaia e la grossezza del ventre. Notiamo,inoltre, che queste donne gravide ridono. Siamo di fronte ad una forma di grottesco molto caratteristica ed espressiva. E’ ambivalente, è la morte gravida, la morte che dà la vita. Nel corpo di queste vecchie gravide non c’è nulla di determinato, di stabile, di tranquillo, vi si uniscono il corpo decomposto e sformato della vecchiaia e quello, ancora in embrione, della nuova vita." La vita è mostrata, in questo caso, nel suo processo ambivalente intrinsecamente contraddittorio. Mauro Ceruti ricordava Heinz von Foerster, " Non siamo, ma diveniamo"

Ecco, il realismo grottesco dice questo, e trova espressione nello splendido libro di Rabelais, Gargantua; è la radice di una modalità di interpretazione dell’io che vede una continuità tra il soggetto ed il cosmo, tra l’uomo e la natura e ritiene che l’individualità dell’uomo tragga alimento e capacità di movimento e forza propulsiva da questo suo legame con la natura, postula l’incompletezza dell’io in quanto inserito nel perfetto divenire della natura, postula l’inseparabilità della mente dal corpo e postula la relatività di tutte le dislocazioni spaziali e delle distinzioni alto-basso, centro- periferia. Questa idea dell’io costituisce un punto di riferimento ineliminabile della cultura occidentale contemporanea e che dobbiamo riesumare come nostra radice ogni volta che pensiamo a una delle tappe attraverso le quali si è manifestata l’idea di io, poi questa idea si è notevolmente articolata, fino ad essere contraddetta nei suoi postulati fondamentali.

Nella letteratura del cosiddetto realismo borghese, del XVII secolo- ricorda Bachtin -ci sono immagini di un grottesco statico, ormai staccato dal corso del tempo, dal flusso del divenire, spaccato in due: l’uomo si separa dalla natura, l’Io si separa dal suo ambiente, l’ambiente diventa statico, cessa di essere la forza propulsiva, cessa di essere la fonte dell’esistenza, l’Io cerca la radice dei significati in sé. E’ la scoperta del mondo interiore, della inesauribilità del mondo interiore e di una diversa dislocazione della radice del movimento. La radice del divenire e del movimento non è più nella natura e nel cosmo, inesauribile ciclo - morte che dà la vita e che a sua volta è destinata a perire- ma è nell’Io, nella profondità dell’io .

Sostiene Bachtin che potremmo fare una storia dell’io attraverso la storia della letteratura e del romanzo e allora vedremmo come progressivamente l’Io si è andata sviluppando verso un’idea dell’Io esaustiva, cioè un sistema chiuso capace di controllarsi come sistema e di essere autosufficiente, progressivamente autonomo, staccato non solo dal cosmo, ma sempre più staccato anche dagli altri Io.

In questa concezione dell’Io orgoglioso della sua autonomia ed autosufficienza emerge come un gigante la figura di Dostoevskij.

Nel 1863/64 Dostoevskij scopre - anche se Freud non glielo ha mai riconosciuto, ma Nietzche sì- l’alterità dell’Io, scopre all’interno dell’Io un’altra voce, che è la voce del sottosuolo, sono le memorie ed i ricordi del sottosuolo. Dostoevskij scopre un continuo dialogo interiore, la contraddizione di questo dialogo e come questo dialogo sia fatto a volte di competizione e a volte di contraddizioni e scopre anche che quest’altra voce è una voce dalle tonalità contrastanti, che a volte ci precipita verso gli automatismi e verso la disperazione, ma altre volte è germe di speranza.

Ogni tentativo di rappresentare l’antinomia tra il pensiero razionale e progettuale e questa altra voce, la voce del sottosuolo, la voce dell’inconscio, paragonandola all’antinomia tra bene e male è destinata a fallire, perché - come ci dice in Delitto e castigo Dostoevskij - a progettare il delitto e a renderlo razionale ed eticamente giustificabile è il pensiero cosciente e razionale, a far affiorare la estrema gravità di questo progetto è l’inconscio attraverso i sogni- il famoso "sogno della cavallina", che richiama il protagonista al senso orrendo di quello che stava lentamente sviluppando attraverso il suo pensiero razionale.

Che cosa fa, oltre a questo, Dostoevskij.? Dice Bachtin, che Dostoevskij non soltanto scopre la contraddittorietà, la molteplicità delle voci all’interno dell’io, ma scopre altresì -e il finale di delitto e castigo è esemplare- che da questa contraddittorietà e da questa antitesi, da questo conflitto possiamo riuscire ad uscire con una visione armonica soltanto attraverso la relazione con l’altro.

L’amore per Sofia diventa per Raskol’nikov la chiave attraverso la quale comporre il suo dramma ed i suoi conflitti interiori. Sofia, il nome non è casuale, perché Sofia è un’immagine profonda della filosofia russa, costruita da Vladimir Solovëv, amico e ispiratore di Dostoevskij ed è il pensiero della mente cosmica, della mente universale a cui prima accennava Giorgio Gargani.

E dunque, la relazione con l’altro diventa costitutiva e Dostoevskij - dice Bachtin - scopre la relatività della distinzione fra relazioni interne e relazione esterne, scopre che "essere" è profondamente comunicare e che la soggettività si costruisce sulla soglia, nell’interazione con l’altro, nella comunicazione con l’altro. Così emerge il romanzo di Dostoevskij nella sua dimensione polifonica, Bachtin usa il termine polifonica per sottolineare il fatto che in Dostoevskij e nei suoi romanzi noi abbiamo non soltanto la rappresentazione e l’espressione di tutta la varietà e l’articolazione delle voci sociali e la plurivocità sociale, ma abbiamo rappresentata anche tutta la gamma delle molteplici possibilità di atteggiarsi nei confronti di questa plurivocità.

Abbiamo perciò mondi chiusi, come quello che Dostoevskij aveva descritto in un suo romanzo giovanile, Il Sosia, abbiamo mondi chiusi come quello che Dostoevskij continuerà ad esplorare, la figura del padre Karamazov nell’ultimo suo grande romanzo, e abbiamo mondi assolutamente aperti che consistono e si costruiscono solo attraverso l’interlocuzione con gli altri, al punto di designare quella che Uchtomskij, il grande fisiologo russo, allievo non diretto di Secenov, che faceva lezioni all’università di Pietroburgo leggendo e interpretando i romanzi di Dostoevskij, chiamava la figura dell’interlocutore ottimale. E’ l’interlocutore dotato della massima apertura nei confronti dell’altro e in cui questa idea della soggettività come polifonia delle identità e come capacità di costruirsi in funzione delle relazioni con l’altro raggiunge la sua massima espressione. Non è un caso che questo percorso della letteratura e della filosofia russa sia riassunto splendidamente da un poeta russo in una poesia che si intitola Miracolo, di Boris Pasternak che vi vado a leggere proprio perché è la sintesi di questa idea della soggettività e dell’io come polifonia e della inutilità di un io che fruttifichi solo per sé e in sé.

