POLIFONIA, OVVERO ESERCIZI PER UNA
CONSAPEVOLEZZA DELLA COMPLESSITA’
Venerdì 1 ottobre 2004
Centro Congressi Giovanni XXIII - Bergamo
|
Come è singolare la sorte di
noi mortali! Ciascuno di noi è qui soltanto per una
breve visita; egli ne ignora la ragione, anche se talora
crede di intuirla.
Eppure, anche senza una più
profonda riflessione, la vita di tutti i giorni ci
insegna che noi siamo qui per gli altri uomini, e
anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere
dipendono interamente la nostra felicità, oltre che per
quella folla di sconosciuti ai cui destini siamo legati
da un vincolo di simpatia.
Spesse volte, durante la
giornata, io ricordo a me stesso che la vita interiore
ed esterna si basa sul lavoro degli altri uomini, d’oggi
e di ieri, e che io devo sforzarmi di dar loro in egual
misura ciò che ho ricevuto e ciò che tuttora ricevo.
Albert
Einstein, <<Come io vedo il mondo>> |
Questa è la trascrizione
del conversare sulla polifonia, che il 1° Ottobre a Bergamo ha
coinvolto i relatori e i circa 500 partecipanti, dirigenti, docenti,
psicologi e studenti universitari.
E’ stato un evento
costruito con cura che si è sviluppato da percorsi di dialogo ed
interazione intensi fra relatori, organizzatori ed una parte del
pubblico, che già era stata coinvolta in esperienze di formazione in
questi anni.
NAPOA e
STRESA hanno
organizzato questo seminario per continuare l’esperienza di
interpretazione dei contesti con cui si confronta l’educazione con
illustrazioni dove le riflessioni si accostano a esperienze di
percezioni e ascolto musicale.
Si è voluto, così,
approfondire il tema della complessità e delle interazioni tra le
linee e i percorsi che la compongono, con un riferimento particolare
alla comunicazione e ai modi in cui la voce del singolo scaturisce
dalla voce della comunità e a sua volta la alimenta.
INDICE
Il
Seminario
Saluto di Mario Dutto
(direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per la
Lombardia)
Presentazione
della scena del Seminario
- contributo di Giovanna
Barzanò
- contributo di Mauro Ceruti
- contributo di Daniele
Agiman
Prima esperienza di ascolto: distinguere le individualità’ di
Daniele Agiman
Il singolo
nella conversazione dell’umanità di Aldo Giorgio Gargani
Seconda esperienza di ascolto: mettersi a confronto, relazionarsi e
relazionare di Daniele Agiman
Il
modello polifonico dell’io nelle neuroscienze di Silvano Tagliagambe
Terza esperienza di ascolto: l'insieme è più della somma delle parti
singole di Daniele Agiman
Sussurri e grida dal
mondo interno di Diego Napolitani
Quarta esperienza di ascolto: che cos’e’ veramente cruciale nel
tutto? di Daniele Agiman
Conclusioni di
Mauro Ceruti
IL SALUTO DI MARIO DUTTO (direttore generale dell'Ufficio
Scolastico Regionale per la Lombardia)
Mi pare che questa sia
un’esperienza pregiata nella quale vorrei proporre una breve
riflessione. Se c’è un’esigenza oggi che noi abbiamo, come
amministratori della scuola, che è anche un’esigenza condivisa da
altri attori, è quella di riscoprire l’importanza dell’educazione: è
importante credere che il mestiere dell’insegnante sia un mestiere
nobile; forse bisogna ritornare a credere che sia possibile
costruire una scuola efficace, una scuola utile, una scuola
significativa.
Siamo travolti
quotidianamente da molti problemi che riguardano il funzionamento
della nostra scuola, i sistemi amministrativi, la gestione del
personale e, talvolta, perdiamo il senso del nostro lavoro: la
scuola ha un’anima, allora anche "esplorare le frontiere del
possibile" con eventi che mettono insieme sensazioni, percezioni,
riflessioni può essere un modo per riaffermare che la scuola e il
lavoro dell’insegnante sono importanti.
C’è, a questo proposito,
una grande sfida che angoscia da un lato, ma rende affascinante
dall’altro il lavoro dell’insegnante: quella di dover essere, come
insegnanti, un po’ avanti agli altri per essere non di guida, ma di
assistenza, di consulenza nei confronti dei propri studenti. Per far
questo si deve capire qualcosa di più rispetto al futuro, bisogna
avere una lungimiranza maggiore rispetto ad altri. Stare davanti non
significa per il docente battere i suoi studenti nelle tecnologie,
ma significa dare un senso alle esperienze degli studenti.
Credo che sia una sfida
di non poco conto che aiuta gli insegnanti anche ad essere giovani,
perché essi sono in continuo contatto con generazioni che cambiano,
con un mondo che cambia, che va ogni volta reinterpretato. Gli
studenti costringono e portano gli insegnanti a reinterpretarsi e
questo è fondamentale, così come è importante non rincorrere gli
eventi, ma stare avanti.
C’è un aspetto molto
significativo e concreto in questa Regione ed anche in questa
Provincia che i dati statistici ci dicono, cioè che le richieste
delle imprese sono per ragazzi che hanno appena concluso la scuola
dell’obbligo, mentre noi cerchiamo di portare un numero sempre più
alto a conclusione del secondo ciclo dell’obbligo. La scuola
anticipa gli eventi, forse forma persone che non sono quelle che
corrispondono alle richieste del mercato del lavoro, forma persone
che hanno maggiori qualità e competenze ed un orizzonte più ampio di
quello richiesto, ma è positivo.
Forse la situazione
della nostra scuola non è così drammatica e dobbiamo esserne più
convinti: oggi abbiamo un numero crescente di giovani che conclude
il secondo grado dell’obbligo e abbiamo un numero crescente di
giovani che imparano le lingue straniere e riescono ad avere un
percorso formativo.
Essere consapevoli di
questo non significa ignorare i problemi che abbiamo, ma continuare
a credere che l’educazione sia la più grande avventura che uno abbia
mai potuto immaginare e che la professione difficile dell’insegnante
sia importante perché consente alla nostra comunità di avere un
futuro.
Ringrazio gli
organizzatori per questa iniziativa e questa opportunità non
consueta e sicuramente stimolante.

PRESENTAZIONE
DELLA SCENA DEL SEMINARIO
Enzo Asperti
Giovanna Barzanò è
Dirigente Tecnico del MIUR e, lasciatemelo dire, nella nostra
Provincia non ha bisogno di presentazioni, vorrei solo dire che
possiamo davvero considerarla come l’anima di questo evento, grazie
alla sua notevole capacità di intrecciare rapporti e prevedere il
futuro.
Contributo di Giovanna
Barzanò
L’incontro di oggi,
costruito insieme al Gruppo di Coordinamento della Rete STRESA e del
progetto NAPOA, vuol fornire un altro ritratto dell’ambiente di
apprendimento e di pensiero che caratterizza il nostro lavoro.
Se ci vogliamo chiedere
che cosa significhi l’idea di ambiente di pensiero e di
apprendimento siamo portati a pensare al percorso che insieme
abbiamo fatto in questi anni. Io credo che in questa sala ci sia una
parte di persone venute con la curiosità per questo evento un po’
inconsueto, ma molti sono qui con un bagaglio di esperienze e di
riferimenti su cui riflettere, già da lungo tempo costruiti, in
particolare durante l’ultimo anno a partire dal convegno
Interpretare la qualità dell’educazione del Novembre scorso, che
vedeva presenti molti dei relatori che oggi sono qui con noi.
E’ proprio questo
l’aspetto caratteristico della nostra costruzione: quello di
proporre un ambiente per condividere percorsi, riflessioni e
interrogativi, che vengono insieme elaborati sia da chi partecipa
all’attività di formazione, sia dagli esperti che, insieme a noi, si
uniscono al viaggio e propongono i loro mondi di pensiero e di
riflessione e di ricerca scientifica per intrecciarli con la nostra
esperienza .
Qualcuno si chiede,
davanti a temi che non nascondono la loro densità come quelli di cui
parliamo oggi, qual è la funzionalità di questo tipo di proposta e
di questo sapere rispetto alla nostra esperienza. L’idea è proprio
quella di una formazione che non sia tanto centrata sulla proposta
di contenuti, che ci sono e che sono costituiti in modo stabile, ma
piuttosto su un metodo ed un approccio per avvicinare ognuno di noi,
chi nella sua esperienza pratica ed operativa di insegnamento, chi
nella sua esperienza di ricerca, chi in entrambe a questa meraviglia
e allo stupore per quello di nuovo che si è costruito, per
riprodurre anche nel nostro lavoro di insegnanti la meraviglia.
Dentro il nuovo e
l’inconsueto c’è anche una grande stabilità, che fa sì che ci
costruiamo un mondo di riferimenti, un patrimonio di punti di
riflessione, di documentazione, di stimoli di approfondimento e
anche di affettività di persone che lavorano con noi, su cui
sappiamo che possiamo contare e che sono lì per stimolare la nostra
immaginazione e per porre altri interrogativi con l’aspettativa di
trovare, se non delle risposte, degli ulteriori stimoli. Questa
stabilità ispira anche l’idea, che è quella del progetto STRESA e di
NAPOA, di sapere di avere una "casa" metaforica dove accogliere
ulteriori progetti. Noi pensiamo che questa idea possa essere un
elemento dinamico, uno stimolo per la nostra creatività e per la
creatività di chi lavora nella scuola e ha bisogno di guardare
avanti e di anticipare gli eventi.
Se non si ha una
struttura stabile dove ci si può immaginare di ospitare un nuovo
progetto e una nuova idea, qualche volta è difficile procedere e lo
scopo di questi progetti è proprio quello di cogliere l’alternanza
di novità innovazione e cambiamento in una struttura che abbia
qualche radice di stabilità. Costruire questa stabilità significa
anche poter contare sulle persone, sulla capacità di mettere insieme
le idee e di far interagire quello che si sta pensando, con quello
che si vive e, soprattutto, costruire un ambiente di conversazione
con tutta l’affettività e l’emozione che questo comporta potendo
accogliere gli spunti e le emergenze che nella frizione delle menti
emergono, di volta in volta.
Questo progetto è nato
lo scorso anno quando chiacchierando sugli esiti del convegno di
novembre ci siamo chiesti "Come potremmo proporre qualcosa che
sviluppi questo filone di lavoro, l’ abbinamento di linguaggi
diversi e di parallelismi e di concetti in contesti diversi?" Questa
esperienza ci è venuta in mente quasi subito, ma qualcuno aveva
espresso perplessità sul riuscire a costruire occasioni di
apprendimento, dove fosse possibile di nuovo abbinare concetti ed
espressioni musicali… "E’ un’esperienza irripetibile e non
riproponibile…" abbiamo cominciato ad ideare questa iniziativa e
siamo qui.
Con lo stesso spirito
questa mattina abbiamo pensato ad una possibile prossima iniziativa
che riguarderà il tema del maestro e l’allievo nella vita, nella
professione, nell’arte e nell’educazione.
Enzo Asperti
I lavori di ideazione
non si interrompono mai, come potete intuire! Invito Mauro Ceruti,
che è Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
di Bergamo e Direttore della Scuola di alti studi in Antropologia ed
Epistemologia della Complessità ad un intervento di introduzione ,
che ancor di più ci porterà dentro il nostro tema. Più tardi Mauro
Ceruti ci condurrà alle conclusioni del Seminario.
Contributo di Mauro Ceruti
E’ diventata ormai
un’iniziativa di cui si parla dappertutto quella del progetto NAPOA
ed io mi ci sono affezionato: è ormai la terza volta che vengo
coinvolto e sono molto contento di partecipare a questo "concerto"
di idee, ma anche a questo concerto di fatto, che ci porterà a
convivere insieme al maestro Agiman.
Nella conclusione che
facevo l’anno scorso al convegno di Novembre avevo cercato di
attirare la nostra attenzione, le nostre riflessioni sull’idea che
se c’è un’emergenza, una scoperta di questa nostra epoca molto
travagliata, in particolare in Occidente e in Europa, è quella
dell’individuo, della straordinaria diversità individuale, che noi
scopriamo nei nostri ambienti, nelle nostre società, nelle nostre
classi, cioè la scoperta di una più accentuata unicità degli
individui.
Nelle nostre società
assistiamo a questa rivendicazione forte che ogni individuo fa della
propria singolarità, della propria unicità, ma non è solo questo ciò
che appare: appare sempre più che ciascuno di noi, ogni individuo
appartiene simultaneamente a molte reti di relazioni, a molte reti
di interazione e di comunicazioni e che queste reti sono molto
differenti.
Ciascuno di noi non è
più caratterizzato da un’appartenenza privilegiata -la nazione, la
classe sociale- che ne definisce l’ identità, ma nella propria
professione, nella propria storia, nella propria giornata,
senz’altro il più delle volte sotto forma di difficoltà, fa
l’esperienza di partecipare a tanti ambiti, a tanti linguaggi.
Ciascuno di noi si sente cittadino di tante cittadinanze emotive,
intellettuali, professionali simultaneamente e, quindi, noi
scopriamo che oggi l’individuo deve affrontare il problema molto
difficile di "abitare insieme" questi molteplici luoghi
dell’apprendimento, della formazione, dell’esercizio della
cittadinanza e ciò porta ognuno a scoprire le diverse identità che
si stratificano nella sua identità, cioè a scoprire di avere una
identità multipla che è ineludibile, perché, se la eludiamo,
inciampiamo in qualche difficoltà.
Quindi, nella nostra
società c’è l’esigenza di prendere consapevolezza di un’aumentata
varietà, eterogeneità, di prendere consapevolezza della diversità
delle molteplici esperienze individuali e di una maggiore unicità di
ogni esperienza individuale.
Le nostre istituzioni -
e per questo la nostra identità multipla spesso inciampa - soffrono
di un caratteristico ritardo paradigmatico, cioè un ritardo di
organizzazione, di filosofia, di prospettiva, perché le nostre
istituzioni, quelle che a tutt’oggi permangono nelle nostre società
e che da qualche anno ci proponiamo di riformare (per esempio la
scuola), sono state progettate in un tempo storico che non
corrisponde più al nostro: la modernità.