 

Miracolo

Andava da Betania a Gerusalemme,

oppresso anzi tempo dalla tristezza dei presentimenti.

Sull'erta un cespuglio riarso;

fermo lì su una capanna il fumo,

e l'aria infuocata e immobili i giunchi

e assoluta la calma del Mar Morto.

E in un'amarezza più forte del mare,

andava con una piccola schiera di nuvole

per la strada polverosa verso un qualche alloggio

(andava) in città a una riunione di discepoli.

E così immerso nelle sue riflessioni

che il campo per la melanconia prese a odorare d'assenzio.

Tutto taceva. Soltanto lui là in mezzo.

E la contrada giaceva inerte in un deliquio.

Tutto si confondeva: il calore e il deserto,

e le lucertole e le fonti e i torrenti.

Un fico si ergeva lì dappresso

senza neppure un frutto, solo rami e foglie.

E lui gli disse: "a cosa servi?

Che gioia m'offre la tua aridità.

Io ho sete e fame, e tu sei un fiore infecondo,

e l'incontro con te è più squallido che col granito.

Com'è offensiva la tua sterilità!

Resta così, dunque, sino alla fine degli anni".

Per il legno passò il fremito della maledizione

come la scintilla del lampo nel parafulmine.

E il fico divenne cenere all'istante.

Avesse avuto allora un attimo di libertà

le foglie, i rami, le radici e il tronco,

le leggi della natura sarebbero forse intervenute.

Ma un miracolo è un miracolo e il miracolo è Dio.

Quando siamo smarriti, allora, in preda alla confusione,

istantaneo ci coglie alla sprovvista

 

Nella poesia la maledizione colpisce chi fruttifica solo per sé, chi è verde solo per sé, chi non offre frutti agli altri, colpisce l’aridità, l’inutilità e nella poesia c’è un passaggio fulminante dal tu " tu sei un fiore infecondo", che caratterizza tutto l’andamento al noi "Quando siamo smarriti". Il senso dell’identità collettiva deve scaturire da questa maledizione, se non vogliamo essere colpiti e diventare cenere , inaridirci come la cenere, dal tu e dall’io dobbiamo passare al noi.

Queste intuizioni poetiche, oggi, le ritroviamo espresse, anche se in forma diversa, nella filosofia della mente e nelle teorie attuali della mente e del cervello. Nella filosofia della mente noi abbiamo un autore come Dennet che dice "l’Io è un centro di gravità narrativo" e questa definizione sta ad indicare che l’Io non è un luogo, né uno spazio, è in sostanza una capacità di attrazione, è il risultato di quel processo che si ottiene quando molteplici racconti tra loro rivali, che interpretano ed incarnano con voci diverse ed in modi diversi la nostra individualità e la nostra personalità, ad un certo momento cedono il passo al dominio di un racconto egemone, che riesce a stabilire una forma di concordia provvisoria, che riesce ad assurgere ad un ruolo dominante.

Una struttura competitiva e concorrenziale, quindi, viene armonizzata da un racconto che diventa la nostra biografia di quel momento, che diventa la nostra capacità di interpretarci e rappresentarci nei confronti degli altri, ma questo racconto non può avere l’ambizione di presentarsi sempre e comunque come l’Io e come il rappresentante dell’io. Questo racconto deve saper cedere il passo ad altri racconti quando la sua capacità compositiva ed armonizzante, quando la sua spinta in termini di convergenza viene meno. Questa è un’immagine che non solo riprende ed attualizza le cose che abbiamo detto di Dostoevskij, che in fondo interpreta la poesia di Pastenak e la traduce in linguaggio filosofico, ma interpreta un movimento che c’è all’interno delle teorie della mente, in cui si esprime il senso di novità profonda delle attuali teorie del cervello, che noi possiamo riassumere e sintetizzare in questi termini: il cervello cresce, si sviluppa ( il nostro cervello alla nascita è un quarto del peso che può raggiungere in un adulto normale) e si sviluppa in una maniera che oggi supera la contrapposizione tradizionale tra innatismo e ambientalismo e, cioè, il cervello mantiene una sua plasticità e fa un’operazione straordinaria, che non siamo ancora riusciti a spiegare, cioè trasforma lo spazio in tempo.

Il segreto del funzionamento del cervello non è la localizzazione, come pensavamo i teorici delle aree cerebrali, che dicevano che il linguaggio aveva la sua sede in un punto, la memoria in un altro, certo la localizzazione della attività e delle funzioni mantiene un suo significato, ma il segreto del cervello sembra essere piuttosto la presenza di correlazioni a lungo raggio (di natura sia spaziale che temporale) tra le attività di gruppi di neuroni differenti, anche distanti tra loro, correlazioni che tendono ad essere sovente interpretate come evidenza empririca di un processo di sincronizzazione tra le attività neuronali e della capacità di suscitare insieme e mantenere compresenti attività fino al momento in cui il cervello medesimo non riesce a stabilire delle relazioni dalle quali scaturisca un significato.

In quella che Damasio chiama "un’unica finestra temporale" attività provenienti da varie zone cerebrali, da vari gruppi neuronali vengono mantenute compresenti ed il significato scaturisce proprio da questa capacità di tenere insieme e mantenere compresenti, scaturisce da questa capacità di orchestrazione, capacità che però non è una struttura dominante, non presuppone una cabina di regia, perché nel cervello gli orchestrali si auto-organizzano. Forse, un direttore d’orchestra nascosto c’è, che non è una cabina di regia, ma è un processo evolutivo. Questa capacità di orchestrazione e di armonizzazione è il risultato di una evoluzione che ha fatto emergere come centrali proprio la selezione, la capacità di mantenere compresenti, i lavorii e le voci e le attività provenienti da vari rami del cervello.

Quindi, l’evoluzionismo non è una teoria, ma è la pietra angolare della nostra cultura ed estirpare l’evoluzionismo dall’insegnamento non vuol dire togliere una teoria, vuol dire distruggere una cultura, vuol dire non capire e non saperci spiegare cosa fa il cervello. Dicevo, infatti, che il direttore d’orchestra c’è ed è il risultato miracoloso dell’evoluzione ed il problema di fondo è ben messo a fuoco negli studi sul cervello, perché quando ci si chiede che cosa sia la coscienza, la risposta che viene data fulminante è che la coscienza è un breve processo di sequenzialità inserito come un vaso di coccio tra i due vasi di ferro costituiti da processi abitualmente paralleli.