La modernità, in cui per
dirla con un termine astratto e per essere breve, l’uno prevaleva
sul molteplice, le soluzioni omologanti valide una volta per tutte
ed estendibili sui grandi numeri sembravano più adeguate e più
praticabili, ha visto gli stati nazionali e la scuola nazionale come
un grande dispositivo per disciplinare questa convergenza di
molteplicità culturali e linguistiche, con una strategia di
omologazione senza che questo avesse la ovviamente una connotazione
negativa. Anche l’idea di cittadinanza che è stata elaborata dagli
stati nazionali e dalle scuole nazionali era stata modellata
presupponendo l’esigenza di costruire individui normali, normativi,
caratterizzati da un’appartenenza definitiva a qualche
caratteristica: le scuole, le istituzioni educative si sono ispirate
a questa filosofia.
Oggi, se noi vogliamo
prendere sul serio lo sforzo della Riforma dei sistemi educativi e
perché questi progetti di riforma non siano solo di carattere
burocratico- amministrativo, ma portino la radice antropologica
profonda che oggi li rende indispensabili, dobbiamo capire quali
siano le condizioni per riprogettare le istituzioni educative, a
partire dal presupposto che ogni individuo esprima potenzialità
culturali uniche e al loro interno molteplici. Qui abbiamo l’aiuto
anche della scienza, infatti oggi le scienze ci possono aiutare a
porre le basi di questa riforma, dobbiamo evitare di pensare che le
scienze naturali, cognitive, le discipline umanistiche siano
soltanto l’oggetto di una riforma programmatica della scuola, che
deve in qualche modo definirle e inserirle in qualche programma,
dobbiamo abituarci ad utilizzare i contenuti delle scienze e le
conoscenze sull’uomo per ripensare la scuola.
Se questo non avviene,
tutto ciò che di meglio e di più creativo noi produciamo diventa
oggetto di banalizzazione e burocratizzazione attraverso le logiche
di costruzione di programmi scolastici che non tengono conto
nell’essere formulati di ciò che le scienze ci possono dire per
aiutarci a capire cos’è l’identità umana, cos’è l’apprendimento,
cos’è la natura. Sono, in fondo, le domande che la filosofia, la
scienza ed il bambino di ogni tempo si pone, chi siamo, da dove
veniamo e dove andiamo che non sono delle battute, ma sono il cuore
della creatività dei nostri apprendimenti.
I risultati delle
neuroscienze e delle scienze cognitive, a cui ha dedicato un bel
libro Silvano Tagliagambe, oggi ci dicono che ogni cervello, ogni
mente umana, ogni corpo individuale è un microcosmo che in sé
riassume i tratti essenziali di quel macrocosmo che è l’umanità. La
diversità, in fondo, non è definitoria soltanto di ciò che distingue
un individuo da un altro o molteplici individui da altrettanti
molteplici individui, la diversità è soprattutto ciò che
caratterizza le relazioni che avvengono all’interno di ogni processo
di formazione individuale in un contesto di relazioni sociali.
Quindi ogni cervello,
ogni mente ogni corpo individuale si sviluppa e si evolve attraverso
la cooperazione, attraverso l’intreccio ed il conflitto di tante
logiche simultaneamente, di tante storie, che si radicano in ritmi,
in tempi, in motivi e in spazi altrettanto diversi fra di loro.
Tutti i nostri
comportamenti, anche quelli più stereotipi, anche quelli più
apparentemente normali, che diventano spesso il modello a cui
tendere nei programmi scolastici o verso cui fare tendere gli
apprendimenti meglio riusciti (linguistici, matematici,logici), in
realtà sono sempre il risultato di un compromesso, di una
integrazione fra circuiti neuronali molto differenti, attivati in
parti diverse del cervello e che entrano in contrasto permanente fra
di loro prima di trovare degli equilibri, che sono sempre instabili
ed in divenire.
Sul piano cerebrale,
oggi, sappiamo che la "normalità" dell’identità umana ha sempre
questa matrice in divenire, anche l’esplorazione del piano
propriamente psichico -come ci insegna Diego Napolitani- dice che
l’individuo è il risultato del compromesso fra attori psichici
multipli ed eterogenei, mentre lo stato patologico è sempre il
risultato di "un colpo di stato", in cui una parte di noi dice IO e
mette a tacere- come in tutti i sistemi totalitari- tutte le altre
parti del nostro parlamento interiore, della nostra confederazione
di anime che ha bisogno, per nutrirsi, di farle relazionare per
potere dire IO in modo concertato.
Infine, anche la
creazione artistica e la creazione scientifica per essere feconde
hanno bisogno di integrare, intrecciare linguaggi, punti di vista e
idee, che sono molte ed eterogenee; la creazione artistica, quella
di frontiera, quella garantita da pochi, avviene quando si ha la
capacità di mettere insieme in modo contrastante e cooperativo ciò
che pareva essere destinato a non stare insieme.
Sono proprio questa
ricchezza e questa varietà del nostro patrimonio biologico, mentale,
spirituale, linguistico che ci impediscono di definire i singoli
comportamenti di ogni individuo umano facendo riferimento a
comportamenti medi, a comportamenti stereotipi a cui fare tendere
l’apprendimento educativo e scolastico di tutti.
E’ come se la specie
umana, nell’attuare fisicamente la sua diaspora sul pianeta Terra da
100mila anni a questa parte - la nostra specie è l’unica ad abitare
tutte le terre emerse del pianeta (non ce ne sono altre nè animali,
nè vegetali)- avesse anche provocato ed attuato la necessità di una
sorta di diaspora simbolica nell’universo delle possibilità e che
ciascuno di noi, ciascuna cultura, ciascun individuo esplorasse in
modi sempre incompiuti un frammento di queste possibilità
dell’identità umana, che nessun individuo, nessuna cultura ha mai
potuto, e presumibilmente mai potrà, compiere perfettamente in se
stessa.
E’ proprio in questa
incompiutezza che sta la creatività possibile della nostra umanità,
della nostra identità. Ecco allora che l’identità è formazione: un
mio grande maestro, che ho già citato negli altri due miei
interventi, Hainz von Forster, giocando come faceva spesso lui con
le parole, ma nel suo gioco c’era tanta verità, un giorno ci disse
"…ma perché definiamo le nostre identità come le identità di esseri
umani, siamo dei divenire umani, la nostra umanità sta nel divenire,
non nell’essere"
Quando diciamo "siamo"
applichiamo un principio tanatologico, troviamo le proprietà della
morte dell’umano non della vita dell’umano e ,allora, è nel divenire
nostro, nella nostra formazione, che accade la costruzione di quella
unità molteplice che è il "concerto polifonico" di ogni identità
umana ed è in questo concerto che si può definire anche ogni riforma
possibile, creativa, plausibile utile della scuola.

Enzo Asperti
Ringrazio il professor
Ceruti ed anche, presenti in sala, alcuni esperti che con le loro
consulenze scientifiche sono stato di valido apporto alle ricerche
della rete STRESA e del progetto NAPOA: Jaap Scheerens, Raimondo
Bolletta ed Eusebio Balocco. Invito Daniele Agiman a prendere la
parola e sarà più che prendere la parola, perché entrerà davvero nel
vivo del nostro evento, infatti dopo le parole seguirà la musica.
Dico soltanto che Daniele Agiman è Direttore d’orchestra e docente
di direzione d’orchestra al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e
che si esibirà con l’Ensamble Nuova Cameristica di Milano.
Contributo di Daniele Agiman
La parola chiave di
questa sera è "polifonia"e dà il titolo a questo incontro : questa è
una parola che, come tante altre parole di ambiti specialistici, è
partita da un ambito e poi ha toccato, ibridato tantissimi altri
ambiti. In termini musicali polifonia significa più suoni, la
presenza di più suoni contemporaneamente, la consonanza di suoni
diversi nello stesso istante, ma per capire bene di che cosa stiamo
trattando e cosa faremo devo darvi alcune informazioni di
inquadramento storico. Innanzitutto preciso che parlerò di musica
occidentale, che significa fondamentalmente la musica scritta in
occidente dal VI/VII secolo dopo Cristo fino al 1930/40: sono
parametri temporali semplificatori, ma servono per dare un’idea.
Questi due parametri sono fondamentali, la musica occidentale ha un
percorso che è assimilabile ad altri percorsi del pensiero
occidentale, il percorso scientifico o quello della filosofia .
Quando abbiamo a che
fare con la musica occidentale, siamo in un ambito del pensiero e se
parliamo di VI/VII indichiamo quest’epoca perché è quella in cui
troviamo i primi segni di notazione musicale, significa che per la
prima volta l’uomo occidentale, dopo secoli, seguiti al periodo di
scrittura della musica greca, aveva trasmesso la musica solo
oralmente. A un certo punto si sente l’esigenza di scriverla ed il
passaggio da oralità a scrittura, in musica, come in filosofia e in
letteratura, comporta modificazioni profonde dei processi di
pensiero e una di queste, che ci riguarda stasera, è che si comincia
a vedere quello che si fa su una pagina.
Ne derivano due
conseguenze fondamentali, la prima è che si comincia a pensare
all’organizzazione dei tempi, cioè secondo notazioni che hanno una
durata. Il secondo aspetto fondamentale è che per la prima volta si
comincia a scoprire che la musica occidentale, la musica gregoriana,
che aveva solo una dimensione orizzontale, poteva essere in qualche
modo modificata e poteva dare origine a fenomeni di difficile
comprensione all’inizio, ma poi estremamente affascinanti, cioè che
in musica è possibile far convergere due o tre suoni insieme,
quattro, cinque o sedici voci diverse e che è possibile farle
convivere in modo tale che la loro sommatoria sia un aumento di
significato, non un contrasto di significato.
Questo non avviene nel
teatro, pensate al teatro d’opera in cui è possibile far cantare
insieme due cantanti diversi, mentre nel teatro di prosa questo è
impossibile. Il canto gregoriano era la pura melodia, cos’era la
melodia? Un’organizzazione di suoni, uno dopo l’altro in una
dimensione sola, quella orizzontale, in cui ogni suono si relaziona
a quello precedente e prepara quello successivo e la dimensione
procede da un inizio ad una fine. Tra l’VIII e il IX secolo dopo
Cristo, e arriviamo fino al 1400, abbiamo a che fare con la
possibilità di condensare in uno stesso istante più fenomeni sonori,
dando luogo alla polifonia, che a seconda del gusto delle epoche
dava luogo a insiemi verticali, che complicavano le cose, perché il
compositore non pensava più a una sola linea che si muoveva
orizzontalmente, ma doveva tener conto di un’altra linea che si
muoveva orizzontalmente e le due linee consonavano ed in ogni
istante si inserisce una relazione verticale.
Questa complessità di
prospettiva si veniva ad aprire al compositore: è esattamente quello
che succedeva in pittura negli stessi anni nella cultura
occidentale, si passava alla prospettiva che conosciamo oggi e che
si codifica nel 1350 circa. Oggi noi sappiamo che questa
complessità- più linee orizzontali che consuonano e instaurano una
relazione verticale- ha comportato una modifica dei nostri modi di
ascoltare la musica, geneticamente, ormai questa capacità di
ascoltare più voci che consuonano è nei nostri cromosomi .
Arriviamo ora ad un
personaggio curioso, Johan Sebastian Bach,che, mentre la storia
della musica di quegli anni- 1685/ 1750- si muoveva in tutt’altra
direzione, batte una strada diversa. In lui è come se arrivasse a
compimento quel percorso che era partito attorno al IX/X secolo. Tra
le composizioni più commoventi, oltre che più straordinarie per
scienza e per bellezza, troviamo proprio l’arte della fuga di cui
oggi ascolteremo il primo contrappunto. E’ commovente perché è
l’ultima pagina scritta in punto di morte ed è l’ultimo contrappunto
nel quale racchiude tre fughe insieme e che lascia incompiuto.
Quello che ci resta è un pezzo di straordinaria complessità, che mi
è servito come un laboratorio di percezione, infatti il brano è
scritto non per un organico particolare, ci appare infatti come
un’astrazione della mente del compositore ed è possibile suonarlo
per gruppi diversi.
Questa sera il pezzo
sarà suonato da un gruppo di archi perché questi strumenti si
prestano meglio ad accompagnare tutte le riflessioni che andremo a
fare.

PRIMA ESPERIENZA DI ASCOLTO: DISTINGUERE LE INDIVIDUALITÀ’
Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova
Cameristica di Milano
Noi abbiamo in questo
contrappunto quattro voci, la più grave eseguita dai violoncelli, la
voce superiore eseguita dalle viole, che è la parte centrale, poi
una parte intermedia più acuta, quella dei secondi violini, e la
parte più alta che è eseguita dai primi violini. Ciascuna voce ha
una sua dignità orizzontale e noi smembreremo l’insieme di questo
contrappunto per distinguere le individualità e sentiremo due voci
eseguire il brano, quella dei violini e dei bassi, sono due voci
isolate che non suonano insieme, ciascuna è da sola, sono come
monadi che suonano indipendentemente da tutto quello che avviene
intorno, ciascuna voce isolata ha però un senso di per sé, come se
fosse un brano gregoriano.
Vi voglio leggere un
pezzo molto citato di Roman Hoffstetter. Questo autore che si occupa
di scienza della mente, di musica, di scrittura, di letteratura, di
poesia, di arti figurative e di matematica fa una cosa stranissima
in questo testo, cioè alterna dei capitoli strettamente teorici a
dei dialoghi che si rifanno a delle forme musicali di Bach stesso. I
dialoghi sono affidati a due personaggi legati al paradosso di
Zenone, cioè Achille e la tartaruga. Questi due personaggi
cominciano a dialogare…Achille dice "Proprio così, bene, a me sembra
di aver scoperto due modalità in qualche misura analoghe di
ascoltare una fuga: o seguire una singola voce per volta, oppure
seguire l’effetto totale di tutte le voci insieme, senza tentare di
separale l’una dall’altra. Ho provato a sperimentare queste due
modalità insieme, ma con mia grande frustrazione ognuna di esse
esclude l’altra E’ praticamente impossibile, per me, seguire il
corso delle singole voci e contemporaneamente seguire l’effetto
globale, mi scopro a balzare da una modalità all’altra con repentini
spostamenti più o meno volontari e spontanei."
Poi interviene un terzo
personaggio che è il formichiere che dice: " Le fughe hanno
l’interessante proprietà che ognuna delle voci è un brano musicale
autonomo e, quindi, una fuga potrebbe essere considerata un insieme
di parecchie composizioni musicali distinte e tutte basate su un
singolo tema e tutte suonate simultaneamente. Dipende
dall’ascoltatore o dal suo subcosciente decidere se essa deve essere
percepita come un’unità o piuttosto come un insieme di parti
indipendenti tutte in armonia fra loro."