Il cervello lavora sempre in modo parallelo, attraverso strutture orizzontali e verticali, quelle della musica polifonica, strutture orizzontali con la loro sequenza, strutture verticali che le collegano tra di loro come nell’arte della fuga. Il racconto, il linguaggio, però, sono inevitabilmente sequenziali, almeno i linguaggi che abbiamo sperimentato e costruito finora, e se nella coscienza c’è pensiero e se il pensiero ha un rapporto forte con il linguaggio è evidente che a questa fase di processi paralleli deve subentrare una fase di sequenzialità. Questa fase che dura da 250 a 300 millesimi di secondo- che è il tempo minimo necessario perché uno stimolo arrivi alla nostra coscienza e venga processato per leggerlo ed interpretarlo- ad un massimo di 20/25 secondi perché la memoria di lavoro non è compatibile con esercizi di pratica più lunghi. La caratteristica fondamentale del nostro cervello non è la sequenzialità ma è il parallelismo e il parallelismo è fatto appunto di caos, di strutture verticali ed orizzontali compresenti e che si agitano come un formicolio.

Questo ci riporta ad una citazione che vi voglio fare, che è di un musicista questa volta, di Igor Strawinskyj che in Poetica della Musica scrive: "La musica, legata al tempo ontologico, è generalmente dominata dal principio di somiglianza; quella che si riferisce al tempo psicologico procede volentieri per contrasto. A questi due principi che dominano il percorso creativo corrispondono le nozioni essenziali di varietà ed uniformità.

Tutte le arti ricorrono a questi principi. I procedimenti della policromia e della monocromia nelle arti figurative corrispondono rispettivamente alla varietà e all’uniformità. Ho sempre pensato, per conto mio, che è in genere più opportuno procedere per somiglianza che per contrasto: la musica si consolida così nella misura in cui rinuncia alle lusinghe della varietà. Ciò che perde di ricchezze discutibili, guadagna di autentica solidità (…)

La varietà vale solo in quanto ricerca della somiglianza: essa mi circonda da ogni parte, non devo quindi temere che mi manchi, poiché la incontro senza posa. Il contrasto è dovunque, ed è sufficiente prenderne atto. La somiglianza è invece nascosta, si tratta di scoprirla, e la scopro soltanto al limite del mio sforzo. Se la varietà mi tenta, sono turbato dalle facilità che mi offre, mentre la somiglianza mi propone delle soluzioni più difficili, ma dei risultati più solidi e dunque, a mio parere, più preziosi".

Questo ci porta al problema del rapporto tra esperienza, come regno della varietà, e l’arte, in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, come ricerca dell’uniformità, dell’ordine e della disciplina" l’arte, nel giusto senso della parola, è un modo di far delle opere secondo certi metodi ottenuti sia per tirocinio che per invenzione: e i metodi sono le vie rigorose e precise, che garantiscono il retto andamento del nostro operare".

Ebbene l’io polifonico, l’io ben riuscito fa esattamente questo lavorio: trasforma il contrasto in uniformità, trasforma la dissonanza in armonia.

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TERZA ESPERIENZA DI ASCOLTO: L’INSIEME E’ PIU’ DELLA SOMMA DELLE PARTI SINGOLE

Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova Cameristica di Milano

Ho preparato, e ve lo leggerò, un testo tratto dal libro di Damasio per introdurre la prossima esperienza d’ascolto, di tre voci alla volta. Per capire basta mettersi in ascolto, i compositori lo sanno, Beethoven non scriveva per compositori scriveva per un pubblico che ascoltava e che condivideva una cultura di un’epoca storica e, quindi, quello che occorre per capire quello che sta succedendo sarà semplicemente ascoltare. Ascolteremo tre voci alla volta, prima le tre voci superiori, violini primi, i violini secondi e le viole, quindi eseguiranno il secondo brano violini secondi, viole e violoncelli.

Prima dell’esecuzione eccovi da " Emozione e coscienza" di Damasio, autore molto amato da Silvano Tagliagambe, che tra l’altro, nei suoi scritti, ha un frequentissimo uso di immagini musicali, una immagine che anticipa quello che ascolterete: " può essere utile pensare al comportamento di un organismo come all’esecuzione di un brano orchestrale la cui partitura viene inventata via,via. La musica è il risultato prodotto da molti gruppi di strumenti che suonano tutti insieme a tempo ed il comportamento di un organismo è il risultato prodotto da numerosi sistemi biologici che agiscono simultaneamente …….alcuni sistemi biologici producono comportamenti incessanti,altri comportamenti che in un dato momento possono manifestarsi o meno, qui desidero mettere in rilievo tre idee fondamentali – io ve ne leggo solo due- la prima idea fondamentale è che il comportamento di un organismo vivente in ogni momento scelto per l’osservazione non è il risultato di un’unica linea melodica semplice, ma piuttosto di un concorso di più linee melodiche. Un direttore d’orchestra che esaminasse l’immaginaria partitura comportamentale, vedrebbe le diverse parti musicali armonizzate verticalmente ad ogni battuta….la terza idea è che, pur essendovi svariate componenti, il comportamento in ciascun momento è un tutto integrato, è la fusione di contributi diversi non dissimile dalla fusione polifonica di un’esecuzione orchestrale, dalla caratteristica cruciale qui descritta la simultaneità, emerge qualcosa che nessuna delle parti specifica"

 

ESECUZIONE MUSICALE

Tre voci alla volta del brano tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: un’ ulteriore complicazione della prospettiva percettiva

 

Prima della seconda esecuzione voglio leggervi un altro brano, omaggio a Giorgio Gargani, è un testo che lui cita spesso e che finalmente ho letto, è di Goodman " Vedere e costruire il mondo". In uno dei capitoli centrali, che si intitola L’enigma della percezione: vedere dietro quel che c’è, Goodman scrive "Una volta all’improvviso qualcuno mi chiede un po’ insolente – Non puoi vedere quello che si trova davanti a te? - Dunque, sì e no . Qui davanti a me vedo persone, fogli di carta, libri e poi ancora colori, forme, strutture, ma vedo le molecole gli elettroni, i raggi infrarossi che sono anch’essi qui davanti a me? E vedo questo stato o gli Stati Uniti o l’universo? Vedo solo parti, adir la verità di queste entità così estese, ma allora anche di persone, sedie ecc, vedo solo parti, e se vedo un libro ed esso è un miscuglio di molecole, allora non vedo un miscuglio di molecole? Ma d’altra parte posso vedere un miscuglio di molecole senza vederne nessuna? Se non posso dire che vedo un miscuglio di molecole, perché miscuglio di molecole è un modo un po’ sofisticato di descrivere quello che vedo, a cui non si arriva semplicemente guardando, allora come potrei mai dire che vedo un magnete o un fungo velenoso? Supponiamo che uno mi chieda se ho visto alla mia conferenza l’allenatore di football, ma lui era là tra il pubblico e io ho visto sicuramente ogni persona del pubblico, sebbene lo abbia visto, dico che non l’ho visto, perché non sapevo che l’uomo in alto a destra nell’ottava fila fosse l’allenatore della squadra di football."