ESECUZIONE MUSICALE
Orizzontalità: voce isolata - Primo
contrappunto tratto da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach voce per
voce (quattro esecuzioni)
Antonella Pendezzini
Grazie Daniele, grazie
all’Ensamble Nuova Cameristica di Milano e invito Giorgio Gargani a
raggiungerci sul palco. La musica come la poesia è un modo di
pensare e di conoscere. L’esperienze estetica ha un valore cognitivo
e questo è stato a lungo misconosciuto, anche se le metafore hanno
sempre accompagnato, inaugurandoli, i grandi paradigmi scientifici.
In un recente seminario Gargani ci dava questa immagine- da
Einstain-" Cosa vedrei, se vedessi il mondo a cavalcioni di un’onda
luminosa? Dopo questa prima esperienza estetica, ecco la seconda :Gargani
è un’esperienza estetica. L’abbiamo incontrato all’interno del
nostro percorso di ricerca, lo scorso anno, quando stavamo lavorando
al tema della qualità dell’educazione e sentivamo la necessità di
esplorare alcuni concetti che ritenevamo fondanti: identità,
progetto, organizzazione, invenzione, condivisione. A Gargani
abbiamo chiesto di aiutarci a capire il significato più profondo di
Condivisione. Giorgio Gargani è ordinario di Storia della Filosofia
Moderna e Contemporanea all’Università di Pisa, è stato Gast
Professor all’Università di Vienna, ha collaborato al Collegio
Internazionale di Filosofia di Parigi, ha lavorato a Berlino. A
Berlino, dove ha soggiornato per un periodo di tempo, ha anche
scritto due libri di narrativa " Sguardo e destino" e " L’altra
Storia", è anche un narratore…La narrativa è una delle sue grandi
passioni accanto alla filosofia del linguaggio, all’epistemologia
delle scienze fisico- matematiche , alla musica, alla psicoanalisi.
Fra i suoi saggi voglio ricordare, in particolare, due testi sui
quali stiamo lavorando in questo periodo "Il filtro creativo" e
"L’organizzazione condivisa". La condivisione nel pensiero di
Gargani ha a che fare con la mancanza, c’è l’idea di solidarietà nel
concetto di condivisione, ma c’è anche l’idea che ciò che è in
comune non è né totalmente mio, né totalmente tuo, c’è l’idea
dell’essere distinti, singoli nella conversazione dell’Umanità.
Occorre differenza per poter riconoscere l’altro e condividere e la
differenza rimanda al sentimento della mancanza e -si chiede Gargani
nell’Organizzazione Condivisa- la mancanza indica vuoto o assenza?
Questo sembra rimandare alla distinzione, che fa Winnicot, tra il
sentirsi soli e lo stare soli: avere cioè, o non avere, la
possibilità di un dialogo con i propri oggetti interni. Allora se
mancanza è assenza, forse possiamo non avere il bisogno di rimanere
attaccati alle cose, possiamo vivere la distanza,lo spazio tra le
cose, come nelle opere di artisti come Paolini, Boetti, che
recentemente abbiamo visto qui all’Accademia Carrara. Mi è piaciuto
molto un dipinto: una tela, delle virgole, piccoli lutti che
intervallano le parti del nostro discorso- direbbe Gargani- e poi
tutte le lettere dell’alfabeto per scrivere tutte le parole che
vogliamo inventare. Solo se c’è distanza, spazio si possono creare
delle relazioni e dei pensieri, come in una bella immagine di un
autore, credo caro a Gargani, Salomon Resnik, che ci ha lasciato
questa immagine della funzione paterna " il padre separa la mamma
dal bambino e, allargando le braccia, forma un ponte che li mette in
relazione nella distanza, nella separatezza" Incontrare Gargani ha
significato incontrare lo stupore, ascoltarlo, seguirlo lungo i suoi
"sentieri della scuola", nelle sue narrazioni, immaginare con lui il
mondo. La dimensione dello stupore è la porosità, Poros ,passaggio,
apertura, verità, mezzaluce dove non è tutto chiaro, dove c’è il
nascosto, il lontano, di nuovo la mancanza…Giorgio Gargani.
IL SINGOLO
NELLA CONVERSAZIONE DELL’UMANITÀ
Contributo di Aldo Giorgio Gargani
Grazie di questa
presentazione veramente generosa. Volevo fare una premessa
richiamandomi ad una osservazione di un grande logico matematico,
David Lewis, cioè che la professione dei filosofi, che qui è
rappresentata da me e da tanti colleghi che hanno parlato e che
parleranno, è molto pericolosa, perché di solito i filosofi
attaccano la platitude, cioè il luogo comune. Il fatto è che i
filosofi hanno anche una reputazione peggiore dei luoghi comuni e
poi… alla fine della sfida, i luoghi comuni per lo più sopravvivono,
però i filosofi rendono un servigio all’umanità: invitano e
suggeriscono alla gente di pensare alle cose due volte.
Quello che si deve fare,
e che forse qui è incarnato da Giovanna Barzanò, è un compromesso
fra la capacità negativa, come la definiva John Keits, cioè un
concetto molto noto agli psicanalisti, che è la capacità di
sospendere le certezze troppo frettolose e tenere sempre desto
l’allarme percettivo e la sospensione dell’incredulità, che un altro
grande poeta romantico, Thomas Coleridge, invitava a provare e,
forse, la nostra vita è appunto sospesa tra questi due
atteggiamenti.
Qualcuno dall’esterno
potrebbe dire "Ma che strane cose son quelle di cui parlate!" Io non
mi voglio paragonare a una corrente elettromagnetica, magari avessi
una tale dignità ed un tale livello sociale e anche fisico, però
vorrei ricordare l’episodio di cui fu protagonista Faraday, grande
scienziato ed anche grande sperimentatore inglese. Egli intorno alla
metà del diciannovesimo secolo scoprì l’elettromagnetismo, le
correnti elettriche , le onde elettromagnetiche ed, alla fine,
questa novità attrasse l’attenzione del governo e lui fu invitato a
presentare la sua scoperta al ministro Gladstone, al grande premier
inglese liberale, il quale non era per niente convinto di quelle
cose e disse " What is this stuff?"- "Ma che cos’è questa roba?" e
Faraday senza batter ciglio rispose: " Un giorno la tasserete !!"
Quello che io vorrei
illustrare all’interno di questo incontro è un risvolto non
trascurabile, perché investe il linguaggio in generale, cioè il
carattere polifonico del linguaggio.
Allora la prima
platitude con la quale mi misuro, e sono sicuro che sopravviverà e
saprà darsi un contegno, è quella che il linguaggio, come è stato
tradizionalmente ritenuto, per lo meno in Occidente, abbia un
significato indipendentemente da un contesto. Parole, proposizioni,
frasi verbali, frasi nominali…. come se il significato della parola
Rossi, fosse il signor Rossi e il significato della parola spada
fosse la spada, cioè il significato delle parole fosse portatore
fisico di un oggetto. E poi sorgono problemi, per esempio se il
signor Rossi muore, muore anche il significato della parola, ma noi
continuiamo a parlare del povero signor Rossi e se la spada di
Sigfrido si spezzasse, come si fa? Si ricorre agli atomi, si fanno
dei compromessi più o meno disonesti… Il problema è che dobbiamo
sfatare questo luogo comune per cui il significato di
un’espressione, di una parola sarebbe la cosa per cui la parola sta,
ed è quello per cui brillantemente W. Quine, un grande logico e
matematico americano, ha definito il mito del museo, cioè il mito
secondo cui le parole si riferirebbero alle cose, come le etichette
che stanno sottole bacheche si riferiscono agli oggetti conservati
nei musei.
Noi scopriamo, in
realtà, che il linguaggio ha un significato in un contesto,
nell’articolazione delle sue applicazioni e delle variazioni sui
temi, si può proprio parlare di variazioni analogamente ai temi
musicali, nel senso cioè che ogni linguaggio è fatto di alcuni
elementi permanenti, che sono parole, che sono espressioni e che noi
applichiamo ed in cui subentra anche l’apporto originale di ogni
individuo. E’un continuo lavoro di permanenza di significati e delle
loro variazioni che si estendono in maniera indefinita ed
illimitata, ne allargano l’uso e allargano l’ampiezza dell’orizzonte
del nostro pensiero e ci rendono con questo anche più liberi. E,
quindi, nel linguaggio e nell’applicazione che ne fa il singolo
individuo è come se risuonasse il tema dell’aspetto corale e
dialogico del linguaggio. Dietro le espressioni di ciascun individuo
risuona l’orizzonte della conversazione dell’umanità, risuona un
linguaggio dialogico e quando noi parliamo, noi assumiamo anche la
consapevolezza di noi stessi.
La parola pronunciata,
come hanno osservato Gorge Mead e poi Charles Sanders Pierce, la
parola che risuona scopre noi a noi stessi, c’è che questo
linguaggio che usiamo è anche un linguaggio che non inventiamo noi,
ma piuttosto specifica il nostro elemento umano, l’elemento umano
che è in noi e che è riconoscibile nel linguaggio. Per questo il
filosofo al quale ho dedicato tempo, Wittengstain, diceva appunto
"Se un leone si alzasse non lo potremmo capire" ma non per la
differenza della sintassi o per la difficoltà della traduzione o per
tutte queste questioni tecniche, quanto soprattutto per il fatto che
il leone apparterrebbe comunque ad una forma di vita diversa dalla
nostra, in cui non ci sono tutti quei connotati, quelle afferenze e
quelle relazioni, che cercherò di dimostrare, anche in un tempo
breve.
Vorrei illustrare questo
tema con due riferimenti poetici, sono due lunghe poesie, una è di
Dante ed una è di Raymond Carver.
Dante, XXVI canto
dell’Inferno nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, lì i dannati
sono avvolti dalle fiamme e c’è una fiamma a due lingue che
raccoglie Ulisse e Diomede. Sono nella bolgia dei consiglieri
fraudolenti, ma la colpa e la dannazione di Ulisse non è la frode,
in realtà è la sua sete di conoscenza, in cui sembra che Dante
riconosca pienamente se stesso. Ecco come nella voce di un individuo
risuona un dialogo, la comunanza, in cui c’è questa consonanza
collettiva che risuona nella originalità specifica ed irripetibile
di un solo individuo e mi riferisco, appunto, al tema di questa
dialettica individuo e comunità, a quella condivisione a cui ha
fatto riferimento anche Mauro Ceruti. Dante vuole interrogare Ulisse
e naturalmente intercede Virgilio:
|
Poi che la fiamma fu venuta
quivi
dove parve al mio duca tempo
e loco,
in questa forma lui parlare
audivi:
"O voi che siete due dentro
ad un foco,
s’io meritai di voi mentre
ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o
poco
quando nel mondo li alti
versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi
dica
dove, per lui, perduto a
morir gissi".
Lo maggior corno de la fiamma
antica,
cominciò a crollarsi
mormorando,
pur come quella cui vento
affatica;
indi la cima qua e là
menando,
come fosse la lingua che
parlasse,
gittò voce di fuori, e disse:
"Quando
mi diparti’ da Circe, che
sottrasse
me più d’un anno là presso a
Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la
pieta
del vecchio padre, né ’l
debito amore
lo qual dovea Penelopè far
lieta,
vincer potero dentro a me
l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del
mondo esperto
e de li vizi umani e del
valore;
ma misi me per l’alto mare
aperto
sol con un legno e con quella
compagna
picciola da la qual non fui
diserto.
L’un lito e l’altro vidi
infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola
d’i Sardi,
e l’altre che quel mare
intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi
e tardi
quando venimmo a quella foce
stretta
dov’Ercule segnò li suoi
riguardi
acciò che l’uom più oltre non
si metta; |
da la man destra mi lasciai
Sibilia,
da l’altra già m’avea
lasciata Setta
"O frati", dissi, "che per
cento milia
perigli siete giunti a
l’occidente,
a questa tanto picciola
vigilia
d’i nostri sensi ch’è del
rimanente
non vogliate negar
l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo
sanza gente.
Considerate la vostra
semenza:
fatti non foste a viver come
bruti,
ma per seguir virtute e
canoscenza".
Li miei compagni fec’io sì
aguti,
con questa orazion picciola,
al cammino,
che a pena poscia li avrei
ritenuti;
e volta nostra poppa nel
mattino,
de’ remi facemmo ali al folle
volo,
sempre acquistando dal lato
mancino.
Tutte le stelle già de
l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro
tanto basso,
che non surgëa fuor del marin
suolo.
Cinque volte racceso e tante
casso
lo lume era di sotto da la
luna,
poi che ’ntrati eravam ne
l’alto passo,
quando n’apparve una
montagna, bruna
per la distanza, e parvemi
alta tanto
quanto veduta non avëa
alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto
tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo
nacque
e percosse del legno il primo
canto.
Tre volte il fé girar con
tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in
suso
e la prora ire in giù,
com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi
richiuso". |
E così chiude il canto,
in cui il singolo si riconosce in questa consonanza in questo
progetto condiviso, lo accompagna con le sue parola, facendo vibrare
tutta questa conversazione, questo cooperare insieme, traducendolo
in termini poetici ovvero sia razionali, affettivi ed emotivi
insieme, perché appunto questa è la cifra più complessa della nostra
vita psichica, come hanno detto Damasio e Habermann, cioè che
l’emozione è una delle espressioni più complesse della nostra vita
Ho parlato di
consonanza, ma il linguaggio è anche espressione dei conflitti,
naturalmente, delle tensioni e questa è la testimonianza di
"Miracolo" di Raymond Carver che mi permetto di sottoporvi e che è
tratto da una raccolta di poesie che si chiama " Il nuovo sentiero
per la cascata".
Sono una coppia di coniugi, di loro si
parla :
"Eccoli su un volo di sola andata da
Los Angeles a San Francisco,
entrambi ubriachi esausti e nervosi
per aver assistito imbarazzati
all’udienza.
La loro seconda bancarotta in sette
anni.
E chissà cos’hanno detto,
se hanno pur detto qualcosa
sull’aereo e chi l’ha detto,
magari è stato l’accumularsi degli
eventi nella giornata,
oppure anni dopo anni di tradimenti e
di corruzione a scatenare la violenza.
Poco prima, rivoltati come calzini,
crocifissi e dati per morti,
sono stati scaricati come sacchi di
immondizia
davanti al terminal dell’aeroporto,
ma una volta dentro si sono ripresi,
hanno trovato rifugio in un bar dove
hanno trangugiato doppio whisky
sotto uno striscione che diceva
"Forza Dodges".
Erano brilli come al solito ,quando
si sono allacciati le cinture di sicurezza
e, come al solito e come sempre,
convinti
che fosse l’universale condizione
umana
quella lotta senza posa contro forze
incalcolabili,
forze che vanno al di là della
limitata intelligenza umana.
Ma lei sta perdendo il controllo
Non ce la fa proprio più.
Senza dire una parola, si gira sulla
poltrona
E comincia a picchiarlo
un pugno dopo l’altro e ancora pugni.
Lui li prende tutti, sa bene di
meritarsene dieci volte tanti,
tanti quanto lei vuole mollargliene:
è giustamente punito, ci sono delle
buone ragioni
e mentre una gragnola di colpi si
abbatte sulla sua testa sbattuta a destra e a manca,
con i pugni di lei che cadono sul
naso, sulle mascelle, sulle labbra,
lui protegge il suo whisky ,stringe
il suo bicchiere di plastica
come se, sì, fosse quello il tesoro a
lungo cercato
che sta sul tavolinetto davanti a
lui.
Lei continua a picchiarlo fintanto
che comincia a sanguinargli il naso
e solo allora lui le chiede di
smettere
"Per favore, per l’amor di Dio tesoro
smettila!"
Lei raccoglie questa supplica come un
segnale debole
Proveniente da un’altra galassia, una
stella morente,
sì, di questo si tratta di un
messaggio in codice
proveniente da un altro spazio, da un
altro tempo
che le punzecchia il cervello e le
rammenta qualcosa
di così perduto che è smarrito per
sempre.
Comunque la smette e torna a bere.
Perché la smette? Perché si ricorda
degli anni delle vacche grasse,
prima degli anni delle vacche magre?
La storia che hanno condiviso
resistendo loro due da soli contro il
resto del mondo?
Macchè, se si fosse ricordata di
tutto
e quegli anni le fossero caduti
dritti in grembo
tutti in una volta, l’avrebbe
ammazzato lì sui due piedi!
Diciamo che è stanca e per questo la
smette
dunque è stanca e …torna a bere
anche lui ricomincia a bere come se
nulla fosse accaduto
e invece è accaduto eccome!
La testa le gira e le fa male, le
torna su il whisky
senza dire una parola,
senza neanche il solito "bastardo,
figlio di puttana"
silenzio profondo.
Lui zitto come un pidocchio
tiene il tovagliolo sotto il naso per
tamponare il sangue
e lentamente volge la testa verso il
finestrino:
là sotto, le piccole luci fisse di
una casa di una valle costiera
E’ già ora di cena laggiù,
la gente si avvicina alla tavola
imbandita con le mani giunte,
sotto quei tetti così solidi che non
li spazzeranno mai via da quelle case,
case dove gente per bene vive,
mangia, prega e tira avanti insieme
gente che se si alzasse da tavola
per guardare fuori dalle finestre
della sala da pranzo
vedrebbe nel cielo una luce piena
d’autunno
e appena sotto, come una lucciola, le
fioche luci di un jet di linea.
Lui continua a guardare oltre l’ala
verso la miriade di luci della città
alla quale si stanno velocemente avvicinando,
il luogo dove vivono loro e altri
come loro,
il luogo che chiamano casa.
Si guarda intorno nella cabina, c’è
dell’altra gente…tutto lì
è gente non dissimile da loro in un
certo senso
maschi, femmine, di un sesso o
dell’altro
gente simile a loro: orecchi, naso,
bocca,spalle, genitali
Dio mio! Anche gli abiti sono simili
e poi c’è quella cintura che li
identifica a metà della vita
Ma lui sa benissimo che non sono come
loro, anche se gli piacerebbe
e anche lei che lo fosse, ma..
Il sangue ha inzuppato tutto il
tovagliolo
e lui sente tanti squilli nella
testa,
ma sono squilli ai quali non sa
rispondere
e come potrebbe rispondere, cosa
potrebbe rispondere?
Mi dispiace non sono in casa, sono
andati via di qua..
di là…anni fa
Attraversano veloci l’aria diafana
della notte
un uomo insanguinato e la moglie
legati dalla cintura
e così pallidi e immobili che
potrebbero essere morti,
ma non sono morti…non lo sono
e questo è parte del miracolo
Questo non è altro che un passo da
gigante nella misteriosa esperienza della loro vita
" Chi l’avrebbe previsto, anni prima
quando le loro mani unite sul
coltello
fecero il primo taglio profondo sulla
torta nuziale…e poi un altro,
chi l’avrebbe creduto
chiunque avesse riportato notizie del
genere dal futuro
sarebbe stato cacciato a frustate
dalla porta.
L’aereo si impenna, vira di colpo e
s’incrina
lui le prende la mano
lei lo lascia fare, anzi gli prende
la mano….ma erano fatti l’un per l’altra, giusto?
Sopravvivranno all’atterraggio, si
daranno un contegno
e si allontaneranno insieme da questa
orribile situazione,
devono farlo, non hanno altra scelta
Il futuro ne ha in serbo parecchie di
nuove e terribili sorprese
e di squisite svolte,
ma è il presente che devono spiegare,
ora,
il sangue che lui ha sul colletto
e la macchia scura che lei ha sul
polsino.
Vorrei aggiungere un ultimo pensiero, che è legato a quello che ho
detto molto sinteticamente con questi due esemplari poetici: come
sanno soprattutto i filosofi, la cosa non preoccupa le altre
persone, abbiamo avuto un secolo pieno di teorie sul linguaggio,
sulla semantica, la semantica logica, la semantica epistemica,
abbiamo avuto una fioritura molto nobile e molto alta di
elaborazioni, però, io credo ci sia una dimensione di astrattezza,
di teorizzazione astratta nell’analizzare e nell’illustrare il
linguaggio. Sembrerebbe, se io avvicino uno di voi e, viceversa,
qualcuno di voi avvicina me, che dobbiamo mettere in moto degli
apparati teorici spaventosamente complicati, assiomi, regole
d’inferenza, gamma di quantificazione, segno d’identità…"la neve è
bianca solo se la neve è bianca", poi arriva un altro e dice "sì, ma
in base allo stesso principio la neve è bianca, solo se la neve è
rossa", pensate per dire che qualcosa è vero deve essere vero anche
qualcos’altro…allora la neve rossa può servire all’uomo, se non
abbiamo della neve bianca lì per lì, così a casa!
Dunque l’idea è che il
linguaggio sia in realtà da comprendere nel suo contesto concreto,
in tutta la sua complicanza, come una forma di vita. Nel linguaggio
noi aderiamo come a qualcosa che è familiare, ad una struttura quasi
fisionomica, a degli amici e delle persone ritrovate,c’è questa
aderenza immediata. Quando io vedo Ceruti per la prima volta ,non è
che Mauro per me sia un alieno, devo mobilitare una traduzione, in
realtà noi abbiamo bisogno continuamente di "passing theories", di
teorie occasionali, cioè di aggiustamenti che dobbiamo fare per
comprendere ogni individuo, un altro individuo e non abbiamo nessuna
garanzia.
Siamo immersi in questo
linguaggio che è una struttura dialogica, coreuta, nel senso che
gran parte del nostro linguaggio è implicito, ciò che noi proferiamo
esplicitamente è solo una sottile crosticina di quello che
intendiamo: di qui l’importanza dell’intonazione, del sottinteso e
di tutte quelle complicanze che noi appunto portiamo alla luce
quando rendiamo il nostro linguaggio esplicito.

SECONDA ESPERIENZA DI ASCOLTO: METTERSI A CONFRONTO, RELAZIONARSI E
RELAZIONARE
Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova
Cameristica di Milano
Richiamo l’orchestra e
complichiamo le cose: dello stesso brano ascolteremo due voci
assieme, non tutte le quattro, non il complesso delle voci, come
Bach le aveva definitivamente scritte e messe su carta ma due sole
voci alla volta; abbiamo prima detto che ogni linea melodica ha un
suo senso, individualmente presa, adesso proviamo a metterne insieme
due. Prima ascolteremo i violini primi ed i violini secondi, quindi
le due voci acute, poi successivamente ascolteremo i violini primi e
i violoncelli, cioè le voci più gravi. Anticipo una lettura,
continuando questo dialogo tra tartaruga ed Achille, nel quale si
inserisce il formichiere.
" Le fughe- diceva il
formichiere- hanno l’interessante proprietà che ognuna delle voci è
un brano musicale autonomo e quindi una fuga potrebbe essere
considerata un insieme di parecchie composizioni musicali distinte
tutte basate su un singolo tema e tutte suonate simultaneamente.
Dipende dall’ascoltatore o dal suo subcosciente decidere se essa
deve essere percepita come un’unità o piuttosto come un insieme di
parti indipendenti tutte in armonia fra loro."
Achille prosegue: " Lei
dice che le parti sono "indipendenti"e tuttavia ciò non può essere
vero alla lettera, vi deve essere qualche coordinazione tra loro
altrimenti una volta messe insieme si avrebbe l’effetto di
un’accozzaglia di note e non vi è nulla di più falso"
Risponde il formichiere:
"Un modo migliore di descrivere la situazione potrebbe essere
questo: se si prestasse attenzione ad ognuna delle voci avulsa dal
resto, si scoprirebbe che essa ha un suo senso musicale compiuto di
per sé stessa, essa potrebbe stare in piedi da sola ed è questo che
intendevo quando dicevo che è indipendente, ma lei ha perfettamente
ragione quando fa notare che ognuno di questi tratti individualmente
significativi, fondendosi con gli altri in maniera niente affatto
casuale dà vita ad una totalità armonica. L’arte di comporre una
bella fuga consiste precisamente in questa capacità di comporre vari
soggetti ognuno dei quali dà l’illusione di essere stato composto e
fine a se stesso, e, però, quando viene inserito nella totalità vi
si fonde senza alcuna forzatura. Ora questa dicotomia fra ascoltare
una fuga come totalità e ascoltare le sue voci componenti è un
esempio particolare di una dicotomia molto più generale, che si
riferisce a molti tipi di strutture costruite a partire dai livelli
più bassi."
" Davvero,- chiede
Achille-" vuol dire che le mie due modalità, quella orizzontale e
quella verticale, una voce alla volta, più voci insieme possono
avere un riferimento più generale a situazioni diverse dall’ascolto
di una fuga?" " Certamente." " Mi domando in che modo, immagino però
che ciò abbia a che fare con un’alternanza fra il percepire qualcosa
globalmente ed il percepirla come un insieme di parti, tuttavia solo
ascoltando le fughe ho trovato questa dicotomia"
ESECUZIONE MUSICALE
Due voci alla volta del brano tratto da
l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: la complessità dell'atto
percettivo stesso di due voci alla volta rispetto alla voce singola
Antonella Pendezzini
Invito Silvano
Tagliagambe a raggiungerci ed intanto ringrazio ancora l’orchestra e
Daniele Agiman per questa conoscenza che si sta costruendo fra noi.
La conoscenza è qualcosa che si costruisce, noi, soprattutto noi,
che lavoriamo nella scuola spesso pensiamo di possederla, ma noi non
abbiamo la conoscenza tutt’al più possiamo possedere il sapere. La
conoscenza è relazione.
Questo è uno dei temi
fondanti che ci ha aiutato quest’anno a sviluppare Silvano
Tagliagambe, docente di Filosofia della Scienza all’Università di
Sassari, che da alcuni anni collabora al nostro progetto. Con lui
abbiamo esplorato i significati di qualità dell’educazione, di
progetto e quest’anno l’idea di prendersi cura della propria
conoscenza e di quella degli altri. Con lui abbiamo visto come
questo abbia a che fare con la nostra identità. L’identità personale
è un’essenza , un nucleo cui ognuno di noi è correlato fin dalla
nascita e che sostanzialmente rimane inalterato nel corso dello
sviluppo oppure non è qualcosa di disponibile fin dall’inizio ed è
qualcosa che si costruisce nel tempo? E’ un’identità relazionale. Le
prime ricerche sulle reti neuronali degli anni ’60 e i più recenti
studi di neurofisiologia, ci hanno stimolato a d avvicinarci al
pensiero di Damasio, Hedelmann, Varela, da cui emerge una visione
complessa del funzionamento del cervello umano ispirata alla
metafora delle reti di interconnessione, allora l’attenzione si
sposta dal centro al confine. " L’epistemologia del confine", un
testo di Silvano Tagkiagambe, dove essere significa comunicare e
dove non esiste un unico territorio interiore sovrano, dove l’uomo
guardando dentro di sé, guarda negli occhi l’altro, guarda con gli
occhi dell’altro e questo ha grande importanza per noi e per le
nostre relazioni educative con i ragazzi.
Ricordando gli studi di
Daniel Storner sui bambini, Varela sottolinea come i confini fra il
me e il tu non siano tracciati neppure negli eventi percettivi. Il
me e il tu sono eventi concomitanti, si co-costruiscono, come
direbbe Diego Napolitani. Con Tagliagambe noi abbiamo visto come gli
affetti, le cure influiscano sulle strutture degli elementi locali
nei bambini, - ci diceva- cambiano le proprietà cerebrali, non è
soltanto la mente che cambia, è il cervello. I bambini sono
modificati a livello della loro costituzione corporea dalle azioni
che hanno luogo a livello emotivo tra gli esseri umani. In questo
senso ci parlava dell’errore di Cartesio "Cogito ergo sum"in una
relazione di cura diventa "cogitatus ergo sum e se vogliamo andare
avanti ergo cogito"
Nei nostri seminari con
Silvano Tagliagambe, mi sembra che abbiamo sperimentato tutto
questo: alcuni stimoli di partenza, le nostre idee di qualità, di
prendersi cura, di unicità, la loro rielaborazione e, in una di
queste occasioni, lui ci ha regalato anche una bella immagine,quella
di Ulisse come l’eroe fluido, liquido che si adatta alle situazioni
e di Achille come l’eroe strutturato, tutto d’un pezzo e a me sembra
ci sia un po’ di tutto questo in lui, perché ci rimandava questa
idea all’interno di una cornice di significati più ampi che abbiamo
ritrovato nostri
Allora in questo senso
il prendersi cura non è stato solamente un approfondimento teorico,
ma un’esperienza condivisa eche perciò possiamo condividere nei
nostri luoghi di lavoro. Grazie…

IL
MODELLO POLIFONICO DELL’IO NELLE NEUROSCIENZE
Contributo di Silvano Tagliagambe
Venire dopo Gargani,
Bach e Hofstadter è difficile, ma venire dopo una presentazione che
ti restituisce un’immagine di te così idealizzata da non
riconoscerti del tutto è un rischio, dal quale cercherò di uscire. A
volte, non sempre, i politici hanno delle immagini folgoranti e,
quando era commissario alla Pubblica Istruzione della Commissione
Europea, Edith Cresson ebbe una di queste immagini folgoranti,
l’immagine che l’identità di un singolo, come di un popolo, debba
avere radici e ali, un terreno solido su cui radicarsi e, però, una
capacità di fuga, di prospettiva di pensare altrimenti.