Cosa stiamo sentendo noi, cosa state sentendo voi, se persino le relazioni che i musicisti stanno creando non sono consapevoli per loro che suonano, forse neanche per me che sto dirigendo e forse non erano consapevoli neppure per Bach, quale grado di complessità si sta pian piano creando , mentre passiamo da una voce sola a due e tre voci e poi ciascuna delle voci perde di identità o no?…intanto rifaccio ascoltare il brano con tre voci.

 

ESECUZIONE MUSICALE

Tre voci alla volta del brano tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: un’ ulteriore complicazione della prospettiva percettiva

 

Antonella Pendezzini

Chiamo Diego Napolitani a raggiugerci. Alcuni versi di Shakespeare: " Ascoltare con gli occhi appartiene al fine ingegno d’amore", li ho scelti, forse, perché ho nella mente l’esperienza che abbiamo vissuto con lui sulla ri-creazione, in un seminario a Stresa su come come ri-creare e far veramente nostro un apprendimento autentico, in noi e nei nostri ragazzi,o forse perché ho ancora negli occhi una conversazione di questa primavere a Romano con Diego, dove si parlava di maschile e di femminile della mente. Il maschile come essere nel mondo, come discontinuità, razionalità, parola, codici, e il femminile come essere il mondo, come continuità, intuitività, silenzio, empatia: la bipolarità della mente, un percorso di ricerca e di studio che Diego ha portato avanti in questi anni e che costituisce, per ora l’ultimo, contributo di Diego alla psicoanalisi. Napolitani, psichiatra, psicoanalista, fondatore della Scuola Italiana di Gruppo Analisi collabora con noi da circa sei anni. La sua teoria della gruppalità interna ha cercato di superare la dicotomia individuo/ gruppo e rimanda alle molte voci che risuonano dentro di noi: affetti significati, aspettative, voci sulle quali tendiamo un po’ a modellarci, o voci che riusciamo a far dialogare al nostro interno per trovare la nostra voce autentica. Tutto ciò mi rimanda all’idea del nostro Arcipelago interno, proprio un paio di anni fa, in un bell’incontro tra Diego Napolitani e Massimo Cacciari ci veniva proposta questa immagine da Cacciari: un arcipelago di isole, ma non con un’appartenenza forte in cui tutto viene ridotto ad uno, in modo un po’ gerarchico ed asimmetrico, neppure isole come unità compiute e soddisfatte, isole "idiote"che si dissolvono come qualcosa di inospitale incapaci di ricercare e di incontrarsi. Piuttosto isole autonome che vivono in perenne navigazione, le une versus/contra le altre, che fanno propria la molteplicità di forme e di parole che hanno veduto ed ascoltato viaggiando. Ma "il sentiero della scuola" con Diego Napolitani è iniziato parlando di autovalutazione, molti anni fa e perciò di errori, errori probabili, più che possibili. Con lui abbiamo scoperto che l’errore può essere l’inizio di un errare che ti porta ad uscire dai tuoi confini originari, dai codici prescritti, ti porta ad inventare il mondo e nell’inventare il mondo lo si trasforma. Dalla preoccupazione per l’errore, al sentire di poter trasformare il mondo: è come dire che "avevi dei buchi", cercavi di non mostrarli troppo ed, invece, senti di poter essere come sei, sin-cero. I latini, quando modellavano le statue e queste non riuscivano bene e presentavano dei buchi, li tappavano con la cera. Poi col tempo la cera se ne andava ed ecco che le statue potevano ritornare ad essere di nuovo, come noi forse non riusciamo ad essere , sin-ceri.

Ma se sentiamo di avere dei punti sufficientemente fermi, una stella polare per orientarci, possiamo accettare che il viaggio si costruisca un po’ da sé, strada facendo anzi è proprio l’ascoltare il nostro disordine, la nostra mancanza che permette di generare il nuovo. Durante il nostro ultimo seminario in un’intervista abbiamo chiesto a Diego " In che cosa vorresti essere ricordato da tuo figlio?" E lui ha risposto " Nella libertà, che io ho vissuto vorrei che lui potesse sentire e vedere: non solo la mia libertà personale, ma la libertà nei miei pazienti, nel sociale. Abbiamo parlato di Poros, della povertà, Penìa, della sincerità, loro hanno fatto un figlio ed è Eros,, coiè il progetto, la possibilità. A me sembra che questa sia l’esperienza che stiamo facendo con Diego, cioè l’esperienza del possibile ,non so se sia la libertà, ma è una gran bella dimensione….Diego Napolitani.

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SUSSURRI E GRIDA DAL MONDO INTERNO

Contributo di Diego Napolitani

Introducendo il mio intervento Antonella Pendezzini faceva riferimento a ciò che io risposi ad una domanda postami in una recente intervista "Cosa vorresti che tuo figlio sapesse di te, ricordasse di te" ed è una curiosa coincidenza che io avessi fatto riferimento nell’intervista alla mia libertà, una coincidenza perché questa sera avevo deciso di utilizzare nel mio contributo le parole di mio figlio di 4 anni che improvvisamente, come improvviso compare l’arcobaleno, venne fuori con questa espressione: "quando sono uscito dalla pancia della mamma sono un poco morito, poi mi sono dato la libertà e ho cominciato a crescere". Credo che in questa poesia, perché questa è una poesia, ci sia un connettere punti estremi di un orizzonte esistenziale, connetterli fra loro, come fa appunto un arcobaleno, sinteticamente, criticamente, fugacemente, irriflessivamente ed è qualcosa che sgorga tenue e leggero come un sussurro.

Si potrebbe pensare che queste parole io le abbia suggerite a mio figlio, ma non è così,… chissà attraverso quali vie Carlotta ed io abbiamo suggerito visioni del mondo, non lo sappiamo. Mia moglie ed io siamo rimasti stupiti di fronte a questa espressione di un bambino di 4 anni…ora io vorrei riflettere con voi su cosa ci consente di "distinguere" e poi di "unire", secondo lo stesso processo che compie Daniele Agiman nel disunire le singole voci e nel ricomporle progressivamente in un unico brano musicale.

Io ho usato come titolo di questa mia presentazione due parole che caratterizzano una grande opera di Bergman "Sussurri e grida" e, in effetti, Bergman, in questo capolavoro ambientato in una villa dell’alta borghesia nordica dell’’800, ci presenta l’insensatezza, la miseria, lo strazio di anime in una casa immersa nelle brume del paesaggio del Nord, in cui noi entriamo seguendo il ticchettare di una miriade di orologi in forme non fastose, ma che lo sguardo del regista ci indica nella nudità dei loro quadranti e nel passaggio ritmico inesorabile dei minuti. In un tempo per nulla vissuto, in un tempo che potremmo definire oggettivo, immobile, per cui il moto, come il moto gli astri nel firmamento, è un moto immobile nella rappresentazione che noi ne facciamo talvolta, ci sono 4 personaggi centrali, tre sorelle e una serva: il film si apre entrando nelle stanza da letto di una delle tre sorelle, una sorella che sta morendo. Questa sorella è agitata da sussulti, dallo strazio della sua fine e ha come sua interlocutrice una dolcissima umile donna, di cui viene appena accennato il fatto che ella ha perso una bambina in tenera età. Ora la sua bambina è lì, è in questa padroncina che sta morendo e ci sono delle scene straordinarie, di un calore fortemente coinvolgente, in cui la serva dà il suo seno a questa donna morente e Agnese si lascia accompagnare, nel suo progressivo spegnersi, da questo prodigioso guanciale di vita e di morte, non di vita contro la morte.

Ecco, questa coppia che è illuminata dal loro dialogare, dal loro narrarsi reciproco ed è illuminata da flash storici, da un passato che si fa presente. Agnese ricorda la madre in tutta l’ambiguità di questa figura, tra atteggiamenti rigidi, rifiutanti, punitivi e atteggiamenti stupefatti per il crescere della figlia. Allora due storie si incontrano, ma sono due storie che si animano nel momento in cui si narrano reciprocamente non soltanto attraverso parole, ma attraverso il comportamento ed è una narrazione intensa.

Dall’altro lato ci sono le altre sorelle Karin e Hanna, che sono sprofondate nel silenzio, parlano pochissimo, Karin parla per urlare, grida di comando nei confronti dell’umile serva e Hanna parla soltanto per ripetere, come se si trattasse di una liturgia, la sua arida sensualità del tutto impersonale. Tra le due c’è il silenzio, ma c’è il silenzio di ciascuna delle due con il mondo e fanno da contrappunto a queste due figure drammatiche i rispettivi mariti, immobili, costretti dentro a un conformismo assoluto nei loro movimenti, nelle loro professioni, nei loro inganni sociali, senza parole anche loro: nessuno parla ma tutto grida, grida di comando, di terrore.

E sullo sfondo c’è lo spegnersi, nello sviluppo del racconto cinematografico, o meglio il viversi nello spegnimento, così senza storia,così affondate nella loro storia.

Ci si potrebbe qui soffermare su un termine comune che tutti usiamo, ma siamo noi soggetti o progetti? Noi siamo talmente vincolati alla nostra tradizione che noi parliamo tanto di soggetto, perché pensiamo con la parola soggetto di indicare l’autore, l’atto volitivo di una scelta, di un gusto, di un amore, ma il soggetto è l’assoggettato, mentre il progetto è il gettarsi avanti oltre la circonferenza, più o meno stretta, che ciascuno di noi ha concretamente davanti e dentro di sé. Essere oltre, essere progetto: queste due sorelle, costrette nel rancoroso silenzio, sono proprio due soggetti, bei soggetti, le altre due che si confrontano con la morte personale, da un lato, e con la morte della figlia, dall’altro, che si narrano reciprocamente in questo abbraccio tenerissimo, in questa sorgente d’amore, sono progetti, che vanno oltre il vincolo tangibile del loro spegnersi come donne o come madri, vanno oltre nel momento in cui sono nel loro progettarsi.

Ora che significa essere soggetti, soggetti a chi? Tagliagambe ricordava il problema delle radici, cioè che non c’è pianta che non abbia radici e non c’è essere umano che non abbia storia, perché senza una storia e senza la possibilità in qualche momento di poterla narrare, cioè al di fuori della storia, l’uomo è le sue radici, l’uomo è qualcosa che si ripete con quell’automatismo meccanico che viene accennato da Bergman nel ticchettare degli orologi, secondo una dimensione, probabilmente soltanto orizzontale, e noi rimaniamo fermi, rimaniamo catturati dall’orizzontalità meccanica della nostra esistenza e non possiamo far altro che ripetere le nostre origini., diventiamo maschere diventiamo l’eternalizzazione del nostro passato.

Se noi questo nostro passato lo narriamo, lo riguardiamo… pensare e poi ripensare…allora succede qualcosa di prodigioso, qualcosa che riguarda strettamente il mio mestiere: qualcuno mi racconta di sé e io mi racconto attraverso le visioni del mondo che personalmente ho per stabilire con lui una condivisione e così come io condivido il mondo delle sue visioni, le sue maschere di ghiaccio, così lui condivide le mie maschere che molte volte irrompono sullo scenario o i miei sussurri, le mie grida.

Quando parliamo di sussurri, parliamo di qualcosa che appena, appena riesce a raggiungere le nostre orecchie esterne e che filtra attraverso lo spessore dei diaframmi, che noi frapponiamo tra noi e l’altro, e penetra fino a toccare un orecchio interno. I sussurri emergono da sé, non sono programmati, non c’è un direttore d’orchestra e una cabina di regia, emergono come le parole di un bambino di 4 anni e nei termini così compositi che vi ho detto. I sussurri emergono da sé, senza autori, senza comandi ed emergono nei posti e nei luoghi più impropri: è sempre il nostro orecchio capace di cogliere i sussurri che emergono dalla nostra anima?

Le nostre orecchie sono così frastornate dai rumori dei comandi, che noi non riusciamo più a cogliere il nostro sussurro prima del sussurro dell’altro. Tagliagambe ricordava le voci del sottosuolo di Dostoevskij, ma questo è un sottosuolo diverso dal sottosuolo dei fantasmi, dei defunti, è il sottosuolo delle origini, della storia che ci sta alle spalle, è il sottosuolo fatto per raccogliere i resti della storia di ciascuno di noi, ma fatto anche per far nascere nuove piante, è lo stesso luogo dove si concentra la morte e da dove emerge la vita, magari flebile come un sussurro. Tagliagambe sottolineava come i processi di conoscenza non seguano il tragitto lineare, a cui la nostra tradizione culturale ci rimanda, cioè la registrazione dell’oggettività del mondo degli oggetti, ma la conoscenza è una fabbrica che è fatta sia di radici, cioè di cultura istituita dentro di noi, che di sussurri che sono presenti nel pensiero che fluttua in tutti noi, ora, in questo processo di orchestrazione.