Ecco, anche l’idea
dell’io come polifonia ha delle radici e delle ali. Proverò a
parlare delle une e delle altre.
Radici, radici lontane.
In un saggio di psicanalisi applicata, parallelo mitologico con una
rappresentazione ossessiva plastica del sedici, Freud scrive "
Secondo la leggenda greca, mentre andava in cerca della figlia
rapita, Demetra era giunta a Eleusi, lì era stata ospitata da
Disaule e dalla moglie di lui Baubò, ma nella sua profonda
afflizione non aveva voluto toccare né cibo, né bevande, al che la
sua ospite Baubò la fece ridere alzando improvvisamente la veste e
scoprendo il corpo nudo".
Che significato ha
questa immagine? La cosa bella è che questa immagine viene ripresa e
spiegata nella sua chiave da Michail Bachtìn nel suo splendido
saggio "L’opera di Rablais e la cultura popolare", nel quale
rintraccia le radici del realismo grottesco e dice " Fra le celebri
statuette di terracotta di Kerc, conservate all’Ermitage, ve ne sono
alcune che raffigurano delle vecchie donne gravide di cui è messa in
evidenza in modo grottesco la vecchiaia e la grossezza del ventre.
Notiamo,inoltre, che queste donne gravide ridono. Siamo di fronte ad
una forma di grottesco molto caratteristica ed espressiva. E’
ambivalente, è la morte gravida, la morte che dà la vita. Nel corpo
di queste vecchie gravide non c’è nulla di determinato, di stabile,
di tranquillo, vi si uniscono il corpo decomposto e sformato della
vecchiaia e quello, ancora in embrione, della nuova vita." La vita è
mostrata, in questo caso, nel suo processo ambivalente
intrinsecamente contraddittorio. Mauro Ceruti ricordava Heinz von
Foerster, " Non siamo, ma diveniamo"
Ecco, il realismo
grottesco dice questo, e trova espressione nello splendido libro di
Rabelais, Gargantua; è la radice di una modalità di interpretazione
dell’io che vede una continuità tra il soggetto ed il cosmo, tra
l’uomo e la natura e ritiene che l’individualità dell’uomo tragga
alimento e capacità di movimento e forza propulsiva da questo suo
legame con la natura, postula l’incompletezza dell’io in quanto
inserito nel perfetto divenire della natura, postula
l’inseparabilità della mente dal corpo e postula la relatività di
tutte le dislocazioni spaziali e delle distinzioni alto-basso,
centro- periferia. Questa idea dell’io costituisce un punto di
riferimento ineliminabile della cultura occidentale contemporanea e
che dobbiamo riesumare come nostra radice ogni volta che pensiamo a
una delle tappe attraverso le quali si è manifestata l’idea di io,
poi questa idea si è notevolmente articolata, fino ad essere
contraddetta nei suoi postulati fondamentali.
Nella letteratura del
cosiddetto realismo borghese, del XVII secolo- ricorda Bachtin -ci
sono immagini di un grottesco statico, ormai staccato dal corso del
tempo, dal flusso del divenire, spaccato in due: l’uomo si separa
dalla natura, l’Io si separa dal suo ambiente, l’ambiente diventa
statico, cessa di essere la forza propulsiva, cessa di essere la
fonte dell’esistenza, l’Io cerca la radice dei significati in sé. E’
la scoperta del mondo interiore, della inesauribilità del mondo
interiore e di una diversa dislocazione della radice del movimento.
La radice del divenire e del movimento non è più nella natura e nel
cosmo, inesauribile ciclo - morte che dà la vita e che a sua volta è
destinata a perire- ma è nell’Io, nella profondità dell’io .
Sostiene Bachtin che
potremmo fare una storia dell’io attraverso la storia della
letteratura e del romanzo e allora vedremmo come progressivamente
l’Io si è andata sviluppando verso un’idea dell’Io esaustiva, cioè
un sistema chiuso capace di controllarsi come sistema e di essere
autosufficiente, progressivamente autonomo, staccato non solo dal
cosmo, ma sempre più staccato anche dagli altri Io.
In questa concezione
dell’Io orgoglioso della sua autonomia ed autosufficienza emerge
come un gigante la figura di Dostoevskij.
Nel 1863/64 Dostoevskij
scopre - anche se Freud non glielo ha mai riconosciuto, ma Nietzche
sì- l’alterità dell’Io, scopre all’interno dell’Io un’altra voce,
che è la voce del sottosuolo, sono le memorie ed i ricordi del
sottosuolo. Dostoevskij scopre un continuo dialogo interiore, la
contraddizione di questo dialogo e come questo dialogo sia fatto a
volte di competizione e a volte di contraddizioni e scopre anche che
quest’altra voce è una voce dalle tonalità contrastanti, che a volte
ci precipita verso gli automatismi e verso la disperazione, ma altre
volte è germe di speranza.
Ogni tentativo di
rappresentare l’antinomia tra il pensiero razionale e progettuale e
questa altra voce, la voce del sottosuolo, la voce dell’inconscio,
paragonandola all’antinomia tra bene e male è destinata a fallire,
perché - come ci dice in Delitto e castigo Dostoevskij - a
progettare il delitto e a renderlo razionale ed eticamente
giustificabile è il pensiero cosciente e razionale, a far affiorare
la estrema gravità di questo progetto è l’inconscio attraverso i
sogni- il famoso "sogno della cavallina", che richiama il
protagonista al senso orrendo di quello che stava lentamente
sviluppando attraverso il suo pensiero razionale.
Che cosa fa, oltre a
questo, Dostoevskij.? Dice Bachtin, che Dostoevskij non soltanto
scopre la contraddittorietà, la molteplicità delle voci all’interno
dell’io, ma scopre altresì -e il finale di delitto e castigo è
esemplare- che da questa contraddittorietà e da questa antitesi, da
questo conflitto possiamo riuscire ad uscire con una visione
armonica soltanto attraverso la relazione con l’altro.
L’amore per Sofia
diventa per Raskol’nikov la chiave attraverso la quale comporre il
suo dramma ed i suoi conflitti interiori. Sofia, il nome non è
casuale, perché Sofia è un’immagine profonda della filosofia russa,
costruita da Vladimir Solovëv, amico e ispiratore di Dostoevskij ed
è il pensiero della mente cosmica, della mente universale a cui
prima accennava Giorgio Gargani.
E dunque, la relazione
con l’altro diventa costitutiva e Dostoevskij - dice Bachtin -
scopre la relatività della distinzione fra relazioni interne e
relazione esterne, scopre che "essere" è profondamente comunicare e
che la soggettività si costruisce sulla soglia, nell’interazione con
l’altro, nella comunicazione con l’altro. Così emerge il romanzo di
Dostoevskij nella sua dimensione polifonica, Bachtin usa il termine
polifonica per sottolineare il fatto che in Dostoevskij e nei suoi
romanzi noi abbiamo non soltanto la rappresentazione e l’espressione
di tutta la varietà e l’articolazione delle voci sociali e la
plurivocità sociale, ma abbiamo rappresentata anche tutta la gamma
delle molteplici possibilità di atteggiarsi nei confronti di questa
plurivocità.
Abbiamo perciò mondi
chiusi, come quello che Dostoevskij aveva descritto in un suo
romanzo giovanile, Il Sosia, abbiamo mondi chiusi come quello che
Dostoevskij continuerà ad esplorare, la figura del padre Karamazov
nell’ultimo suo grande romanzo, e abbiamo mondi assolutamente aperti
che consistono e si costruiscono solo attraverso l’interlocuzione
con gli altri, al punto di designare quella che Uchtomskij, il
grande fisiologo russo, allievo non diretto di Secenov, che faceva
lezioni all’università di Pietroburgo leggendo e interpretando i
romanzi di Dostoevskij, chiamava la figura dell’interlocutore
ottimale. E’ l’interlocutore dotato della massima apertura nei
confronti dell’altro e in cui questa idea della soggettività come
polifonia delle identità e come capacità di costruirsi in funzione
delle relazioni con l’altro raggiunge la sua massima espressione.
Non è un caso che questo percorso della letteratura e della
filosofia russa sia riassunto splendidamente da un poeta russo in
una poesia che si intitola Miracolo, di Boris Pasternak che vi vado
a leggere proprio perché è la sintesi di questa idea della
soggettività e dell’io come polifonia e della inutilità di un io che
fruttifichi solo per sé e in sé.
Miracolo
Andava da Betania a
Gerusalemme,
oppresso anzi tempo
dalla tristezza dei presentimenti.
Sull'erta un
cespuglio riarso;
fermo lì su una
capanna il fumo,
e l'aria infuocata e
immobili i giunchi
e assoluta la calma
del Mar Morto.
E in un'amarezza più
forte del mare,
andava con una
piccola schiera di nuvole
per la strada
polverosa verso un qualche alloggio
(andava) in città a
una riunione di discepoli.
E così immerso nelle
sue riflessioni
che il campo per la
melanconia prese a odorare d'assenzio.
Tutto taceva.
Soltanto lui là in mezzo.
E la contrada giaceva
inerte in un deliquio.
Tutto si confondeva:
il calore e il deserto,
e le lucertole e le
fonti e i torrenti.
Un fico si ergeva lì
dappresso
senza neppure un
frutto, solo rami e foglie.
E lui gli disse: "a
cosa servi?
Che gioia m'offre la
tua aridità.
Io ho sete e fame, e
tu sei un fiore infecondo,
e l'incontro con te è
più squallido che col granito.
Com'è offensiva la
tua sterilità!
Resta così, dunque,
sino alla fine degli anni".
Per il legno passò il
fremito della maledizione
come la scintilla del
lampo nel parafulmine.
E il fico divenne
cenere all'istante.
Avesse avuto allora
un attimo di libertà
le foglie, i rami, le
radici e il tronco,
le leggi della natura
sarebbero forse intervenute.
Ma un miracolo è un
miracolo e il miracolo è Dio.
Quando siamo
smarriti, allora, in preda alla confusione,
istantaneo ci coglie
alla sprovvista
Nella poesia la
maledizione colpisce chi fruttifica solo per sé, chi è verde solo
per sé, chi non offre frutti agli altri, colpisce l’aridità,
l’inutilità e nella poesia c’è un passaggio fulminante dal tu " tu
sei un fiore infecondo", che caratterizza tutto l’andamento al noi
"Quando siamo smarriti". Il senso dell’identità collettiva deve
scaturire da questa maledizione, se non vogliamo essere colpiti e
diventare cenere , inaridirci come la cenere, dal tu e dall’io
dobbiamo passare al noi.
Queste intuizioni
poetiche, oggi, le ritroviamo espresse, anche se in forma diversa,
nella filosofia della mente e nelle teorie attuali della mente e del
cervello. Nella filosofia della mente noi abbiamo un autore come
Dennet che dice "l’Io è un centro di gravità narrativo" e questa
definizione sta ad indicare che l’Io non è un luogo, né uno spazio,
è in sostanza una capacità di attrazione, è il risultato di quel
processo che si ottiene quando molteplici racconti tra loro rivali,
che interpretano ed incarnano con voci diverse ed in modi diversi la
nostra individualità e la nostra personalità, ad un certo momento
cedono il passo al dominio di un racconto egemone, che riesce a
stabilire una forma di concordia provvisoria, che riesce ad
assurgere ad un ruolo dominante.
Una struttura
competitiva e concorrenziale, quindi, viene armonizzata da un
racconto che diventa la nostra biografia di quel momento, che
diventa la nostra capacità di interpretarci e rappresentarci nei
confronti degli altri, ma questo racconto non può avere l’ambizione
di presentarsi sempre e comunque come l’Io e come il rappresentante
dell’io. Questo racconto deve saper cedere il passo ad altri
racconti quando la sua capacità compositiva ed armonizzante, quando
la sua spinta in termini di convergenza viene meno. Questa è
un’immagine che non solo riprende ed attualizza le cose che abbiamo
detto di Dostoevskij, che in fondo interpreta la poesia di Pastenak
e la traduce in linguaggio filosofico, ma interpreta un movimento
che c’è all’interno delle teorie della mente, in cui si esprime il
senso di novità profonda delle attuali teorie del cervello, che noi
possiamo riassumere e sintetizzare in questi termini: il cervello
cresce, si sviluppa ( il nostro cervello alla nascita è un quarto
del peso che può raggiungere in un adulto normale) e si sviluppa in
una maniera che oggi supera la contrapposizione tradizionale tra
innatismo e ambientalismo e, cioè, il cervello mantiene una sua
plasticità e fa un’operazione straordinaria, che non siamo ancora
riusciti a spiegare, cioè trasforma lo spazio in tempo.
Il segreto del
funzionamento del cervello non è la localizzazione, come pensavamo i
teorici delle aree cerebrali, che dicevano che il linguaggio aveva
la sua sede in un punto, la memoria in un altro, certo la
localizzazione della attività e delle funzioni mantiene un suo
significato, ma il segreto del cervello sembra essere piuttosto la
presenza di correlazioni a lungo raggio (di natura sia spaziale che
temporale) tra le attività di gruppi di neuroni differenti, anche
distanti tra loro, correlazioni che tendono ad essere sovente
interpretate come evidenza empririca di un processo di
sincronizzazione tra le attività neuronali e della capacità di
suscitare insieme e mantenere compresenti attività fino al momento
in cui il cervello medesimo non riesce a stabilire delle relazioni
dalle quali scaturisca un significato.
In quella che Damasio
chiama "un’unica finestra temporale" attività provenienti da varie
zone cerebrali, da vari gruppi neuronali vengono mantenute
compresenti ed il significato scaturisce proprio da questa capacità
di tenere insieme e mantenere compresenti, scaturisce da questa
capacità di orchestrazione, capacità che però non è una struttura
dominante, non presuppone una cabina di regia, perché nel cervello
gli orchestrali si auto-organizzano. Forse, un direttore d’orchestra
nascosto c’è, che non è una cabina di regia, ma è un processo
evolutivo. Questa capacità di orchestrazione e di armonizzazione è
il risultato di una evoluzione che ha fatto emergere come centrali
proprio la selezione, la capacità di mantenere compresenti, i
lavorii e le voci e le attività provenienti da vari rami del
cervello.
Quindi, l’evoluzionismo
non è una teoria, ma è la pietra angolare della nostra cultura ed
estirpare l’evoluzionismo dall’insegnamento non vuol dire togliere
una teoria, vuol dire distruggere una cultura, vuol dire non capire
e non saperci spiegare cosa fa il cervello. Dicevo, infatti, che il
direttore d’orchestra c’è ed è il risultato miracoloso
dell’evoluzione ed il problema di fondo è ben messo a fuoco negli
studi sul cervello, perché quando ci si chiede che cosa sia la
coscienza, la risposta che viene data fulminante è che la coscienza
è un breve processo di sequenzialità inserito come un vaso di coccio
tra i due vasi di ferro costituiti da processi abitualmente
paralleli.
Il cervello lavora
sempre in modo parallelo, attraverso strutture orizzontali e
verticali, quelle della musica polifonica, strutture orizzontali con
la loro sequenza, strutture verticali che le collegano tra di loro
come nell’arte della fuga. Il racconto, il linguaggio, però, sono
inevitabilmente sequenziali, almeno i linguaggi che abbiamo
sperimentato e costruito finora, e se nella coscienza c’è pensiero e
se il pensiero ha un rapporto forte con il linguaggio è evidente che
a questa fase di processi paralleli deve subentrare una fase di
sequenzialità. Questa fase che dura da 250 a 300 millesimi di
secondo- che è il tempo minimo necessario perché uno stimolo arrivi
alla nostra coscienza e venga processato per leggerlo ed
interpretarlo- ad un massimo di 20/25 secondi perché la memoria di
lavoro non è compatibile con esercizi di pratica più lunghi. La
caratteristica fondamentale del nostro cervello non è la
sequenzialità ma è il parallelismo e il parallelismo è fatto appunto
di caos, di strutture verticali ed orizzontali compresenti e che si
agitano come un formicolio.
Questo ci riporta ad una
citazione che vi voglio fare, che è di un musicista questa volta, di
Igor Strawinskyj che in Poetica della Musica scrive: "La musica,
legata al tempo ontologico, è generalmente dominata dal principio di
somiglianza; quella che si riferisce al tempo psicologico procede
volentieri per contrasto. A questi due principi che dominano il
percorso creativo corrispondono le nozioni essenziali di varietà ed
uniformità.
Tutte le arti ricorrono
a questi principi. I procedimenti della policromia e della
monocromia nelle arti figurative corrispondono rispettivamente alla
varietà e all’uniformità. Ho sempre pensato, per conto mio, che è in
genere più opportuno procedere per somiglianza che per contrasto: la
musica si consolida così nella misura in cui rinuncia alle lusinghe
della varietà. Ciò che perde di ricchezze discutibili, guadagna di
autentica solidità (…)
La varietà vale solo in
quanto ricerca della somiglianza: essa mi circonda da ogni parte,
non devo quindi temere che mi manchi, poiché la incontro senza posa.
Il contrasto è dovunque, ed è sufficiente prenderne atto. La
somiglianza è invece nascosta, si tratta di scoprirla, e la scopro
soltanto al limite del mio sforzo. Se la varietà mi tenta, sono
turbato dalle facilità che mi offre, mentre la somiglianza mi
propone delle soluzioni più difficili, ma dei risultati più solidi e
dunque, a mio parere, più preziosi".
Questo ci porta al
problema del rapporto tra esperienza, come regno della varietà, e
l’arte, in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, come ricerca
dell’uniformità, dell’ordine e della disciplina" l’arte, nel giusto
senso della parola, è un modo di far delle opere secondo certi
metodi ottenuti sia per tirocinio che per invenzione: e i metodi
sono le vie rigorose e precise, che garantiscono il retto andamento
del nostro operare".
Ebbene l’io polifonico,
l’io ben riuscito fa esattamente questo lavorio: trasforma il
contrasto in uniformità, trasforma la dissonanza in armonia.

TERZA ESPERIENZA DI ASCOLTO: L’INSIEME E’ PIU’ DELLA SOMMA DELLE
PARTI SINGOLE
Daniele Agiman con l’Ensemble Nuova
Cameristica di Milano
Ho preparato, e ve lo
leggerò, un testo tratto dal libro di Damasio per introdurre la
prossima esperienza d’ascolto, di tre voci alla volta. Per capire
basta mettersi in ascolto, i compositori lo sanno, Beethoven non
scriveva per compositori scriveva per un pubblico che ascoltava e
che condivideva una cultura di un’epoca storica e, quindi, quello
che occorre per capire quello che sta succedendo sarà semplicemente
ascoltare. Ascolteremo tre voci alla volta, prima le tre voci
superiori, violini primi, i violini secondi e le viole, quindi
eseguiranno il secondo brano violini secondi, viole e violoncelli.
Prima dell’esecuzione
eccovi da " Emozione e coscienza" di Damasio, autore molto amato da
Silvano Tagliagambe, che tra l’altro, nei suoi scritti, ha un
frequentissimo uso di immagini musicali, una immagine che anticipa
quello che ascolterete: " può essere utile pensare al comportamento
di un organismo come all’esecuzione di un brano orchestrale la cui
partitura viene inventata via,via. La musica è il risultato prodotto
da molti gruppi di strumenti che suonano tutti insieme a tempo ed il
comportamento di un organismo è il risultato prodotto da numerosi
sistemi biologici che agiscono simultaneamente …….alcuni sistemi
biologici producono comportamenti incessanti,altri comportamenti che
in un dato momento possono manifestarsi o meno, qui desidero mettere
in rilievo tre idee fondamentali – io ve ne leggo solo due- la prima
idea fondamentale è che il comportamento di un organismo vivente in
ogni momento scelto per l’osservazione non è il risultato di
un’unica linea melodica semplice, ma piuttosto di un concorso di più
linee melodiche. Un direttore d’orchestra che esaminasse
l’immaginaria partitura comportamentale, vedrebbe le diverse parti
musicali armonizzate verticalmente ad ogni battuta….la terza idea è
che, pur essendovi svariate componenti, il comportamento in ciascun
momento è un tutto integrato, è la fusione di contributi diversi non
dissimile dalla fusione polifonica di un’esecuzione orchestrale,
dalla caratteristica cruciale qui descritta la simultaneità, emerge
qualcosa che nessuna delle parti specifica"
ESECUZIONE MUSICALE
Tre voci alla volta del brano tratto da
l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: un’ ulteriore complicazione della
prospettiva percettiva
Prima della seconda
esecuzione voglio leggervi un altro brano, omaggio a Giorgio Gargani,
è un testo che lui cita spesso e che finalmente ho letto, è di
Goodman " Vedere e costruire il mondo". In uno dei capitoli
centrali, che si intitola L’enigma della percezione: vedere dietro
quel che c’è, Goodman scrive "Una volta all’improvviso qualcuno mi
chiede un po’ insolente – Non puoi vedere quello che si trova
davanti a te? - Dunque, sì e no . Qui davanti a me vedo persone,
fogli di carta, libri e poi ancora colori, forme, strutture, ma vedo
le molecole gli elettroni, i raggi infrarossi che sono anch’essi qui
davanti a me? E vedo questo stato o gli Stati Uniti o l’universo?
Vedo solo parti, adir la verità di queste entità così estese, ma
allora anche di persone, sedie ecc, vedo solo parti, e se vedo un
libro ed esso è un miscuglio di molecole, allora non vedo un
miscuglio di molecole? Ma d’altra parte posso vedere un miscuglio di
molecole senza vederne nessuna? Se non posso dire che vedo un
miscuglio di molecole, perché miscuglio di molecole è un modo un po’
sofisticato di descrivere quello che vedo, a cui non si arriva
semplicemente guardando, allora come potrei mai dire che vedo un
magnete o un fungo velenoso? Supponiamo che uno mi chieda se ho
visto alla mia conferenza l’allenatore di football, ma lui era là
tra il pubblico e io ho visto sicuramente ogni persona del pubblico,
sebbene lo abbia visto, dico che non l’ho visto, perché non sapevo
che l’uomo in alto a destra nell’ottava fila fosse l’allenatore
della squadra di football."
Cosa stiamo sentendo
noi, cosa state sentendo voi, se persino le relazioni che i
musicisti stanno creando non sono consapevoli per loro che suonano,
forse neanche per me che sto dirigendo e forse non erano consapevoli
neppure per Bach, quale grado di complessità si sta pian piano
creando , mentre passiamo da una voce sola a due e tre voci e poi
ciascuna delle voci perde di identità o no?…intanto rifaccio
ascoltare il brano con tre voci.
ESECUZIONE MUSICALE
Tre voci alla volta del brano tratto da
l'"Arte della fuga" di J.S. Bach: un’ ulteriore complicazione della
prospettiva percettiva
Antonella Pendezzini
Chiamo Diego Napolitani
a raggiugerci. Alcuni versi di Shakespeare: " Ascoltare con gli
occhi appartiene al fine ingegno d’amore", li ho scelti, forse,
perché ho nella mente l’esperienza che abbiamo vissuto con lui sulla
ri-creazione, in un seminario a Stresa su come come ri-creare e far
veramente nostro un apprendimento autentico, in noi e nei nostri
ragazzi,o forse perché ho ancora negli occhi una conversazione di
questa primavere a Romano con Diego, dove si parlava di maschile e
di femminile della mente. Il maschile come essere nel mondo, come
discontinuità, razionalità, parola, codici, e il femminile come
essere il mondo, come continuità, intuitività, silenzio, empatia: la
bipolarità della mente, un percorso di ricerca e di studio che Diego
ha portato avanti in questi anni e che costituisce, per ora
l’ultimo, contributo di Diego alla psicoanalisi. Napolitani,
psichiatra, psicoanalista, fondatore della Scuola Italiana di Gruppo
Analisi collabora con noi da circa sei anni. La sua teoria della
gruppalità interna ha cercato di superare la dicotomia individuo/
gruppo e rimanda alle molte voci che risuonano dentro di noi:
affetti significati, aspettative, voci sulle quali tendiamo un po’ a
modellarci, o voci che riusciamo a far dialogare al nostro interno
per trovare la nostra voce autentica. Tutto ciò mi rimanda all’idea
del nostro Arcipelago interno, proprio un paio di anni fa, in un
bell’incontro tra Diego Napolitani e Massimo Cacciari ci veniva
proposta questa immagine da Cacciari: un arcipelago di isole, ma non
con un’appartenenza forte in cui tutto viene ridotto ad uno, in modo
un po’ gerarchico ed asimmetrico, neppure isole come unità compiute
e soddisfatte, isole "idiote"che si dissolvono come qualcosa di
inospitale incapaci di ricercare e di incontrarsi. Piuttosto isole
autonome che vivono in perenne navigazione, le une versus/contra le
altre, che fanno propria la molteplicità di forme e di parole che
hanno veduto ed ascoltato viaggiando. Ma "il sentiero della scuola"
con Diego Napolitani è iniziato parlando di autovalutazione, molti
anni fa e perciò di errori, errori probabili, più che possibili. Con
lui abbiamo scoperto che l’errore può essere l’inizio di un errare
che ti porta ad uscire dai tuoi confini originari, dai codici
prescritti, ti porta ad inventare il mondo e nell’inventare il mondo
lo si trasforma. Dalla preoccupazione per l’errore, al sentire di
poter trasformare il mondo: è come dire che "avevi dei buchi",
cercavi di non mostrarli troppo ed, invece, senti di poter essere
come sei, sin-cero. I latini, quando modellavano le statue e queste
non riuscivano bene e presentavano dei buchi, li tappavano con la
cera. Poi col tempo la cera se ne andava ed ecco che le statue
potevano ritornare ad essere di nuovo, come noi forse non riusciamo
ad essere , sin-ceri.
Ma se sentiamo di avere
dei punti sufficientemente fermi, una stella polare per orientarci,
possiamo accettare che il viaggio si costruisca un po’ da sé, strada
facendo anzi è proprio l’ascoltare il nostro disordine, la nostra
mancanza che permette di generare il nuovo. Durante il nostro ultimo
seminario in un’intervista abbiamo chiesto a Diego " In che cosa
vorresti essere ricordato da tuo figlio?" E lui ha risposto " Nella
libertà, che io ho vissuto vorrei che lui potesse sentire e vedere:
non solo la mia libertà personale, ma la libertà nei miei pazienti,
nel sociale. Abbiamo parlato di Poros, della povertà, Penìa, della
sincerità, loro hanno fatto un figlio ed è Eros,, coiè il progetto,
la possibilità. A me sembra che questa sia l’esperienza che stiamo
facendo con Diego, cioè l’esperienza del possibile ,non so se sia la
libertà, ma è una gran bella dimensione….Diego Napolitani.

SUSSURRI E GRIDA DAL
MONDO INTERNO
Contributo di Diego Napolitani
Introducendo il mio
intervento Antonella Pendezzini faceva riferimento a ciò che io
risposi ad una domanda postami in una recente intervista "Cosa
vorresti che tuo figlio sapesse di te, ricordasse di te" ed è una
curiosa coincidenza che io avessi fatto riferimento nell’intervista
alla mia libertà, una coincidenza perché questa sera avevo deciso di
utilizzare nel mio contributo le parole di mio figlio di 4 anni che
improvvisamente, come improvviso compare l’arcobaleno, venne fuori
con questa espressione: "quando sono uscito dalla pancia della mamma
sono un poco morito, poi mi sono dato la libertà e ho cominciato a
crescere". Credo che in questa poesia, perché questa è una poesia,
ci sia un connettere punti estremi di un orizzonte esistenziale,
connetterli fra loro, come fa appunto un arcobaleno, sinteticamente,
criticamente, fugacemente, irriflessivamente ed è qualcosa che
sgorga tenue e leggero come un sussurro.