A me piace scavare nelle origini delle parole che noi usiamo…orchestra viene dal greco orceomai, che significa danzare. Che cos’è la danza se non quel fenomeno prodigioso, lieve come un sussurro, per il quale si ha un processo di integrazione di tutte le parti del corpo ed un processo di accordo tra i due antagonismi muscolari che ci caratterizzano come animali viventi, i flessori e gli estensori? C’è un momento in cui noi impieghiamo tutto il nostro corpo e accordiamo flessori ed estensori per una finalità precisa, devo sollevare un peso, devo camminare, devo fare l’amore: flessori ed estensori si accordano rispetto ad un comando che risiede nella finalità che io mi propongo; la danza quale finalità ha, se non questo bisogno di narrare come quando un bambino dice " facciamo come se ….."? La danza del cigno, la danza delle onde del mare, la danza di un raggio di luce, "facciamo come se …" nella danza si propone questa armonia singolarissima di tutte le parti del corpo danzante e questo accordo prodigioso, anche se non finalizzato, di flessori e di estensori. Ecco un sussurro che fluttua come danza.

In un tempo che è al di fuori della nostra memoria documentale, in un tempo lontano - 100.000 anni fa, 80.000 anni fa e così di seguito, fino ad arrivare a pochi anni prima di Cristo, circa 2000 anni fa- l’uomo non aveva la coscienza che abbiamo noi, così come oggi noi vogliamo leggerla. Da qui a 100/ 1000 anni chissà come leggeremo questa cosa misteriosa ed indefinibile, che è la coscienza, se non come un’orchestrazione interna fra parti, come danza, fugace, transitoria che brilla lì come la luce di un arcobaleno che improvvisamente compare e altrettanto improvvisamente sparisce.

In quella epoca buia della storia delle nostre civiltà sembra- e attenti studi di archeo-psicologia lo confermano- che la parola coscienza non esistesse, così come sembra non esistesse quella metafora linguistica straordinaria che noi ripetiamo come se fosse la cosa più normale di questo mondo "io". L’io che si confronta col tu, che cresce in rapporto al tu, il noi, che è un’altra immagine estremamente complessa, polifonica, perché noi genere umano, siamo tutti accomunati, siamo una molteplicità di "io" tu, lui, il terzo, l’altro…. e allora siamo un "noi" fatto di diversità o di somiglianze? Io credo che siamo simultaneamente l’una cosa e l’altra, siamo sia nell’accomunamento dell’appartenenza di genere, etnologica, geografica, storica e allora siamo noi, ma siamo anche noi perché siamo disarticolati nella parola che pronunciamo, io, tu, l’altro, al singolare o al plurale.

In questo tempo remoto che è irraggiungibile, così come è irraggiungibile il tempo remoto da cui noi tutti siamo nati e la lunga stagione del nostro essere affidati ad una volitività esterna a noi - un bambino viene allevato, ma letteralmente levato in alto, ricalato sul suo lettino, girato, riscaldato, nutrito, ma la volontà è fuori di lui - ecco compare la coscienza. E’ la coscienza che riassume l’insieme del nostro ambiente, della nostra storia, del mio esser nato, io la coscienza devo ascoltare.

A proposito di strade parallele e di percorsi paralleli, come di voci diverse all’interno di una polifonia, che si attuano nella nostra quotidianità minuto per minuto, quella a cui io voglio alludere è quella che mi piace chiamare la " bicameralità" della nostra struttura neurologica: la parte maschile e femminile, la parte razionale e irrazionale, yin e yang della cultura taoista. C’è un autore che se ne è occupato in modo particolarmente dotto, James, che è uno psicologo che ha dedicato la sua intera vita alla psicoarcheologia, allo studio delle civiltà di cui non abbiamo memoria e di cui non ci sono documentazioni che possiamo soltanto ricostruire attraverso brani scheletrici che ci rimangono. James parla del crollo della mente bicamerale e dell’ origine della coscienza, così come le intendiamo oggi, cioè non come coscienza morale, allorquando autopoieticamente un nuovo ordine di significazioni si riesce a costruire, si ordina, si riorganizza, cioè si afferma una organizzazione che non ha registri che nell’io che è una grande metafora, che però è l’esito di un’orchestrazione.

Di fronte a questa esperienza iniziale di mancanza radicale di significazioni autonome, in cui io sono regolato perché sono sollevato, abbassato, zittito, nutrito, sgridato da un centro volitivo fuori di me, esperienza in cui io entro nel mondo come uomo affidandomi soltanto alle strutture aptiche, cioè istintive, entra una variabile specificatamente umana che è la narrazione: è grazie a questo prodigioso incontro con l’altro che io incontro me stesso. Chi narra poeticamente, musicalmente, filosoficamente narra per incontrarsi ma ha bisogno di chi l’ascolta di chi è fuori di lui che gli presta l’orecchio non per obbedire ma per interloquire, per commentare, per arricchire la proposta narrativa e allora la narrazione non è soltanto la storia di quel che è stato e la sequela in senso orizzontale degli eventi nel tempo, ma attraverso questa ricorsività la storia che noi tutti narriamo è per ciascuno è la sua storia.

Jung sosteneva che ogni psicologia è prima di tutto un’autobiografia, ogni formulazione di mondi, ogni visione di mondi è un’autobiografia. In questo espormi nelle visioni del mondo io incontro l’altro, m’incontro con l’altro perché nel mio raccontarmi quel che è stato fino a questo momento l’orecchio dell’altro coglie il divenire della mia storia. Quando noi ascoltiamo Bach, noi non ascoltiamo solamente quello che è stato una volta , ma noi ci troviamo un divenire, un nostro divenire ed è questo l’interscambio, lo scambio di aperture, di possibilità a cui tutti siamo sollecitati tutti siamo capaci di distinguere l’ascolto dei sussurri, nel frastuono delle grida nelle quali rischiamo ad ogni momento di rimanere mummificati.

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QUARTA ESPERIENZA DI ASCOLTO: CHE COS’E’ VERAMENTE CRUCIALE NEL TUTTO?

Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova Cameristica di Milano

Ascolteremo finalmente il contrappunto primo di Bach nell’interezza delle sue quattro voci, il maestro e gli strumentisti hanno due opportunità di esecuzione, la prima è mettere in risalto ogni volta il tema principale, cioè ogni entrata del tema viene sistematicamente sottolineata sia dall’intensificazione sonora, sia da parte del direttore con una maggior significazione, anche rivolgendosi al pubblico, per fare capire quali sono le varie voci che stanno entrando di volta in volta.