Si potrebbe pensare che
queste parole io le abbia suggerite a mio figlio, ma non è così,…
chissà attraverso quali vie Carlotta ed io abbiamo suggerito visioni
del mondo, non lo sappiamo. Mia moglie ed io siamo rimasti stupiti
di fronte a questa espressione di un bambino di 4 anni…ora io vorrei
riflettere con voi su cosa ci consente di "distinguere" e poi di
"unire", secondo lo stesso processo che compie Daniele Agiman nel
disunire le singole voci e nel ricomporle progressivamente in un
unico brano musicale.
Io ho usato come titolo
di questa mia presentazione due parole che caratterizzano una grande
opera di Bergman "Sussurri e grida" e, in effetti, Bergman, in
questo capolavoro ambientato in una villa dell’alta borghesia
nordica dell’’800, ci presenta l’insensatezza, la miseria, lo
strazio di anime in una casa immersa nelle brume del paesaggio del
Nord, in cui noi entriamo seguendo il ticchettare di una miriade di
orologi in forme non fastose, ma che lo sguardo del regista ci
indica nella nudità dei loro quadranti e nel passaggio ritmico
inesorabile dei minuti. In un tempo per nulla vissuto, in un tempo
che potremmo definire oggettivo, immobile, per cui il moto, come il
moto gli astri nel firmamento, è un moto immobile nella
rappresentazione che noi ne facciamo talvolta, ci sono 4 personaggi
centrali, tre sorelle e una serva: il film si apre entrando nelle
stanza da letto di una delle tre sorelle, una sorella che sta
morendo. Questa sorella è agitata da sussulti, dallo strazio della
sua fine e ha come sua interlocutrice una dolcissima umile donna, di
cui viene appena accennato il fatto che ella ha perso una bambina in
tenera età. Ora la sua bambina è lì, è in questa padroncina che sta
morendo e ci sono delle scene straordinarie, di un calore fortemente
coinvolgente, in cui la serva dà il suo seno a questa donna morente
e Agnese si lascia accompagnare, nel suo progressivo spegnersi, da
questo prodigioso guanciale di vita e di morte, non di vita contro
la morte.
Ecco, questa coppia che
è illuminata dal loro dialogare, dal loro narrarsi reciproco ed è
illuminata da flash storici, da un passato che si fa presente.
Agnese ricorda la madre in tutta l’ambiguità di questa figura, tra
atteggiamenti rigidi, rifiutanti, punitivi e atteggiamenti
stupefatti per il crescere della figlia. Allora due storie si
incontrano, ma sono due storie che si animano nel momento in cui si
narrano reciprocamente non soltanto attraverso parole, ma attraverso
il comportamento ed è una narrazione intensa.
Dall’altro lato ci sono
le altre sorelle Karin e Hanna, che sono sprofondate nel silenzio,
parlano pochissimo, Karin parla per urlare, grida di comando nei
confronti dell’umile serva e Hanna parla soltanto per ripetere, come
se si trattasse di una liturgia, la sua arida sensualità del tutto
impersonale. Tra le due c’è il silenzio, ma c’è il silenzio di
ciascuna delle due con il mondo e fanno da contrappunto a queste due
figure drammatiche i rispettivi mariti, immobili, costretti dentro a
un conformismo assoluto nei loro movimenti, nelle loro professioni,
nei loro inganni sociali, senza parole anche loro: nessuno parla ma
tutto grida, grida di comando, di terrore.
E sullo sfondo c’è lo
spegnersi, nello sviluppo del racconto cinematografico, o meglio il
viversi nello spegnimento, così senza storia,così affondate nella
loro storia.
Ci si potrebbe qui
soffermare su un termine comune che tutti usiamo, ma siamo noi
soggetti o progetti? Noi siamo talmente vincolati alla nostra
tradizione che noi parliamo tanto di soggetto, perché pensiamo con
la parola soggetto di indicare l’autore, l’atto volitivo di una
scelta, di un gusto, di un amore, ma il soggetto è l’assoggettato,
mentre il progetto è il gettarsi avanti oltre la circonferenza, più
o meno stretta, che ciascuno di noi ha concretamente davanti e
dentro di sé. Essere oltre, essere progetto: queste due sorelle,
costrette nel rancoroso silenzio, sono proprio due soggetti, bei
soggetti, le altre due che si confrontano con la morte personale, da
un lato, e con la morte della figlia, dall’altro, che si narrano
reciprocamente in questo abbraccio tenerissimo, in questa sorgente
d’amore, sono progetti, che vanno oltre il vincolo tangibile del
loro spegnersi come donne o come madri, vanno oltre nel momento in
cui sono nel loro progettarsi.
Ora che significa essere
soggetti, soggetti a chi? Tagliagambe ricordava il problema delle
radici, cioè che non c’è pianta che non abbia radici e non c’è
essere umano che non abbia storia, perché senza una storia e senza
la possibilità in qualche momento di poterla narrare, cioè al di
fuori della storia, l’uomo è le sue radici, l’uomo è qualcosa che si
ripete con quell’automatismo meccanico che viene accennato da
Bergman nel ticchettare degli orologi, secondo una dimensione,
probabilmente soltanto orizzontale, e noi rimaniamo fermi, rimaniamo
catturati dall’orizzontalità meccanica della nostra esistenza e non
possiamo far altro che ripetere le nostre origini., diventiamo
maschere diventiamo l’eternalizzazione del nostro passato.
Se noi questo nostro
passato lo narriamo, lo riguardiamo… pensare e poi ripensare…allora
succede qualcosa di prodigioso, qualcosa che riguarda strettamente
il mio mestiere: qualcuno mi racconta di sé e io mi racconto
attraverso le visioni del mondo che personalmente ho per stabilire
con lui una condivisione e così come io condivido il mondo delle sue
visioni, le sue maschere di ghiaccio, così lui condivide le mie
maschere che molte volte irrompono sullo scenario o i miei sussurri,
le mie grida.
Quando parliamo di
sussurri, parliamo di qualcosa che appena, appena riesce a
raggiungere le nostre orecchie esterne e che filtra attraverso lo
spessore dei diaframmi, che noi frapponiamo tra noi e l’altro, e
penetra fino a toccare un orecchio interno. I sussurri emergono da
sé, non sono programmati, non c’è un direttore d’orchestra e una
cabina di regia, emergono come le parole di un bambino di 4 anni e
nei termini così compositi che vi ho detto. I sussurri emergono da
sé, senza autori, senza comandi ed emergono nei posti e nei luoghi
più impropri: è sempre il nostro orecchio capace di cogliere i
sussurri che emergono dalla nostra anima?
Le nostre orecchie sono
così frastornate dai rumori dei comandi, che noi non riusciamo più a
cogliere il nostro sussurro prima del sussurro dell’altro.
Tagliagambe ricordava le voci del sottosuolo di Dostoevskij, ma
questo è un sottosuolo diverso dal sottosuolo dei fantasmi, dei
defunti, è il sottosuolo delle origini, della storia che ci sta alle
spalle, è il sottosuolo fatto per raccogliere i resti della storia
di ciascuno di noi, ma fatto anche per far nascere nuove piante, è
lo stesso luogo dove si concentra la morte e da dove emerge la vita,
magari flebile come un sussurro. Tagliagambe sottolineava come i
processi di conoscenza non seguano il tragitto lineare, a cui la
nostra tradizione culturale ci rimanda, cioè la registrazione
dell’oggettività del mondo degli oggetti, ma la conoscenza è una
fabbrica che è fatta sia di radici, cioè di cultura istituita dentro
di noi, che di sussurri che sono presenti nel pensiero che fluttua
in tutti noi, ora, in questo processo di orchestrazione.
A me piace scavare nelle
origini delle parole che noi usiamo…orchestra viene dal greco
orceomai, che significa danzare. Che cos’è la danza se non quel
fenomeno prodigioso, lieve come un sussurro, per il quale si ha un
processo di integrazione di tutte le parti del corpo ed un processo
di accordo tra i due antagonismi muscolari che ci caratterizzano
come animali viventi, i flessori e gli estensori? C’è un momento in
cui noi impieghiamo tutto il nostro corpo e accordiamo flessori ed
estensori per una finalità precisa, devo sollevare un peso, devo
camminare, devo fare l’amore: flessori ed estensori si accordano
rispetto ad un comando che risiede nella finalità che io mi
propongo; la danza quale finalità ha, se non questo bisogno di
narrare come quando un bambino dice " facciamo come se ….."? La
danza del cigno, la danza delle onde del mare, la danza di un raggio
di luce, "facciamo come se …" nella danza si propone questa armonia
singolarissima di tutte le parti del corpo danzante e questo accordo
prodigioso, anche se non finalizzato, di flessori e di estensori.
Ecco un sussurro che fluttua come danza.
In un tempo che è al di
fuori della nostra memoria documentale, in un tempo lontano -
100.000 anni fa, 80.000 anni fa e così di seguito, fino ad arrivare
a pochi anni prima di Cristo, circa 2000 anni fa- l’uomo non aveva
la coscienza che abbiamo noi, così come oggi noi vogliamo leggerla.
Da qui a 100/ 1000 anni chissà come leggeremo questa cosa misteriosa
ed indefinibile, che è la coscienza, se non come un’orchestrazione
interna fra parti, come danza, fugace, transitoria che brilla lì
come la luce di un arcobaleno che improvvisamente compare e
altrettanto improvvisamente sparisce.
In quella epoca buia
della storia delle nostre civiltà sembra- e attenti studi di
archeo-psicologia lo confermano- che la parola coscienza non
esistesse, così come sembra non esistesse quella metafora
linguistica straordinaria che noi ripetiamo come se fosse la cosa
più normale di questo mondo "io". L’io che si confronta col tu, che
cresce in rapporto al tu, il noi, che è un’altra immagine
estremamente complessa, polifonica, perché noi genere umano, siamo
tutti accomunati, siamo una molteplicità di "io" tu, lui, il terzo,
l’altro…. e allora siamo un "noi" fatto di diversità o di
somiglianze? Io credo che siamo simultaneamente l’una cosa e
l’altra, siamo sia nell’accomunamento dell’appartenenza di genere,
etnologica, geografica, storica e allora siamo noi, ma siamo anche
noi perché siamo disarticolati nella parola che pronunciamo, io, tu,
l’altro, al singolare o al plurale.
In questo tempo remoto
che è irraggiungibile, così come è irraggiungibile il tempo remoto
da cui noi tutti siamo nati e la lunga stagione del nostro essere
affidati ad una volitività esterna a noi - un bambino viene
allevato, ma letteralmente levato in alto, ricalato sul suo lettino,
girato, riscaldato, nutrito, ma la volontà è fuori di lui - ecco
compare la coscienza. E’ la coscienza che riassume l’insieme del
nostro ambiente, della nostra storia, del mio esser nato, io la
coscienza devo ascoltare.
A proposito di strade
parallele e di percorsi paralleli, come di voci diverse all’interno
di una polifonia, che si attuano nella nostra quotidianità minuto
per minuto, quella a cui io voglio alludere è quella che mi piace
chiamare la " bicameralità" della nostra struttura neurologica: la
parte maschile e femminile, la parte razionale e irrazionale, yin e
yang della cultura taoista. C’è un autore che se ne è occupato in
modo particolarmente dotto, James, che è uno psicologo che ha
dedicato la sua intera vita alla psicoarcheologia, allo studio delle
civiltà di cui non abbiamo memoria e di cui non ci sono
documentazioni che possiamo soltanto ricostruire attraverso brani
scheletrici che ci rimangono. James parla del crollo della mente
bicamerale e dell’ origine della coscienza, così come le intendiamo
oggi, cioè non come coscienza morale, allorquando autopoieticamente
un nuovo ordine di significazioni si riesce a costruire, si ordina,
si riorganizza, cioè si afferma una organizzazione che non ha
registri che nell’io che è una grande metafora, che però è l’esito
di un’orchestrazione.
Di fronte a questa
esperienza iniziale di mancanza radicale di significazioni autonome,
in cui io sono regolato perché sono sollevato, abbassato, zittito,
nutrito, sgridato da un centro volitivo fuori di me, esperienza in
cui io entro nel mondo come uomo affidandomi soltanto alle strutture
aptiche, cioè istintive, entra una variabile specificatamente umana
che è la narrazione: è grazie a questo prodigioso incontro con
l’altro che io incontro me stesso. Chi narra poeticamente,
musicalmente, filosoficamente narra per incontrarsi ma ha bisogno di
chi l’ascolta di chi è fuori di lui che gli presta l’orecchio non
per obbedire ma per interloquire, per commentare, per arricchire la
proposta narrativa e allora la narrazione non è soltanto la storia
di quel che è stato e la sequela in senso orizzontale degli eventi
nel tempo, ma attraverso questa ricorsività la storia che noi tutti
narriamo è per ciascuno è la sua storia.
Jung sosteneva che ogni
psicologia è prima di tutto un’autobiografia, ogni formulazione di
mondi, ogni visione di mondi è un’autobiografia. In questo espormi
nelle visioni del mondo io incontro l’altro, m’incontro con l’altro
perché nel mio raccontarmi quel che è stato fino a questo momento
l’orecchio dell’altro coglie il divenire della mia storia. Quando
noi ascoltiamo Bach, noi non ascoltiamo solamente quello che è stato
una volta , ma noi ci troviamo un divenire, un nostro divenire ed è
questo l’interscambio, lo scambio di aperture, di possibilità a cui
tutti siamo sollecitati tutti siamo capaci di distinguere l’ascolto
dei sussurri, nel frastuono delle grida nelle quali rischiamo ad
ogni momento di rimanere mummificati.

QUARTA ESPERIENZA DI ASCOLTO: CHE COS’E’ VERAMENTE CRUCIALE NEL
TUTTO?
Daniele Agiman con
l’Ensemble Nuova Cameristica di Milano
Ascolteremo finalmente
il contrappunto primo di Bach nell’interezza delle sue quattro voci,
il maestro e gli strumentisti hanno due opportunità di esecuzione,
la prima è mettere in risalto ogni volta il tema principale, cioè
ogni entrata del tema viene sistematicamente sottolineata sia
dall’intensificazione sonora, sia da parte del direttore con una
maggior significazione, anche rivolgendosi al pubblico, per fare
capire quali sono le varie voci che stanno entrando di volta in
volta.