Sembra semplice la scelta tra questa modalità di esecuzione, piuttosto che la modalità di esecuzione che seguirà, che è quella di mantenere tutto neutro, cioè non dar nessun rilievo nell’esecuzione all’entrata del tema proposta dalle varie voci e lasciare appunto il sussurro di cui parlava Diego Napolitani. In realtà non è una scelta così semplice: se fare musica in occidente è una organizzazione dei suoni che segue regole che possiamo trovare anche in altri ambiti di pensiero, allora il problema che il direttore si trova e gli ascoltatori si trovano ad affrontare può essere reso benissimo con le parole di Mauro Ceruti che nel testo La danza che crea ci dice:

"L’epistemologia genetica affronta tale problema attraverso due ipotesi cruciali. Si tratta in primo luogo, e in generale, del riconoscimento di una radicale interrelazione e coevoluzione di soggetto e oggetto nei processi cognitivi, e in secondo luogo, e in particolare, della considerazione di tali polarità come stratificate e decentrate su molteplici livelli, nonché della considerazione di entrambe quali espressione di molteplici dinamiche sistemiche dal punto di vista sincronico e di molteplici processi genetici dal punto di vista diacronico. Non esiste un problema dell’interrelazione generale fra soggetto e oggetto, bensì il problema delle molteplici modalità di interrelazioni tra di essi. La circolarità fra soggetto ed oggetto viene assunta come primaria, ma non come omogenea, giacché viene considerata ricostituentesi, di volta in volta, secondo modalità specifica ai vari sistemi e processi cognitivi, ai vari domini e livelli di esperienza, ai vari stati e stadi di sviluppo delle conoscenze.(….)

"Ogni cosa, ogni oggetto, ogni unità è sempre individuata attraverso un atto di distinzione che separa ciò che viene individuato da uno sfondo- quando il direttore d’orchestra decide di mettere in risalto un tema piuttosto che non farlo, individua un tema e lo stacca da uno sfondo- Queste distinzioni sono sempre opera di un osservatore e quindi possono variare e come conseguenza della variazione un’unità può essere vista in termini differenti (…)". Citando Piaget, Mauro dice " Il problema centrale dell’epistemologia è in effetti di stabilire se la conoscenza si riduce ad una pura registrazione da parte del soggetto di dati già completamente organizzati indipendentemente da lui in un mondo esterno fisico o ideale o se il soggetto interviene attivamente nella conoscenza e nella organizzazione degli oggetti"(….)

"L’epistemologia genetica tende ad impostare il problema considerando la conoscenza come un processo più che come un fatto e spostando l’attenzione sullo studio dell’intero processo e dei suoi vari stadi"

L’esecuzione che ascolterete è un’esecuzione forte e non è la stessa cosa che succederà poi nella seconda esecuzione: sono due diverse modalità interpretative. C’è un testo bellissimo di Anton Herhenzweig, psicoanalista austriaco, poi vissuto in America,di scuola freudiana, La psicoanalisi della percezione nella musica e nelle arti figurative,nel quale l’autore unisce la psicoanalisi freudiana alla Gestalt. Il capitolo, da cui ho scelto alcuni brani, si intitola "Forme artistiche prive di Gestalt"e leggo a proposito delle fughe di Bach:

" Si prendano i grandi capolavori dello stile polifonico classico, le ultime fughe di J. Sebastian Bach- questa è l’ultima - l’ascoltatore medio abituato con la musica con una sola melodia,può trovarsi dapprima a suo agio, dal momento che sa che nella fuga un unico soggetto domina le voci ed è continuamente ripreso. Riesce a seguire l’inizio, quando il tema viene annunciato solennemente da ciascuna voce, a mano a mano che si inserisce, ma quando la fuga si sviluppa e le voci si uniscono in un canto completamente polifonico, nessuna di esse è più espressiva o significativa dell’altra, ciascuna è nella condizione di poter riprendere il tema in qualsiasi momento, allora l’ascoltatore, abituato alla melodia unica, non riesce più a capire dove volgere l’attenzione, mentre ancora segue quella voce in cui ha appena colto il tema,spesso scopre che anche un’altra voce ha appena ripreso il tema, appena qualche battuta prima, e di regola egli avrebbe dovuto spostare l’attenzione molto prima e trascurare la comparsa del tema nelle mezze voci, tutto sommato meno evidenti; esecutori bene intenzionati ma malaccorti potrebbero volere aiutare l’ascoltatore, evidenziando il tema tutte le volte che esso faccia la sua comparsa, ma in pratica, a parte i dubbi meriti artistici, ciò peggiorerebbe soltanto l’effetto spiacevole, cioè l’esperienza di far "vagare l’orecchio". L’orecchio non riesce mai a fermarsi su un frammento di melodia non interrotta, senza essere distolto nuovamente troppo presto perché un’altra voce reclama i suoi diritti di attirare l’attenzione cantando il tema. Per godere la musica polifonica è necessario cambiare atteggiamento: bisogna sperimentare il soggetto della fuga fin dall’inizio, non come una melodia ma come il germe da cui crescerà l’intricata struttura polifonica di una fuga. Seguire lo sviluppo di questa struttura con un’attenzione diffusa, non concentrata su un’univoca voce ma sulla struttura globale, sentire come cresce in trasparenza e come si espande in uno spazio infinito- forse un esempio di sentimento oceanico in arte- solo allora l’ascoltatore proverà la profonda esaltazione legata alla musica polifonica, che deve parlare,in molte lingue anziché in una sola". E’ quello che cercherò di fare adesso non privilegiando nessuna voce, ma lasciando che la vostra capacità di entrare in un processo vi permetta di sentire e di perdervi in queste quattro voci che dialogano fra di loro.

 

ESECUZIONE MUSICALE

Due "interpretazioni" del brano tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach con le quattro voci complete.

Prima esecuzione: si seguono gli schemi interpretativi tradizionali mettendo ogni volta in risalto il tema principale.

Seconda esecuzione: il tema principale ogni volta appare sullo sfondo e si privilegia la complessità dell'insieme.

 

Enzo Asperti

Ringraziamo per questa splendida esecuzione l’Ensamble Nuova Cameristica di Milano ed , a questo punto, prima di avviarci alla conclusione della prima parte comunico che il programma subirà una breve variazione, non "toccata e fuga", ma una variazione. Per questioni di tempo vorrei chiedere a Mauro Ceruti di concludere poiché, purtroppo, non c’è più spazio per la tavola rotonda. Grazie.

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CONCLUSIONI

Mauro Ceruti

Sono stato molto colpito dalla metafora di Napolitani, una metafora che descrive la poesia e la complessità. "Poesia - ha detto Diego- è un connettere punti lontani come fa un arcobaleno" e poesia è atto creativo che fa emergere una forma impalpabile come un arcobaleno, che ci fa vedere in modo nuovo il mondo, stabilendo delle relazioni in un cielo che non siamo più abituati a guardare e, quindi, ci fa vedere le relazioni fra noi e questo cielo e ce ne fa illuminare. L’arcobaleno è una luce improvvisa molto fragile che, altrettanto improvvisamente, scompare come le nostre forme, come le nostre identità. La complessità nasce sempre al margine – dicono gli scienziati, i matematici in modo rigoroso- al margine del caos, in quella zona imprecisa molto delicata che c’è fra l’evanescenza del fumo e la perfezione del cristallo. Che cos’è dunque l’identità, che cos’è dunque la molteplicità che la nutre e che la rende possibile a posteriori e che, a posteriori, rende sempre possibile una direzione d’orchestra?