Sembra semplice la
scelta tra questa modalità di esecuzione, piuttosto che la modalità
di esecuzione che seguirà, che è quella di mantenere tutto neutro,
cioè non dar nessun rilievo nell’esecuzione all’entrata del tema
proposta dalle varie voci e lasciare appunto il sussurro di cui
parlava Diego Napolitani. In realtà non è una scelta così semplice:
se fare musica in occidente è una organizzazione dei suoni che segue
regole che possiamo trovare anche in altri ambiti di pensiero,
allora il problema che il direttore si trova e gli ascoltatori si
trovano ad affrontare può essere reso benissimo con le parole di
Mauro Ceruti che nel testo La danza che crea ci dice:
"L’epistemologia
genetica affronta tale problema attraverso due ipotesi cruciali. Si
tratta in primo luogo, e in generale, del riconoscimento di una
radicale interrelazione e coevoluzione di soggetto e oggetto nei
processi cognitivi, e in secondo luogo, e in particolare, della
considerazione di tali polarità come stratificate e decentrate su
molteplici livelli, nonché della considerazione di entrambe quali
espressione di molteplici dinamiche sistemiche dal punto di vista
sincronico e di molteplici processi genetici dal punto di vista
diacronico. Non esiste un problema dell’interrelazione generale fra
soggetto e oggetto, bensì il problema delle molteplici modalità di
interrelazioni tra di essi. La circolarità fra soggetto ed oggetto
viene assunta come primaria, ma non come omogenea, giacché viene
considerata ricostituentesi, di volta in volta, secondo modalità
specifica ai vari sistemi e processi cognitivi, ai vari domini e
livelli di esperienza, ai vari stati e stadi di sviluppo delle
conoscenze.(….)
"Ogni cosa, ogni
oggetto, ogni unità è sempre individuata attraverso un atto di
distinzione che separa ciò che viene individuato da uno sfondo-
quando il direttore d’orchestra decide di mettere in risalto un tema
piuttosto che non farlo, individua un tema e lo stacca da uno
sfondo- Queste distinzioni sono sempre opera di un osservatore e
quindi possono variare e come conseguenza della variazione un’unità
può essere vista in termini differenti (…)". Citando Piaget, Mauro
dice " Il problema centrale dell’epistemologia è in effetti di
stabilire se la conoscenza si riduce ad una pura registrazione da
parte del soggetto di dati già completamente organizzati
indipendentemente da lui in un mondo esterno fisico o ideale o se il
soggetto interviene attivamente nella conoscenza e nella
organizzazione degli oggetti"(….)
"L’epistemologia
genetica tende ad impostare il problema considerando la conoscenza
come un processo più che come un fatto e spostando l’attenzione
sullo studio dell’intero processo e dei suoi vari stadi"
L’esecuzione che
ascolterete è un’esecuzione forte e non è la stessa cosa che
succederà poi nella seconda esecuzione: sono due diverse modalità
interpretative. C’è un testo bellissimo di Anton Herhenzweig,
psicoanalista austriaco, poi vissuto in America,di scuola freudiana,
La psicoanalisi della percezione nella musica e nelle arti
figurative,nel quale l’autore unisce la psicoanalisi freudiana alla
Gestalt. Il capitolo, da cui ho scelto alcuni brani, si intitola
"Forme artistiche prive di Gestalt"e leggo a proposito delle fughe
di Bach:
" Si prendano i grandi
capolavori dello stile polifonico classico, le ultime fughe di J.
Sebastian Bach- questa è l’ultima - l’ascoltatore medio abituato con
la musica con una sola melodia,può trovarsi dapprima a suo agio, dal
momento che sa che nella fuga un unico soggetto domina le voci ed è
continuamente ripreso. Riesce a seguire l’inizio, quando il tema
viene annunciato solennemente da ciascuna voce, a mano a mano che si
inserisce, ma quando la fuga si sviluppa e le voci si uniscono in un
canto completamente polifonico, nessuna di esse è più espressiva o
significativa dell’altra, ciascuna è nella condizione di poter
riprendere il tema in qualsiasi momento, allora l’ascoltatore,
abituato alla melodia unica, non riesce più a capire dove volgere
l’attenzione, mentre ancora segue quella voce in cui ha appena colto
il tema,spesso scopre che anche un’altra voce ha appena ripreso il
tema, appena qualche battuta prima, e di regola egli avrebbe dovuto
spostare l’attenzione molto prima e trascurare la comparsa del tema
nelle mezze voci, tutto sommato meno evidenti; esecutori bene
intenzionati ma malaccorti potrebbero volere aiutare l’ascoltatore,
evidenziando il tema tutte le volte che esso faccia la sua comparsa,
ma in pratica, a parte i dubbi meriti artistici, ciò peggiorerebbe
soltanto l’effetto spiacevole, cioè l’esperienza di far "vagare
l’orecchio". L’orecchio non riesce mai a fermarsi su un frammento di
melodia non interrotta, senza essere distolto nuovamente troppo
presto perché un’altra voce reclama i suoi diritti di attirare
l’attenzione cantando il tema. Per godere la musica polifonica è
necessario cambiare atteggiamento: bisogna sperimentare il soggetto
della fuga fin dall’inizio, non come una melodia ma come il germe da
cui crescerà l’intricata struttura polifonica di una fuga. Seguire
lo sviluppo di questa struttura con un’attenzione diffusa, non
concentrata su un’univoca voce ma sulla struttura globale, sentire
come cresce in trasparenza e come si espande in uno spazio infinito-
forse un esempio di sentimento oceanico in arte- solo allora
l’ascoltatore proverà la profonda esaltazione legata alla musica
polifonica, che deve parlare,in molte lingue anziché in una sola".
E’ quello che cercherò di fare adesso non privilegiando nessuna
voce, ma lasciando che la vostra capacità di entrare in un processo
vi permetta di sentire e di perdervi in queste quattro voci che
dialogano fra di loro.
ESECUZIONE MUSICALE
Due "interpretazioni" del brano tratto
da l'"Arte della fuga" di J.S. Bach con le quattro voci complete.
Prima esecuzione: si seguono gli schemi
interpretativi tradizionali mettendo ogni volta in risalto il tema
principale.
Seconda esecuzione: il tema principale
ogni volta appare sullo sfondo e si privilegia la complessità
dell'insieme.
Enzo Asperti
Ringraziamo per questa splendida
esecuzione l’Ensamble Nuova Cameristica di Milano ed , a questo
punto, prima di avviarci alla conclusione della prima parte comunico
che il programma subirà una breve variazione, non "toccata e fuga",
ma una variazione. Per questioni di tempo vorrei chiedere a Mauro
Ceruti di concludere poiché, purtroppo, non c’è più spazio per la
tavola rotonda. Grazie.

CONCLUSIONI
Mauro Ceruti
Sono stato molto colpito
dalla metafora di Napolitani, una metafora che descrive la poesia e
la complessità. "Poesia - ha detto Diego- è un connettere punti
lontani come fa un arcobaleno" e poesia è atto creativo che fa
emergere una forma impalpabile come un arcobaleno, che ci fa vedere
in modo nuovo il mondo, stabilendo delle relazioni in un cielo che
non siamo più abituati a guardare e, quindi, ci fa vedere le
relazioni fra noi e questo cielo e ce ne fa illuminare. L’arcobaleno
è una luce improvvisa molto fragile che, altrettanto
improvvisamente, scompare come le nostre forme, come le nostre
identità. La complessità nasce sempre al margine – dicono gli
scienziati, i matematici in modo rigoroso- al margine del caos, in
quella zona imprecisa molto delicata che c’è fra l’evanescenza del
fumo e la perfezione del cristallo. Che cos’è dunque l’identità, che
cos’è dunque la molteplicità che la nutre e che la rende possibile a
posteriori e che, a posteriori, rende sempre possibile una direzione
d’orchestra?
Penso che Daniele Agiman
ci abbia mostrato che lui stesso non è il maestro che sta
all’origine della composizione, né al tempo stesso l’ispiratore, ma
la sua opera è sempre un’opera a posteriori che emerge, quando
emerge l’orchestrazione, la danza che sa far nascere fra i suoi
orchestrali.. In tutta" l’orchestrazione" di oggi, che in parte è
stata suscitata da Giovanna Barzanò, in tutte le cose che ci siamo
detti e suonati emergono due dimensioni, che sono le due facce di
una medaglia che ci portiamo a casa questa sera.
Innanzitutto la
dimensione tempo: la vita è tempo, l’identità è tempo, è ritmo e
senza il tempo tutto diventa contraddizione, impossibilità , la
molteplicità dei nostri io può nutrire la speranza, avere la
speranza di far emergere pur provvisoriamente un io in divenire, un
processo, solo attraverso il tempo. La perfezione che sta nella
logica senza tempo, che spesso è stata ricercata come a fondamento
dell’io e della soggettività, più dalla filosofia che dal romanzo,
pare non essere più attuale.
Abbiamo due storia della
soggettività moderna occidentale quella che è indagata dalla storia
della filosofia da Cartesio ad oggi e quella che ci è raccontata
dalla storia del romanzo dal Don Chisciotte ad oggi. Sono due
storie, due studi, due conoscenze della soggettività umana
intrecciate, ma forse oggi è più attuale l’indagine che ci è stata
lasciata dalla storia del romanzo, da tutte quelle complesse,
contraddittorie, incerte, drammatiche, felici, tragiche
vicissitudini delle molteplicità dall’io che dal Don Chisciotte ad
oggi sono state esplorate dai grandi poeti, dai romanzieri. Non è un
caso che i filosofi, anche in questo convegno, abbiano citato più
questa esplorazione resa possibile dai romanzieri che non quella dei
filosofi.
Oggi filosofi,
romanzieri e scienziati del cervello e della mente cominciano a
dialogare per far emergere un più completo, coerente, felice lavoro
di orchestrazione comune. E’ come se la scienza cercasse fuori da sé
un aiuto per formulare, pur nei propri linguaggi specialistici, il
proprio oggetto, il SE’; è come se il romanzo lo cercasse fuori di
sé e così la psicoanalisi e così la filosofia. E allora mi piace
concludere questa sintesi con un’altra immagine molto poetica, che
ancora una volta Diego Napolitani ci ha regalato con il suo racconto
delle immagini del film di Bergman,le due immagini della
soggettività, la soggettività progettuale, quella che, pur nel
dramma complementare della vita e della morte, emerge attraverso il
reciproco racconto di due storie e l’altra, l’immagine invece di una
soggettività che, per dire IO ed agganciarsi alla vita, affonda
nella morte. Questa soggettività per dire IO in modo troppo forte è
una soggettività che non riconosce la propria storia, che non la fa
emergere, non la fa nascere, rinascere, con-nascere- come direbbero
i miei amici francesi connetre- conoscere vuol dire nascere insieme
secondo l’etimologia francese attraverso un racconto.
La storia è un termine
ambivalente che nella nostra lingua e nella nostra esperienza
significa sempre due cose, ma queste due cose prendono significato
soltanto se vivono insieme: la storia nella sua oggettività presunta
di ciò che accade indipendentemente da noi e la storia che vuol dire
anche racconto. "Raccontami una storia"me lo dicono i miei piccoli
nipotini che hanno l’età del figlio di Diego e Carlotta, che vuol
dire
" viviamo insieme la
nostra storia , costruiamola insieme", nel c’era una volta c’è tutto
questo.
L’identità che emerge
attraverso il racconto reciproco delle storie è un’immagine, una
metafora, ma è molto più di una metafora della relazione educativa,
è la relazione continua contestuale nella quale si formano le
identità, che sono le identità non solo dei formandi, dei discendi,
ma anche di noi docenti, come la reciproca relazione di racconto fra
il paziente ed il terapeuta, cui accennava Diego.
Che cos’è questo
raccontarsi reciproco? Io penso che ne abbiamo avuto un esempio
privilegiato dai racconti e dagli ascolti che ci siamo regalati oggi
pomeriggio in questo convegno straordinariamente originale ed anche
originario, perché è stato davvero l’esempio, la messa in scena di
come si generano i sensi ed i significati e non semplicemente il
racconto di teorie già scritte di racconti già raccontati.
Ho amato tantissimo la
lezione sulle teorie della mente che ci ha fatto Silvano Tagliagambe,
che è stato mio professore, e mi ha molto emozionato sentirgli
esporre dei concetti teorici, scientifici, epistemologici così
difficili attraverso il racconto di storie e critiche interpretative
, da Dostoevskij a Bachtin, che so che sono anche storie della sua
vita, del suo soggiorno a Mosca da ragazzo: è stata
l’esemplificazione di come nascono i sensi, i significati, i
concetti, neppure quelli delle teorie più "oggettive"possono essere
spiegati, raccontati come se gia fossero accaduti, tutte le volte la
narrazione di una cosa è la generazione di una cosa.
Che cosa sono dunque
l’identità, la complessità, la poesia? Abbiamo imparato che sono
sinonimi attraverso i vostri racconti di oggi e allora mi viene in
mente una citazione, un risposta della celeberrima ballerina
danzatrice Duncan che ho messo in epigrafe al libro La danza che
crea che Daniele Agiman mi hai fatto l’onore di citare. Ebbene alla
domanda di un giornalista a questa celeberrima danzatrice ballerina
"Mi spieghi che cos’è la danza ?" la Duncan, come ha fatto oggi
Daniele Agiman con noi, rispose "Se fosse possibile dirlo non ci
sarebbe bisogno di danzare" Questo è quello che oggi i filosofi,gli
psicoanalisti, gli scienziati, i musicisti ci hanno regalato come
esperienza,non dandoci delle spiegazioni, ma facendoci comprendere
con degli esempi come si generino le identità multiple.Grazie.
Enzo Asperti
Ringraziamo Mauro ceruti per la
brillante sintesi, queto ci permette di rispettare anche nei tempi
il programma.
Due note organizzative; siamo stati
accolti dalle studentesse dell’Istituto Professionale Galli di
Bergamo; i fiori che adornano il palco sono stati offerti
dall’Istituto Tecnico Agrario di Bergao ed il buffet sarà servito
dagli studenti dell’Istituto Alberghiero diSan Pellegrino Terme.
Ricordo alle 20,45 avrà inizio il concerto.