Penso che Daniele Agiman ci abbia mostrato che lui stesso non è il maestro che sta all’origine della composizione, né al tempo stesso l’ispiratore, ma la sua opera è sempre un’opera a posteriori che emerge, quando emerge l’orchestrazione, la danza che sa far nascere fra i suoi orchestrali.. In tutta" l’orchestrazione" di oggi, che in parte è stata suscitata da Giovanna Barzanò, in tutte le cose che ci siamo detti e suonati emergono due dimensioni, che sono le due facce di una medaglia che ci portiamo a casa questa sera.

Innanzitutto la dimensione tempo: la vita è tempo, l’identità è tempo, è ritmo e senza il tempo tutto diventa contraddizione, impossibilità , la molteplicità dei nostri io può nutrire la speranza, avere la speranza di far emergere pur provvisoriamente un io in divenire, un processo, solo attraverso il tempo. La perfezione che sta nella logica senza tempo, che spesso è stata ricercata come a fondamento dell’io e della soggettività, più dalla filosofia che dal romanzo, pare non essere più attuale.

Abbiamo due storia della soggettività moderna occidentale quella che è indagata dalla storia della filosofia da Cartesio ad oggi e quella che ci è raccontata dalla storia del romanzo dal Don Chisciotte ad oggi. Sono due storie, due studi, due conoscenze della soggettività umana intrecciate, ma forse oggi è più attuale l’indagine che ci è stata lasciata dalla storia del romanzo, da tutte quelle complesse, contraddittorie, incerte, drammatiche, felici, tragiche vicissitudini delle molteplicità dall’io che dal Don Chisciotte ad oggi sono state esplorate dai grandi poeti, dai romanzieri. Non è un caso che i filosofi, anche in questo convegno, abbiano citato più questa esplorazione resa possibile dai romanzieri che non quella dei filosofi.

Oggi filosofi, romanzieri e scienziati del cervello e della mente cominciano a dialogare per far emergere un più completo, coerente, felice lavoro di orchestrazione comune. E’ come se la scienza cercasse fuori da sé un aiuto per formulare, pur nei propri linguaggi specialistici, il proprio oggetto, il SE’; è come se il romanzo lo cercasse fuori di sé e così la psicoanalisi e così la filosofia. E allora mi piace concludere questa sintesi con un’altra immagine molto poetica, che ancora una volta Diego Napolitani ci ha regalato con il suo racconto delle immagini del film di Bergman,le due immagini della soggettività, la soggettività progettuale, quella che, pur nel dramma complementare della vita e della morte, emerge attraverso il reciproco racconto di due storie e l’altra, l’immagine invece di una soggettività che, per dire IO ed agganciarsi alla vita, affonda nella morte. Questa soggettività per dire IO in modo troppo forte è una soggettività che non riconosce la propria storia, che non la fa emergere, non la fa nascere, rinascere, con-nascere- come direbbero i miei amici francesi connetre- conoscere vuol dire nascere insieme secondo l’etimologia francese attraverso un racconto.

La storia è un termine ambivalente che nella nostra lingua e nella nostra esperienza significa sempre due cose, ma queste due cose prendono significato soltanto se vivono insieme: la storia nella sua oggettività presunta di ciò che accade indipendentemente da noi e la storia che vuol dire anche racconto. "Raccontami una storia"me lo dicono i miei piccoli nipotini che hanno l’età del figlio di Diego e Carlotta, che vuol dire

" viviamo insieme la nostra storia , costruiamola insieme", nel c’era una volta c’è tutto questo.

L’identità che emerge attraverso il racconto reciproco delle storie è un’immagine, una metafora, ma è molto più di una metafora della relazione educativa, è la relazione continua contestuale nella quale si formano le identità, che sono le identità non solo dei formandi, dei discendi, ma anche di noi docenti, come la reciproca relazione di racconto fra il paziente ed il terapeuta, cui accennava Diego.

Che cos’è questo raccontarsi reciproco? Io penso che ne abbiamo avuto un esempio privilegiato dai racconti e dagli ascolti che ci siamo regalati oggi pomeriggio in questo convegno straordinariamente originale ed anche originario, perché è stato davvero l’esempio, la messa in scena di come si generano i sensi ed i significati e non semplicemente il racconto di teorie già scritte di racconti già raccontati.

Ho amato tantissimo la lezione sulle teorie della mente che ci ha fatto Silvano Tagliagambe, che è stato mio professore, e mi ha molto emozionato sentirgli esporre dei concetti teorici, scientifici, epistemologici così difficili attraverso il racconto di storie e critiche interpretative , da Dostoevskij a Bachtin, che so che sono anche storie della sua vita, del suo soggiorno a Mosca da ragazzo: è stata l’esemplificazione di come nascono i sensi, i significati, i concetti, neppure quelli delle teorie più "oggettive"possono essere spiegati, raccontati come se gia fossero accaduti, tutte le volte la narrazione di una cosa è la generazione di una cosa.

Che cosa sono dunque l’identità, la complessità, la poesia? Abbiamo imparato che sono sinonimi attraverso i vostri racconti di oggi e allora mi viene in mente una citazione, un risposta della celeberrima ballerina danzatrice Duncan che ho messo in epigrafe al libro La danza che crea che Daniele Agiman mi hai fatto l’onore di citare. Ebbene alla domanda di un giornalista a questa celeberrima danzatrice ballerina "Mi spieghi che cos’è la danza ?" la Duncan, come ha fatto oggi Daniele Agiman con noi, rispose "Se fosse possibile dirlo non ci sarebbe bisogno di danzare" Questo è quello che oggi i filosofi,gli psicoanalisti, gli scienziati, i musicisti ci hanno regalato come esperienza,non dandoci delle spiegazioni, ma facendoci comprendere con degli esempi come si generino le identità multiple.Grazie.

 

Enzo Asperti

Ringraziamo Mauro ceruti per la brillante sintesi, queto ci permette di rispettare anche nei tempi il programma.

Due note organizzative; siamo stati accolti dalle studentesse dell’Istituto Professionale Galli di Bergamo; i fiori che adornano il palco sono stati offerti dall’Istituto Tecnico Agrario di Bergao ed il buffet sarà servito dagli studenti dell’Istituto Alberghiero diSan Pellegrino Terme. Ricordo alle 20,45 avrà inizio il concerto.

 

REPORT DEL SEMINARIO CON IMMAGINI, COMMENTI E LA PUBBLICAZIONE IN PDF:

Polifonia, ovvero esercizi per una consapevolezza della complessità